
Con “Picture #2”, il trio salentino Yugen consegna il secondo capitolo di un progetto sonoro che si muove con rara coerenza tra jazz contemporaneo, texture elettroniche e composizione per immagini. Nove composizioni costruiscono un paesaggio interiore che si dispiega lentamente, per accumulo e sottrazione, lasciando emergere la tensione prima che arrivi la risoluzione, quando arriva. Le armonie abitano la resistenza come si abita un silenzio che non chiede di essere riempito. Non cercano uscita, cercano profondità. La melodia ha la forma delle cose incomplete: non vuole essere ricordata ma sentita. La pulsazione non spinge ma tiene, porta tutto con sé senza fretta. Il piano di Katya Fiorentino è asciutto centro di gravità in cui ogni nota è scelta per quello che lascia fuori e ogni accordo apre uno spazio e lo custodisce senza occuparlo. La sezione ritmica di Stefano Compagnone al basso e Maurizio De Tommasi alla batteria ibrida plasma cicli ritmici che si chiudono su sé stessi, pattern che mutano dall’interno senza mai rompere la coerenza dell’insieme.
“Picture #2” porta la firma produttiva di Valerio Daniele e si arricchisce della chitarra classica di Alessandro Dell’Anna nel secondo brano. Il titolo, domanda visiva prima ancora che musicale, non è una risposta al disco precedente: è la domanda successiva.
Katya Fiorentino (pianoforte, synth, Rhodes), Stefano Compagnone (basso) e Maurizio De Tommasi (batteria e live electronic)
Intervista
Davide
Buongiorno Katya. Vorrei partire dal legame tra la vostra produzione passata e il presente. Cosa continua e cosa evolve “Picture #2” rispetto al vostro precedente esordio ‘Tears and light’ del 2023?
Katya
Buongiorno a te, Davide.
La prima cosa che tengo a dire è che Yugen è un percorso, un percorso fatto di ricerca costante di immagini sonore vere e proprie, che si sviluppano e si evolvono fra spazi e silenzi. Questo processo creativo, iniziato con “Tears and Light”, ha visto in questo secondo lavoro delle scelte più mirate e più focalizzate sulla varietà della composizione e del suono, e possiamo dire che la vera evoluzione abbia riguardato soprattutto il processo di lavorazione e maturazione dei brani e, naturalmente, anche della band.
Davide
Il titolo dell’album presenta il numero due preceduto dal simbolo grafico del cancelletto (#). Oltre al richiamo immediato ai metadati digitali, per chi mastica la musica questo segno rappresenta il diesis: l’alterazione che alza l’altezza della nota naturale di un semitono, indicando uno spostamento al livello immediatamente successivo. C’è la volontà intenzionale di usare questo titolo come metafora di un ‘innalzamento’ o di uno spostamento in avanti delle vostre frequenze e della vostra urgenza espressiva? Com’è nata l’idea di questa doppia chiave di lettura?
Maurizio
Questo titolo nasce dall’esigenza di proseguire il percorso di cui parlavamo prima, sviluppando e dando continuità al disco precedente in cui è contenuto il brano “Picture#1”; quindi la risposta è sì, c’è stata da parte nostra un’intenzione ben precisa. Il nostro concetto di “Picture” scaturisce dalla volontà di lasciare all’ascoltatore la possibilità di creare, attraverso l’ascolto, una sua immagine personale non necessariamente ispirata dal titolo e che, altresì, può cambiare ad ogni ascolto.
Davide
Il nome stesso che avete scelto per il trio apre uno scenario culturale immenso. Deriva infatti dalla parola giapponese ‘yūgen’ (幽玄), un termine che racchiude in sé il significato di mistero, grazia e profondità ineffabili. Questo concetto, oltre a essere un canone estetico fondamentale del teatro nō, è un tratto distintivo della poesia del periodo Kamakura, sovente legato al mondo naturale, alla sua bellezza o al sentimento amoroso non corrisposto vissuto in solitudine. In che modo questa suggestione così stratificata e legata all’evocazione dell’invisibile si traduce nella vostra musica? Qual è la filosofia e quale il canone estetico che guida il trio Yugen?
Stefano
La nostra filosofia l’hai citata tu stesso parlando di suggestione stratificata; praticamente la nostra modalità di lavoro.
Ogni brano infatti nasce da un’idea, da una cellula melodica o ritmica che nel tempo si trasforma, sedimenta, stratifica appunto, cambia e scompare e a volte ritorna, forse.
Non c’è un canone estetico prestabilito, c’è una sensazione che fa da guida e che, come tutto ciò che è ineffabile, non si può tradurre in parole.
Questo il motivo che ci ha spinti a scegliere questo nome per la band: la necessità di non cercare una spiegazione, lasciando che fosse la musica a parlare, attraverso qualsiasi emozione, dubbio, domanda o risposta a cui non dover dare necessariamente un fine.
Davide
Avete dichiarato che “Picture #2” non nasce come una risposta al vostro disco d’esordio, ma come la ‘domanda successiva’. Questa è una bellissima dichiarazione d’intento artistico, perché sposta il focus dalla necessità di dare spiegazioni alla volontà di formulare nuovi dubbi. Qual è, allora, l’interrogativo profondo, l’urgenza o il mistero che avete posto a voi stessi e che ponete ora all’ascoltatore attraverso le note di questo secondo album?
Katya
Io credo che se nella vita avessimo sempre una spiegazione, ci annoieremmo; e porsi costantemente delle domande sia necessario; naturalmente questo avviene anche nella musica che per un compositore è riflesso e continuità della sua vita stessa.
È così che sono stati concepiti i brani di questo album, come una proposta aperta a chiunque voglia lasciare spazio all’immaginazione, alla riflessione o all’imprevedibilità dell’ascolto.
Davide
La dinamica di “Picture #2” si sviluppa lungo un asse estetico preciso, che vive della tensione costante tra il mettere e il togliere. Se l’accumulare definisce la struttura, la sottrazione sembra essere l’atto con cui ne rivelate l’essenza, lasciando la tensione sospesa, senza l’ansia di una risoluzione immediata. Come dialogano in voi queste due forze opposte durante la composizione? Qual è il confine sottile in cui l’atto di aggiungere un suono e quello di sottrarlo smettono di essere semplici scelte tecniche e diventano la ricerca del medesimo equilibrio, la via per dare forma alla bellezza del brano?
Stefano
A dire il vero, nel nostro modo di lavorare, aggiungere e sottrarre non sono mai una questione tecnica fine a sé stessa; di solito siamo guidati da ciò che secondo noi è bello e funziona, semplicemente questo.
Ognuno cerca con il proprio strumento la soluzione migliore per la riuscita del brano e allo stesso tempo ragiona sullo strumento dell’altro come se fosse il proprio, per questo Yugen non ha un leader, ma tre diverse personalità che lavorano per lo stesso obiettivo.
Davide
In questo disegno così geometrico, dove ogni elemento risponde a un preciso equilibrio tra il mettere e il togliere, si inserisce nel secondo brano (‘From the bin to the sunrise’) la chitarra classica di Alessandro Dell’Anna. La scelta di uno strumento così intimo e acustico rappresenta un innesto affascinante. Com’è nata questa collaborazione e in che modo il timbro della chitarra classica ha dialogato con la vostra estetica, per aggiungere una nuova sfumatura di bellezza al paesaggio sonoro dell’album?
Katya
Questa è stata una delle tante bellissime idee del nostro produttore artistico, Valerio Daniele, persona di infinita sensibilità umana e musicale (se proprio vogliamo distinguere le due cose).
Quando ha sentito il brano non ha avuto dubbi: sentiva la chitarra di Alessandro!
Così gli abbiamo proposto questa collaborazione, gli abbiamo consegnato il brano e, senza alcuna indicazione, l’estrema intelligenza e raffinatezza musicale di Alessandro hanno fatto il resto.
Davide
I dischi che torno più frequentemente a riascoltare, anche a distanza di molti anni, sono quelli che non riesco a trattenere nella memoria – penso ad esempio a diversi lavori ambient di Brian Eno – e che, ogni volta, mi suonano come fosse una prima volta, divenendo uno stato mentale. La melodia che ha la forma delle cose incomplete e che non vuole essere ricordata ma sentita è questo? C’è da parte vostra il desiderio cosciente di sfuggire alla memoria lineare dell’ascoltatore per offrirgli, a ogni ascolto, lo stupore di un nuovo primo incontro?
Katya
Sicuramente c’è la volontà di creare qualcosa di bello; poi, che l’effetto ottenuto sia lo stupore di un primo incontro o l’emozione di un ritorno a casa, questo non è importante.
Se ci pensiamo bene, i nostri brani sono costruiti su entrambi i concetti: ci sono infatti molti ostinati che, per definizione, sono come un insediamento, fanno da ancoraggio, creano appartenenza; dall’altra parte, invece, ci sono delle melodie che arrivano e poi fugacemente scompaiono lasciando solo una scia.
Ancora una volta, la scelta è dell’ascoltatore.
Davide
In questo disegno rarefatto di armonie e melodie, che ruolo legante ha la pulsazione ritmica, in che modo il basso e la batteria diventano il collante invisibile e la fisicità che permette al mettere e al togliere di non disperdersi, ma di rimanere uniti all’interno dello stesso stato mentale?
Stefano / Maurizio
Questo processo avviene per un motivo ben preciso: ognuno di noi è compositore, al di là del ruolo ricoperto dallo strumento. In altre parole, non è detto che la batteria sarà sempre ritmica o che il basso farà sempre da collante tra pianoforte e batteria. Ognuno di noi crea melodie e ritmo indipendentemente dal ruolo ‘standard’ assegnato allo strumento.
Davide
Il disco si chiude con una traccia intitolata ‘Petricore’, un termine fortemente legato al profumo inconfondibile della pioggia che cade sul terreno arido, ma mai del tutto arido, sprigionando anche la geosmina, l’ozono e gli oli vegetali. Mentre nella storia della musica è frequente il parallelismo sinestetico tra suoni e colori, è estremamente raro trovarsi di fronte a un tentativo di tradurre musicalmente un odore, un profumo. In che modo avete affrontato questa sfida sensoriale? C’è stata l’intenzione di dare una forma sonora a quella specifica densità dell’aria e della terra, o ‘Petricore’ rappresenta per voi la fine di una siccità espressiva, l’odore di una rinascita?
Katya
Gli odori, così come i sapori, creano una reazione sensoriale che permane a seconda della loro intensità, del grado di piacevolezza e anche del contesto in cui ne facciamo esperienza. Quello che abbiamo provato a fare è stato tradurre in note la sensazione creata, appunto, dal Petricore; come dicevamo prima, ancora una volta l’ineffabilità ha bussato alla nostra porta e così abbiamo lasciato fare alla musica.
Riguardo alla siccità espressiva, non c’è stato nulla di particolarmente rilevante, o per lo meno nulla che non facesse parte di un normale processo letargico e di riposo che deve avvenire tra un disco e l’altro.
Davide
Una delle ragioni per cui continuo ad apprezzare i dischi in formato fisico, oltre a una maggiore qualità del suono fruita nel mio impianto hi-fi, è il fatto di avere ancora tra le mani la copertina, che diviene anch’essa fonte di riflessioni. Guardando l’artwork di ‘Picture #2’, ci si trova davanti a un forte contrasto visivo. Cos’è quella macchia rossa che imbratta un pentagramma vuoto e spezzato? Quale significato si cela dietro questo gesto grafico e come dialoga con il disegno sonoro dell’album?”
Stefano
Innanzitutto, ci teniamo a ricordare che l’immagine di copertina è un’opera di Paola Tundo, arricchita dal lettering di Alessandro Fiorentino: due artisti a cui siamo molto grati.
Per rispondere alla tua domanda, quella macchia rossa è ciò che tu vuoi che sia; è la tua “Picture”, il tuo punto di partenza o di arrivo. Sei tu a scegliere, è lo scopo della title track: un ascolto che genera un’immagine.
Davide
Abbiamo sviscerato la natura di ‘Picture #2’ attraverso la sua filosofia, la sua geometria e la sua profonda componente sensoriale. Ora che questo disegno è compiuto e fissato su traccia, c’è la dimensione del live ad attendervi. Come si trasformano questo stato mentale, questo equilibrio tra mettere e togliere, e la fisicità della pulsazione ritmica quando salite sul palco? Lascerete che la musica trovi nuove forme incomplete attraverso l’improvvisazione o cercherete di custodire rigorosamente la fotografia che avete scattato in studio?
Maurizio
Sembrerà strano ma pur custodendo il lavoro fatto in studio, ogni live risulta comunque sempre diverso; lo è per intenzione, per luogo, per stato d’animo.
La componente improvvisativa è presente, ma non preponderante nel nostro progetto; è sicuramente l’interplay la dimensione che da sempre consideriamo prioritaria e che privilegiamo durante i concerti.
E dobbiamo dire che i riscontri da parte di chi ci ascolta confermano che si tratta di una scelta apprezzata.
Davide
Cos’altro seguirà?
Stefano
Speriamo tanti, tanti concerti!!!
Davide
Grazie e à suivre…