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Nota di lettura empatica e divertita di Annamaria Ferramosca. Lo Stato Pontificio di Ivan Pozzoni

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Ivan Pozzoni nella sua introduzione alla silloge Lo Stato Pontificio si autopresenta come fondatore del Tardomodernismo letterario, che vuol «sostituire all’ontologia estetica una socio/etno/antropologia estetica», decretando l’improbabilità di ogni canone e di ogni linea tradizionale. Come nella società attuale divenuta distopica, anche in letteratura la critica ha subito una insopportabile deriva e deve, ormai, lasciare spazio all’atopia, che è massima libertà, trasgressiva e sempre inclassificabile, governata solo dall’autore. Questa prassi si realizza attraverso una complessa interazione con il lettore, che viene coinvolto con varie modalità, anche spiazzanti ma incisive, ampiamente descritte da Pozzoni nella introduzione, oltre che nel precedente suo libro fondativo del Kolektivne Nseae (edizioni Divina Follia, 2024), di cui raccomando caldamente la lettura. Ed è nella componente sociale della teoria del KNSEAE che trovo una caratteristica di estrema novità-necessarietà, finora mai comparsa né dibattuta in ambito di estetica. Bisogna confrontarsi nelle assemblee dell’arte. Non vi è arte senza confronto […]. Si consideri che la sottoscritta è solo una scrivente e avida lettrice di poesia e detesta essere considerata critico, in questo aderendo alla concezione pozzoniana dell’autore come unico analista autorizzato della propria opera, che ne può argomentare insieme al lettore (almeno minimamente attrezzato). In questo nostro tempo così esacerbato di egotismo, autoreferenzialità e assenza di verifica collettiva delle proprie opinioni, nutro profondo rispetto per chi, con fermezza, espone e argomenta il proprio pensiero nei testi, facendo del proprio lavoro creativo un campo di vera appassionata ricerca e raggiungendo esiti degni di grande attenzione. Lungo i 43 testi-riots assistiamo, dunque, all’implosione del linguaggio, con un liberissimo lessico, ad una potente ironia e sarcasmo verso la postura egotica, all’invettiva puntuta, e in questa prassi riconosciamo la difesa assoluta della libertà di pensiero che si fa strumento di contrasto a tanta versificazione obsoleta, vacua, sentimentale, elegiaca, intimista, artificiosa, smaccatamente epigonica. Una scrittura di grande impatto, che scuote il lettore spingendolo alla riflessione autocritica, al mutamento di convinzioni e percorsi senza sbocco. Viene duramente sconvolta, con nomi e cognomi di personaggi considerati intoccabili, la palude dello Stato Pontificio, infetta dai miasmi del potere editoriale senza scrupoli, del libro come prodotto consumistico-seduttivo usa e getta, dell’autore come servo da usare e gabbare. È, questo libro, un coraggioso manifesto «all’arsenico», destinato soprattutto a chi scrive e pubblica carta destinata al macero, e viene investito da insulti e profezie di veloce dissoluzione delle opere-scarto. E pure, dietro questa furia dissacratoria contro teorie superate, contro assetti editoriali in cancrena, contro le mille riviste patetiche, supponenti e inattendibili, la vacuità dei tanti scriventi, non manca un altissimo gradiente di sana autoironia. Ma soprattutto dai riots ribelli s’impone un forte advert a tutti gli acquiescenti al sistema attuale di poesia, verso una decisa inversione di rotta. Di certo la guardia non potrà mai essere abbassata, l’arte dovrà sempre contrastare ogni distopia pur conservando la propria ontologica dimensione atopica. Così il mio augurio a Ivan Pozzoni, studioso e valente accademico da decenni, è quello di continuare a individuare, nonostante tutto, autori degni di confronto. Che possa dilatare questo contagio di incontri tra autori e lettori, anche a livello internazionale, in modo che dai riottosi riots contro aberrazioni e storture si passi a versi che riguardano altre dimensioni, pure benevole dell’umano.

 

 

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