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Intervista con Alberto Gurrisi e Alessandro Usai

13 min read

Alberto Gurrisi – Alessandro Usai – Roberto Paglieri

+ Irene Buratti, Luca Missiti e CJO Orchestra

CENTO DI QUESTI CERRI

Un tributo straordinariamente ispirato e sentito alla musica e all’iconica figura di Franco Cerri, in occasione del centenario della nascita del più grande chitarrista jazz italiano — e uno dei più amati a livello internazionale.
Questo progetto riunisce alcuni tra i principali interpreti della scena jazz italiana contemporanea, musicisti che hanno condiviso con Cerri il palco e la vita artistica per molti anni, in un omaggio che fonde rispetto, memoria e scintilla creativa. Il disco attraversa l’universo musicale del grande maestro milanese, intrecciando le sue composizioni con brani che hanno segnato il suo repertorio e la sua straordinaria carriera, accanto a nomi leggendari del jazz mondiale come Django Reinhardt, Chet Baker, Gerry Mulligan e Billie Holiday. Proprio questa apertura — la capacità di Cerri di fondere eleganza, swing e cantabilità mediterranea — è il filo conduttore del lavoro: un viaggio sonoro che restituisce la sua visione luminosa del jazz, fatta di libertà, curiosità e umanità. Registrato con cura audiofila e arrangiato con gusto contemporaneo, “Cerri di questi giorni” (titolo esemplificativo) non è solo un omaggio, ma una rilettura vitale e poetica dell’eredità di un musicista che ha segnato in modo indelebile la storia del jazz europeo. Un dialogo tra generazioni che conferma quanto l’arte e lo spirito di Franco Cerri continuino a ispirare — in punta di dita, con eleganza e sorriso — chi ama la musica autentica.

https://www.abeatrecords.com/music/shop/cento-di-questi-cerri-ovvero-cerri-di-questi-giorni/

Intervista

Davide

Avete condiviso il palco e la vita artistica con Franco Cerri per molti anni. Da dove nasce l’urgenza di “Cento di questi Cerri” e quale tipo di rilettura avete voluto offrire per celebrare il centenario di un’icona così monumentale?

Alberto

Abbiamo avuto la fortuna di crescere vicino al maestro fin da quando eravamo poco più che maggiorenni, ci ha insegnato moltissimo sulla musica ma anche sulla vita, era una persona molto saggia e cordiale. Il suo messaggio di serietà e leggerezza allo stesso tempo è rimasto scolpito nelle nostre anime musicali e con questo omaggio vorremmo portare avanti la sua idea musicale, valorizzando anche le sue composizioni, che negli ultimi anni Cerri tendeva a suonare meno e cercando di restituire le atmosfere musicali che così tanto lo caratterizzavano.

Alessandro

L’urgenza nasce dalla necessità di ringraziare Franco per quello che ha fatto come musicista ma anche come Maestro, abbiamo avuto la fortuna di averlo sia come leader del quartetto con il quale abbiamo suonato per anni ma anche come insegnante speciale negli anni della scuola. Franco ha rappresentato un modo di intendere la musica e il ruolo del musicista unici, quella gentilezza e generosità che ci hanno spinto a rendergli omaggio.

Davide

Quando si registra un album tributo, la memoria personale si intreccia inevitabilmente con le scelte artistiche. Quale ricordo, umano o professionale, vi ha guidato maggiormente in studio e vi ha aiutato a ricreare quella sua inconfondibile atmosfera?

Alberto

Avendo passato al suo fianco circa dieci anni, tra concerti, prove, studio e tanti viaggi, i ricordi sono moltissimi. Quando suoniamo la sua musica sento fortissima la sua presenza, come se fosse tra noi sul palco e mi tornano sempre in mente i suoi consigli e le sue indicazioni per ottenere quello che lui chiamava “un bel clima” , senza dimenticare il groove e lo swing, o come diceva lui “la birra”.

Alessandro

Franco cercava nel fare musica la necessità della condivisione, nessuna prima donna ma il risultato delle differenti personalità senza distinzione di età e livello musicale. La sua forza e il mettere sempre a proprio agio chi gli stava vicino faceva mettere da parte per un attimo la sua grandezza chitarristica e permetteva di godere della sua immensa gentilezza. La forza del nostro trio è il regalo della condivisione che Franco ha cercato portandoci a suonare con lui.

Davide

Il disco si sviluppa come un vero e pittoresco “dialogo tra generazioni”. In che modo questa staffetta ideale si traduce nella chimica musicale del progetto, specialmente se pensiamo all’apporto dai giovani talenti della Civica Jazz Orchestra diretta da Luca Missiti e alla voce di Irene Burratti?

Alberto

Il dialogo tra generazioni è stato un valore molto importante per Cerri, lui stesso ha avuto un grande mentore, Gorni Kramer ed è stato mentore e scopritore di moltissimi grandi talenti della scena musicale italiana, non solo di jazz. Il maestro ha sempre cercato il dialogo con i musicisti più giovani, sia per nutrirsi di nuova linfa, sia per aiutare i musicisti nei quali intravedeva una scintilla. Per questo motivo è stato anche fondatore, insieme a Enrico Intra, dei Civici Corsi di Jazz di Milano, che rappresentano da decenni un’eccellenza didattica nazionale. All’interno dei Civici Corsi è attivo da anni il laboratorio di big band, che da sempre mette insieme studenti e allievi in contesti concertistici e discografici di alto livello. Quindi ci è sembrato naturale coinvolgere questa realtà che sottolinea anche il grande apporto divulgativo del maestro. La scelta di inserire una voce è stata suggerita invece dalla scelta del vasto repertorio di Cerri, nel quale sono presenti molti brani cantati, spesso in italiano e che rappresentano un’altra sfumatura della sua musica che non volevamo tralasciare.

Alessandro

Non potevamo non evidenziare l’importanza dell’universalità del jazz intesa non solo come linguaggio universale bensì anche come forza di attrazione fra generazioni lontane che suonano brani ancora più lontani dalla contemporaneità. In un certo senso la genialità del repertorio di Franco e del jazz sta proprio nel potere di sconfinare nel futuro senza perdere la scintilla dell’invenzione del momento in cui è stato scritto. Lo stesso Franco ha scritto brani negli anni ’50 che riascoltati adesso dimostrano non solo una freschezza per i tempi ma erano già d’avanguardia.

Era importante coinvolgere i giovani musicisti della Cjo in qualità di studenti e di fruitori manipolatori di un repertorio cosi importante come quello del Maestro. La scelta della voce ha voluto evidenziare lo stretto contatto della musica jazz e della musica Popular, Franco ha scritto brani collaborando con grandi firme, ciò a dimostrare anche qui come il jazz possa esprimersi anche con parole importanti e voci importanti.

Davide

Guardando la tracklist, accanto ai brani autografi di Cerri troviamo perle firmate da Duke Ellington, Gorni Kramer e Armando Trovajoli. Qual è il filo rosso che unisce queste composizioni alla poetica del Maestro e come le avete integrate nel flusso del disco?

Alberto

Come tutti i grandi maestri del jazz, anche Cerri si è confrontato con il repertorio dei grandi compositori americani e allo stesso modo approcciava anche altri compositori come appunto Gorni Kramer o Armando Trovajoli, cercando di rendere personale la rilettura dei loro brani. Il maestro diceva spesso che “il jazzista ama personalizzare” e questo aspetto ha caratterizzato moltissimo la sua discografia e la scelta del repertorio per i concerti. Le sue riarmonizzazioni degli standard o di brani italiani o brasiliani, spesso anche provenienti dalla cultura popolare, sono così personali da rappresentare un tratto distintivo del suo mondo musicale, per questo motivo nel progettare questo viaggio musicale è stato naturale inserire queste tappe del suo percorso.

Alessandro

Franco era un uomo del suo tempo e il fatto che partecipasse attivamente alle attività culturali come il teatro, la televisione come divulgatore e presentatore lo ha messo al centro di un periodo storico culturale di altissimo fermento intellettuale.

L’essere non solo partecipe ma protagonista di quel momento gli ha permesso di incontrare grandissime personalità nazionali e internazionali tra cui appunto Ellington del quale era profondo stimatore e musicalmente discepolo. Trovajoli era un collega e un amico mentre Kramer è stato un padre per Franco. Era doveroso tributare queste figure cosi importanti per Franco e per la cultura italiana.

Davide

Nel disco spiccano le riletture di composizioni iconiche di Cerri come Pipo, Gen Gen o L’ipae. Com’è stato il lavoro di riscrittura orchestrale per adattare la squisita dimensione intima e chitarristica del Maestro alla densità timbrica di una big band come la C.J.O.?

Alberto

Negli arrangiamenti orchestrali, curati da Luca Missiti (attuale direttore didattico dei Civici Corsi di Jazz e direttore della CJO Orchestra), le sonorità scelte passano da quelle più classiche, che richiamano le grandi orchestre di Count Basie, Duke Ellngton e Stan Kenton, a scelte più contemporanee e articolate. Ad esempio, riguardo ai brani citati, Gen Gen è un arrangiamento più tradizionale, che mette in risalto il groove e lo swing, tanto amati da Cerri, mentre in Pipo e L’ipae i tappeti sonori e il contrappunto creano un quadro più complesso e sfumato. In particolare L’ipae è un brano molto caratteristico, caratterizzato da una melodia semplice e dolce, che viene sostenuta e valorizzata da un arrangiamento piuttosto articolato.

Alessandro

Luca Missiti che si è occupato degli arrangiamenti ha scelto di sottolineare l’estetica originale della musica di Franco. Ne ha evidenziato l’eleganza e ciò che Franco definiva il suonare sottovoce. Ci sono momenti di delicatezza nella dinamica come in L’ipae o Donna che si alternano invece a sezioni più dense e ritmicamente frizzanti.

Davide

Alessandro, per un chitarrista jazz italiano misurarsi con Cerri significa toccare le radici stesse dello strumento nel nostro Paese. Come ha dialogato la tua sensibilità moderna con il suo storico stile fatto di sottrazione, eleganza e swing assoluto?

Alessandro

Misurarsi con Franco è l’errore più banale che si possa fare. Essere stato al suo fianco è qualcosa che ancora spesso trovo quasi paradossale. Franco è la verità, un essere raro che ha imparato a suonare jazz come se qualcuno lo avesse illuminato. Non c’erano libri, i dischi erano pochi e introvabili ma lui è riuscito a creare un sound personale e spesso ha anticipato idee improvvisative che sarebbero arrivate in Italia pochi anni dopo. Ancora oggi, dopo molti anni, mi chiedo quale fosse la fonte del suo talento e penso che fosse la passione e l’esigenza espressiva e comunicativa che lo ha spinto al massimo del suo splendore. Ho imparato molto da Franco, ho cercato di imitarlo per anni e ancora lo sento vicino suonandone alcune frasi per sentirmi meno solo sul palco. Mi ha lasciato molti ricordi e molti stimoli non solo musicali ma umani. Lo sento vicino quando insegno ai civici corsi di jazz dove sono cresciuto. Ricordo il suo sorriso e il suo interessarsi a noi giovanissimi esploratori, al nostro percorso emotivo perchè il jazz spesso mette in difficoltà. Questo aspetto mi è rimasto nel cuore e quando insegno ad altrettanti giovani musicisti il suo sorriso è l’esempio che voglio seguire.

Davide

La combinazione tra chitarra jazz e organo Hammond è uno dei binomi più caldi e storici dello swing. In questo album, come si inserisce l’organo di Alberto Gurrisi nel plasmare un sound che riesce a essere contemporaneamente un tributo vintage e una proposta moderna?

Alberto

Oltre al successo storico del binomio tra chitarra e organo, anche Cerri amava molto questa sonorità e nella sua discografia è spesso presente l’organo, usato più come strumento di contorno rispetto alle esperienze americane del soul jazz. Negli anni della nostra collaborazione il maestro mi ha sempre spinto a cercare un approccio più cool di come siamo abituati a sentire l’organo Hammond, senza perdere la sua componente ritmica e blues ma con un sound più morbido. Questa visione dell’organ trio è in realtà molto contemporanea ed è la chiave del rinnovato successo di questa formazione, per questo motivo abbiamo deciso di mantenere il trio alla base del progetto, quando abitualmente in orchestra c’è il classico trio con pianoforte e contrabbasso, potendo gestire lo spazio musicale in maniera molto dinamica.

Davide

La tracklist include anche tre tracce impreziosite dalla voce di Irene Burratti. Che tipo di sfumatura e di narrazione aggiunge la componente vocale a un repertorio così fortemente legato alla tradizione strumentale di Cerri?

Alberto

Quando abbiamo intrapreso questo viaggio musicale ci siamo imbattuti in una quantità incredibile di composizioni originali e spesso era presente anche un testo. Non era nuova per noi la consapevolezza che Cerri avesse sempre coltivato uno stretto rapporto musicale con la vocalità, dalla vicinanza a grandi interpreti come Quartetto Cetra, Natalino Otto o Mina, fino al rapporto con i cantautori come Gaber o Jannacci, quindi era necessario rappresentare questa parte della sua musica. La vocalità nella sua idea musicale è molto legata allo storytelling, caratteristica che spesso si attribuisce anche ai grandi solisti strumentali, infatti la scelta di Irene Burratti è stata motivata dalla sua grande capacità interpretativa e anche per non perdere la suggestione della lingua italiana, alla quale siamo meno abituati nel jazz.

Alessandro

La voce di Irene ha dato quel tocco di classe che Franco manifestava nella musica e nel suo look sobrio ed elegante.

Ci sono molte registrazioni di Franco con le voci e spesso se ne è servito come sezione tipo Quartetto Cetra oppure come propri solisti come Bunny Foy o altri. Ci sono versioni di brani cantati da Bruno Martino per esempio. Amava molto l’aspetto vocale in tutte le sue sfumature.

Davide

Franco Cerri ha collaborato con giganti mondiali del calibro di Django Reinhardt, Chet Baker e Gerry Mulligan. Dal vostro punto di vista, qual è il contributo più originale e duraturo che ha saputo esportare dall’Italia al jazz internazionale?

Alberto

Un aspetto che il maestro ha sempre messo in risalto è la personalità, a partire dal suono, riconoscibilissimo anche tra i più grandi dello strumento, fino al fraseggio e alla concezione armonica, che spesso hanno caratterizzato i grandi solisti del jazz. Fin da giovanissimo Cerri si è trovato fianco a fianco con personaggi leggendari, dai quali ha imparato non tanto copiando ma assimilandone lo spirito più profondo. Il risultato è un artista con una fortissima identità ma dalle mille sfumature, nel quale si sente anche un qualcosa di fortemente europeo e italiano, paragonabile ad altre grandi esperienze jazzistiche non americane.

Alessandro

Franco era presente e pronto a comunicare con questi giganti perchè faceva parte di quel linguaggio con una grande marcia in più, quella del non essersi formato totalmente ed esclusivamente con il jazz americano. Il suo imprinting era necessariamente debitore alle radici afroamericane ma la sua esperienza musicale a livello nazionale lo ha arricchito di piccole ma sostanziali differenze che lo hanno fatto amare dai musicisti statunitensi. Questa diversità è la stessa che ha reso famosi musicisti extra statunitensi come per esempio Thoots Thielemans, non a caso ottimo amico del nostro chitarrista milanese.

Davide

Il Maestro ha avuto il merito storico di portare la complessità del jazz nelle case di milioni di italiani con una naturalezza disarmante. Come siete riusciti a tradurre in musica questa sua doppia anima: divulgatore pop accessibile a tutti e, al tempo stesso, jazzista colto e raffinato?

Alberto

La grande capacità comunicativa è stata indubbiamente uno dei tratti più forti di Franco Cerri sia come musicista che come uomo di spettacolo, un aspetto che il maestro ha saputo perseguire negli anni senza mai rinunciare alle più pure esigenze espressive. La semplicità del messaggio e la ricerca di un fraseggio lineare sono le caratteristiche che maggiormente abbiamo cercato di rispettare interpretando la sua musica e sono gli aspetti che ancora oggi arrivano molto al pubblico. Penso che sia una grande lezione per la società attuale, cercare di parlare a tutti ma senza mai banalizzare il messaggio.

Alessandro

La scaletta del disco ha cercato di rispettare la necessità di regalare un percorso di grande empatia con chi ascolta. Ci sono brani dolci e delicati, altri più frizzanti senza mai però ricercare il colpo di scena virtuosisitico. Franco suonava per il pubblico, più maturava più diventava consapevole che chi andava ad ascoltarlo gli stesse regalando affetto. Lui si sdebitava scegliendo brani che potessero essere famosi oppure più orecchiabili possibili per creare un contatto autentico fra lui e la platea della quale si sentiva debitore responsabile della riuscita del tempo che gli stava dedicando.

Davide

Questo splendido lavoro di rilettura poetica registrato con cura audiofila è finalmente disponibile. Cosa seguirà ora? Avremo la possibilità di vedere questo grande progetto viaggiare dal vivo sui palchi e nei festival? Cosa seguirà?

Alberto

Ti ringrazio per aver sottolineato anche la qualità audio di questo progetto, per la quale dobbiamo ringraziare i bravissimi tecnici che ci hanno seguito nella realizzazione dell’album, che hanno saputo rendere il sound vintage e attuale allo stesso tempo. Il debutto di questo progetto al Blue Note di Milano è stato un grande successo e questo ci ha spinto a promuoverlo ulteriormente dal vivo, soprattutto nel 2026 che è l’anno del centenario, ma speriamo che possa avere in futuro un seguito, anche discografico.

Alessandro

La speranza è quella di portare questo progetto importante a più platee possibili, farlo ascoltare a più generazioni di musicisti possibili e che la musica di Franco possa renderlo ancora più vicino a chi non ha avuto la fortuna di sfiorarlo anche solo per poco.

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