
Un album che esplora mondi sonori differenti, spaziando tra repentini cambi di ritmo e di scenario, atmosfere free, azzardi compositivi, brani più classici dall’innato senso melodico, composizioni per quintetto e composizioni scritte per il contrabbasso solo in cui vengono utilizzate tecniche avanguardistiche. Si presenta così One Mile Away nuovo progetto discografico del contrabbassista Stefano Battaglia uscito il 19 febbraio 2026 per l’etichetta Emme Record Label. Si tratta di un lavoro fresco, dove narrazione e azione si susseguono rapidamente, e in cui si respira a pieni polmoni l’aria della Grande Mela, dove l’artista risiede da tempo, unita a una freschezza compositiva che trasuda in tutti i brani. Questo lavoro alterna brani in quintetto, dalla grande energia, con altri in cui melodie intense, drammatiche e cariche di emotività acquistano un ruolo centrale. C’è anche spazio per il contrabbasso solo dove Battaglia utilizza con maestria le tecniche dell’archetto, pizzicato, pizzicato di armonici, tape machine ed effect delay, creando un ponte sonoro tra passato e presente. One Mile Away è un disco moderno, aperto a nuovi linguaggi e in cui il basso acquista spesso un ruolo preponderante. Tutto questo senza tralasciare un rispetto profondo anche per quelle tradizioni che spesso rappresentano lo spunto perfetto per andare avanti e per mischiare le carte in tavola. Non a caso hanno partecipato alla lavorazione di questa opera prima alcuni astri nascenti del panorama jazzistico statunitense quali Milena Casado al flicorno, che ha dalla sua collaborazioni con Terry Lyne Carrington, Kris Davis, Vijay Iyer, Jorge Rossy, Morgan Guerin al sax tenore, che ha invece collaborato con Terry Lyne Carrington, Aaron Parks, Esperanza Spalding, Nicholas Payton), Roberto Acosta al piano, Avery Logan alla batteria.
In questo disco ogni composizione disegna un quadro ben preciso, fatto di musica, colori ed esperienze di vista, con un messaggio chiaro, che la felicita non è nascosta negli avvenimenti futuri o in qualcosa che ancora dovrà accadere.
“Smetti di cercare la felicità a un miglio di distanza (One mile away). Quando avrò quel lavoro, allora sarò felice… e poi… Quando avrò una nuova casa, allora sarò felice… poi… Quando avrò una nuova macchina, sarò felice… Quando avrò una fidanzata/un fidanzato/una moglie/un marito, sarò felice… Quando comprerò questo o quello, sarò felice… Quando andrò in vacanza, sarò felice… Inseguire sempre la felicità, senza mai riuscire ad afferrarla. Basta! La felicità è qui, in mezzo a noi. Siamo vivi e viviamo questa vita, questo mondo ogni giorno, e anche se è solo per un’ora, ne vale davvero la pena. Vivi il presente, vivi l’adesso. Buona fortuna!” (Stefano Battaglia)
https://www.emmerecordlabel.it/release/one-mile-away/
Stefano Battaglia – Contrabbasso
Milena Casado – Flicorno (Flugelhorn)
Morgan Guerin – Sassofono tenore
Roberto Acosta – Pianoforte
Avery Logan – Batteria
Intervista
Davide
Buongiorno Stefano. Cosa “One mile away” mantiene e continua o evolve e cambia dal tuo precedente lavoro da leader, “The best things in life are free”?
Stefano
Ciao Davide, ‘The best things in life are free’ è stato un album pensato, ‘cucinato e mangiato’ durante la pandemia 2020-21, è stato dettato dalla necessità di evadere, trovare con la musica una soluzione, una via d’uscita da quel periodo difficile, che in quel caso ha trovato la sua forma attraverso un omaggio alla musica free e a compositori come Ornette Coleman e Paul Motian. ‘One Mile Away’ ha un respiro più lungo, è un album di mie composizioni originali, scritte prima, durante e subito dopo la pandemia, presenta brani con strutture e brani free. Racconta un percorso di sguardi interiori, introspezioni e di rinascita. Se vogliamo ‘The best things in life are free’ è uno spaccato, uno spin off di ‘One Mile Away’.
Davide
Qual è la filosofia dietro l’album? Tra le note di copertina suggerisci di interrompere la continua rincorsa verso il futuro. La felicità non è una meta lontana, ma si trova esattamente dove siamo, a un solo miglio di distanza (“One Mile Away”), immersa nella realtà di tutti i giorni. L’improvvisazione come istante puro, l’importanza dell’ascolto, l’urgenza del dialogo e della reazione, l’irripetibilità dell’esecuzione… Il jazz è la musica perfetta per il “qui e ora”?
Stefano
Il jazz è la musica del presente, come nella vita, per stare nel presente, per viverlo veramente, respirarlo, bisogna mettere da parte il proprio io pensante: durante le improvvisazioni, se ci mettiamo a pensare a cosa suonare, a come reagire a qualcosa che l’altro sta suonando, a che direzione prendere, a chi ci sta ascoltando in quel momento, da un certo punto di vista stiamo perdendo tempo, ed il presente è già scivolato via. La soluzione è abbandonarci al momento, liberarsi da quella che è la nostra parte razionale, l’io giudicante, lasciar defluire le aspettative e cercare davvero di stare dentro alla musica, nel flusso creativo, poi quello che sarà sarà. Così anche nella vita, spesso sono le aspettative che ci costruiamo che ci impediscono di raggiungere la felicità. Ci poniamo sempre degli obiettivi, che sono nel futuro, ad un miglio di distanza, e pensiamo che poi raggiungendoli saremo felici, ma raggiunto un obiettivo, poi la gioia è effimera e subito ce ne costruiamo un altro da raggiungere e stiamo tutta la vita a rincorrere, a cercare di afferrare qualcosa che ci sfugge. Come pure se non riusciamo a raggiungere questi obiettivi che ci siamo prefissati, ci possiamo sentire infelici, frustrati e pensiamo che il nostro star bene o no, dipenda dal raggiungimento di un determinato stato, sociale, economico, lavorativo. Secondo me dovremmo lasciar perdere le nostre proiezioni e guardarci attorno, dove siamo ora, vivere il presente, che solo il fatto di essere vivi, oggi, è un grande e bellissimo dono.
Davide
Tutto il gruppo ha sposato la filosofia e l’identica emozione emotiva del “Qui e Ora” e in che modo, attraverso quale sintonia e quali dinamiche, sia umane, sia professionali?
Stefano
Ovviamente nell’improvvisazione, lasciarsi andare, abbandonarsi al momento, richiede una preparazione importante, che si ottiene con lo studio e l’esperienza. Come sostiene Kenny Werner, il potersi ‘liberare’ durante le esibizioni, avviene perché in precedenza è stato fatto un lavoro importante e mirato durante la practice individuale, che deve essere scrupolosa. Ci si migliora ogni giorno, in modo da essere preparati per più situazioni possibili e saperle affrontare con una certa maestria, per non doversi trovare a ‘pensare’, ma solo a ‘cantare’, a fare musica. Ed il bello è che siamo ‘Under Construction’ – cito il titolo di un brano dell’album – il viaggio non finisce mai: è bello sentirsi ogni giorno allievi della musica.
Per rispondere alla tua domanda è stato prezioso e facile lavorare con gli altri componenti della band, che sono musicisti preparati, dall’incredibile talento, nonché persone squisite ed interessanti, abbiamo condiviso del tempo a Boston, abitato gli stessi spazi, ascoltato gli stessi concerti, vissuto le stesse stagioni – devo dire che fa molto freddo nel Massachussetts, gli inverni sono molto lunghi – tutto ciò crea delle connessioni che poi inevitabilmente si riflettono nella musica quando si suona insieme.
Davide
Gran parte della vostra sintonia nasce dalle radici comuni nel circuito del Berklee Global Jazz Institute di Boston? Condividete lo stesso background? Qual è la vostra “lingua madre” comune che vi permette di capirvi al volo?
Stefano
Con Milena, Morgan e Roberto ho frequentato per un anno il Berklee Global Jazz Institute di Danilo Perez a Boston; con Milena ci conoscevamo da più tempo, abbiamo fatto lo stesso percorso all’interno del Berklee College of Music, periodo nel quale ho conosciuto anche Avery Logan che era iscritto al New England Conservatory, ma gravitavamo tutti attorno agli stessi locali. Di ognuno di loro mi ha colpito sin da subito la grande personalità che hanno nella musica. Ora ci siamo tutti trasferiti a New York da anni. La nostra ‘lingua madre’ credo sia l’amicizia, il frequentarsi, come dicevo, se si creano delle connessioni tra le persone, se si condivide la vita, poi condividere la musica è una diretta e piacevole conseguenza.
Davide
A proposito di volo: in copertina sei ritratto insieme a una rondine e numerosi ciottoli e sassi, l’una a rappresentare forse il movimento e la libertà (la rondine è simbolo per eccellenza del viaggio seguendo un istinto interiore) e gli altri (i sassi) la terra, la pesantezza, la staticità o l’immutabilità. I tratti gialli che uniscono i sassi e la rondine sembrano fungere da fili conduttori cinetici ed energetici. Come questo disegno riflette il nucleo concettuale del disco?
Stefano
I sassi sono i memoriali dei momenti di vita, li portiamo con noi, li teniamo in tasca, ogni tanto li tiriamo fuori e li guardiamo per ricordarci chi siamo. La rondine mi affascina, vola libera e leggera sopra le nostre teste senza starsi troppo ad affannare, crearsi aspettative, gabbie; potremmo volare anche noi e invece a volte sembriamo delle formichine, dedite solo a guardare giù. Sui tratti gialli ci hai preso, c’è qualcosa che tutto pervade, che muove tutte le cose.
Davide
L’album è profondamente intriso delle relazioni, delle dinamiche e dell’atmosfera del jazz di New York oggi. Risiedi stabilmente nella Grande Mela (nello specifico a Brooklyn?), e questo disco ne riflette l’estetica contemporanea sotto quali aspetti cruciali?
Stefano
Una città come New York offre la possibilità di poter ascoltare una grande quantità di musicisti diversi ed incredibili, di generi differenti, ‘One Mile Away’ è da una parte il risultato di un percorso interiore, di uno spaccato di vita, dall’altra un omaggio a tanti generi di musica e musicisti con cui sono stato in contatto, un omaggio non tanto alla loro estetica, altresì alla loro ricerca creativa, al voler cercare sempre di fare o dire qualcosa di nuovo.
Davide
E Boston, dove avete per altro registrato il disco? New York City (NYC) e Boston sono unite da un importante corridoio accademico e migratorio: attraverso istituzioni d’eccellenza globale (il Berklee College of Music e il New England Conservatory): una volta diplomati, la stragrande maggioranza dei talenti formatisi a Boston si trasferisce a New York per avviare la carriera professionistica. Si può sintetizzare dicendo che Boston è il centro di ricerca e incubazione, accademico e “protetto”, mentre New York, competitiva e commerciale capitale mondiale del jazz, è l’arena energetica della performance e del mercato? Il tuo/vostro disco nasce dunque in un punto di intersezione di questi due mondi?
Stefano
Esattamente. Anche in questo caso hai descritto alla perfezione quello che sono queste due realtà: a Boston si fa ricerca, è il centro dell’incubazione e si è in qualche modo protetti, ossia, non essendo una città che offre molte possibilità dal punto di vista di concerti, sopratutto nei mesi invernali, ci si trova spesso nella propria stanza a comporre, liberi da influenze che possono in qualche modo condizionare la creatività o la scrittura. Come pure ci si trova per giorni e giorni a suonare e sperimentare con gli altri musicisti. Boston è anche, da tradizione, la città dell’avanguardia e della sperimentazione. Ogni anno musicisti che erano abituati a suonare insieme a Boston, si spostano in gruppo a New York, continuano a suonare insieme, e possiamo dire che influenzano, portano qualcosa di nuovo alla scena newyorkese.
New York è la capitale mondiale del jazz, metropoli dall’infinita offerta musicale, ogni sera si può ascoltare qualsiasi genere di musica, a livelli top, che si tratti di jazz tradizionale, jazz moderno, jazz sperimentale, latin jazz: quasi tutti i migliori musicisti vivono e si esibiscono qua. La città trasuda jazz, i newyorkesi ed i turisti amano questa musica ed è possibile trovarla ovunque, dai teatri e dai famosi jazz club, fino a bar, ristoranti, alberghi, nelle stazioni, nelle piazze, nelle strade. È parte fondamentale della cultura della città.
Per quanto riguarda il mio disco, alcuni brani sono stati scritti negli anni a Boston, altri a New York, non so musicalmente quanto possa rappresentare un’intersezione tra le due città, ma geograficamente, almeno per quanto riguarda il mio vissuto, in qualche modo penso possa esserlo.
Davide
Il jazz newyorkese odierno rifiuta le etichette rigide. Come si nota nelle tracce di “One Mile Away”, la tradizione melodica del jazz convive fluidamente con tecniche d’avanguardia ed elementi free. Nei brani per contrabbasso solo, sperimenti per altro l’uso dell’archetto, gli armonici e le manipolazioni elettroniche. Oggi viviamo in un mondo globalizzato, iperconnesso e multiculturale e limitarsi a un solo genere significherebbe negare la propria reale identità e le proprie influenze quotidiane? Perché e in che modo è importante per te il superamento delle “barriere” di genere?
Stefano
L’utilizzo di queste tecniche deriva dall’influenza degli anni che ho trascorso come membro del Ludus Gravis, un ensemble di soli contrabbassi dedito all’esecuzione di musica contemporanea, fondato e capitanato da Daniele Roccato. Sono stati anni preziosi, abbiamo suonato in tutta Europa, inciso vari album, collaborato a stretto contatto con figure storiche della musica quali Stefano Scodanibbio, Sofia Gubaidulina, Terry Riley, Hans Werner Henze, Julio Estrada e soprattutto, per quanto mi riguarda, la vicinanza con Roccato, col suo modo di lavorare (ricordo con piacere interminabili sessioni di prove dalla mattina fino alla mezzanotte, per giorni consecutive) mi ha permesso di entrare a contatto con degli standard di esecuzione e preparazione davvero alti, gli devo molto, sia musicalmente, che umanamente. La traccia ‘Rock-D’ è una mia dedica.
Quest’esperienza mi ha aperto un mondo anche per quanto riguarda le possibilità sonore e timbriche del contrabbasso. I brani in solo che ho inserito nell’album sono risultati di esplorazioni, compiute negli anni.
Per rispondere alla domanda sulle barriere di genere, penso che le etichette alla musica servano più che altro a commercializzarla, ossia dargli degli sbocchi, delle possibilità performative, in quanto ogni tipo di musica ha il suo circuito di luoghi di ascolto: pensiamo ai teatri, agli auditorium per la musica classica, ormai anche per il jazz, ai jazz clubs, ai venue che fanno musica, alle etichette discografiche…la musica è musica, diciamo che le etichette servono più per la fruizione, così chi ascolta, si addentra in un genere e sa dove cercare e trovare qualcosa di simile ai suoi gusti.
Davide
Qul è il tuo mix ideale tra nuovo e tradizione, il punto d’equilibrio dinamico di “innovazione radicata”?
Stefano
Secondo me ogni musicista, ogni artista, in quanto tale, ha la missione di portare qualcosa di nuovo, di aggiungere un tassello, anche infinitesimamente piccolo, a ciò che è stato fatto nella storia fino ad ora. Ciò non si significa che ognuno deve creare per forza un nuovo genere musicale, un nuovo modo di suonare, ogni musicista è diverso ed ha i suoi gusti, la sua personalità, i suoi ascolti, il suo suono, già quando si improvvisa, ogni volta, in ogni assolo si sta compiendo una creazione unica in quel preciso momento, in quel preciso luogo, per cui tanto di cappello. Diciamo che personalmente preferisco chi rischia di fare qualcosa di diverso, di uscire un po’ dal seminato, rispetto al virtuoso che suona ‘Cherokee’ a 320 bpm con frasi preconfezionate. Come pure nella musica classica, c’è chi rimane all’interno di un certo repertorio, di un certo modo di suonare per tutta la vita e c’è chi cerca nuove possibilità sonore.
Ovviamente per innovare, ma anche più semplicemente per essere definiti musicisti, occorre una grande conoscenza dalla tradizione. Nutro grande rispetto per la tradizione, dedico gran parte del mio tempo ad ascoltare, studiare i classici, per capirne il processo sonoro, compositivo, i meccanismi, le intenzioni. Sono innamorato della tradizione in quanto penso che la musica sia un’arte che si tramanda di anno in anno, fatta non solo di suoni in sé, ma anche di contesti, storie, messaggi, significati.
Davide
L’ultima traccia dell’album “One Mile Away”, intitolata espressamente “RAGA (Perspective Of The Things That Slowly Move Over A Different Time)”, passa dal tempo lineare e pulsante del groove a un tempo interiore e meditativo per concentrarsi sul respiro interno del suono. Questo brano crea un ponte concettuale e strutturale con il Raga della musica classica indiana e in che modo?
Stefano
Non sono assolutamente un esperto di musica indiana, non conosco le sue regole e non me ne vogliano gli addetti al settore per il titolo che ho dato al brano. Da ascoltatore ‘ignorante’, del raga mi affascinano la lentezza e la pazienza con cui si evolvono il canto, le pause, l’aspetto meditativo, la positività che trasmette. Ho voluto creare un piccolo omaggio sonoro a questa musica.
Davide
Di solito chiedo cosa seguirà, ma forse stonerebbe troppo in questa occasione col “qui e ora”… Dunque, rimanendo nel raggio del futuro più prossimo, cosa seguirà a un miglio di distanza?
Stefano
Spero respirare, suonare, ascoltare musica, ascoltare voci, guardare occhi, guardare sorrisi, stringere mani, respirare…
Davide
Grazie e à suivre
Stefano
Grazie a te.