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La carnevalizzazione bachtiniana e il tardomodernismo letterario: il carnevale eccessivo
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Il carnevale non nasce con Rabelais (Творчество Франсуа Рабле и народная культура средневековья и Ренессанса, 1965). Bachtin – forzato dalla visione moderna delle strutture istituzionali come Leviathan o Panopticon – dimentica le due forme occidentali di sovversione antecedente: Διονύσια e Saturnalia. Le Διονύσια, distinte in Διονύσια τὰ ἐν ἄστει (Dionisie urbane ateniesi), Διονύσια τὰ κατ’ ἀγρούς (Dionisie rurali) e Διονυσιακά (rito sovversivo continuo), diventano il centro del teatro (con l’incontro, caduto nel moderno, tra performance dell’attore, cioè ἐπίδειξις, e contro-performance del «pubblico», cioè πάθος o, addirittura, πάθει μάθος eschileo): Euripide, nelle Βάκχαι, scrive: «[…] ὁ δ’ ὄλβιος ὅστις εὐδαίμων τελετὰς/ θεῶν εἰδὼς βίον ἁγνὸν τελεῖ […]» (216/217), dove è felice chi introduca – contro la πόλις e a spese della πόλις- rituali iniziatici dionisiaci, come una sovversione ontologica alla ontologia socio/giuridica del’κόσμος delle πόλεις medesime; Euripide conferma questa sospensione socio/giuridica dell’etica statale (νόμος) attuata dalle Διονυσιακά dichiarando «[…] ὁ Διόνυσος ὃς ἔτ’ ἐν θεοῖς μέγας,/ ὃς τοὺς θρασείς τε καὶ σώφρονας χαίρει […]» (326/327). Platone, nel Φαῖδρος, accoglie e spiega la definizione euripidea, servendosi del concetto di μανία/μαίνομαι, contrario al nucleo etico del κόσμος ellenico, cioè la σωφροσύνη: «[…] ἡ μανία τὸ κάλλιστον ἡμῖν γίγνεται διὰ θείας δόσεως […]» (244a/245a), dove la μανία oltrepassa il λόγος; e, successivamente, distingue μανία μαντική (Apollo), μανία τελεστική (Dioniso), μανία ποιητική (Muse) e μανία ἐρωτική («[…] τέτταρας γὰρ μανίας θείας εἶναι λέγομεν […]») [244d], dove la τελεστική è rito collettivo, socio/giuridico (mai individuale). Aristotele, nella Πολιτικά, introduce un brano molto ambiguo, acquisito dalla musicologia moderna «[…] οἱ γὰρ παθητικοὶ τῶν ἀκουσμάτων πάντες ὑπάρχουσιν […]» (VIII, 1341b/1342a), dove la filosofia maggiormente accorta ha trovato una identità semantica tra ἄκουσμα e ἐνθουσιασμός (avere-dio-dentro con il suono): la μανία di Platone si trasforma in ἐνθουσιασμός aristotelico, col suono, ἄκουσμα, cioè con l’eccesso universale dionisiaco: «[…] συμβαίνει τινὰς τῶν ἀκουόντων καθάπερ ἰατρείαν λαμβάνειν […]» (VIII; 1342b). Per Platone esistono una serie di contrapposizioni, idonee a garantire che la πόλις sopravviva integrando la μανία: νόμος (ordine – identità – controllo – individuo) / μανία (sovversione – ibridazione – eccesso – collettivo); Aristotele, con la sua ontologia realistica, demolisce Platone: la μανία non è una eccezione, è una norma costituzionale distribuita democraticamente, in grado di costruire una tecnologia di stabilità delle emozioni idonea ad evitare eccesso di violenza (χάος). Plutarco, in Moralia, riassume l’idea di carnevalizzazione ellenica: «[…] τὰ Διονυσιακὰ οὐ σιωπῇ τιμᾶται ἀλλὰ βοῇ καὶ γέλωτι […]» (671c), con il riso, col clamore, stigmatizzando Platone e accettando Aristotele. Bachtin riprende, esattamente, la linea aristotelica. Cioè Aristofane: Aristofane è la carnevalizzazione vivente e permanente, l’anti-sovversione della sovversione. Aristofane, nella Λυσιστράτη, sovverte κόσμος e νόμος della πόλις: «[…] οὐ γὰρ ἐῶμεν ἔτι/ τὴν πόλιν ὑμῖν διοικεῖν κακῶς […]» (507/509); e anticipano il grotesque di Rabelais (гротескное тело di Bachtin): «[…] ἐὰν δὲ μὴ ποιῶσιν εἰρήνην,/ οὐδεὶς ἂν ἅψοιτ’ ἡμῶν […]» (149/151). Nelle Βάτραχοι, Aristofane dichiara l’anti-sovversione della sovversione sovversiva: Dioniso stesso afferma «[…] οὐκ ἔγωγ’ ἔφυγον·/ ἀλλ’ ἐσχάτως ἐδειλίασα […]». Aristofane, in Ὄρνιθες, introduce una visione rivoluzionaria, cioè la sovversione/inversione tra πολῖται e οἱ βάρβαροι, con la creazione di una χώρα ininterrotta, utilizzata, nel moderno da Von Gennep, Turner e Jaspers nel concetto di liminalità e da Pozzoni, nel tardo-moderno, col concetto di chorasticità («[…] ἡμεῖς δ’ ἐκ τῆς πόλεως φεύγοντες/ πρὸς ὄρνιθας ἀφικόμεθα […]» [388/390]). Aristofane anticipa Bachtin: riesce ad abbassare il sacro (dis-sacrare), degradare il potere (de-stabilizzare), materializzare l’astratto (anti-ontologizzare) e ridere collettivamente (catartizzare). renarrativizzazione.
I Saturnalia. Orazio, nei sui Sermones, scrive: «[…] Iam dudum ausculto et cupiens tibi dicere servus.[…]‘age, libertate Decembri, quando ita maiores voluerunt, utere; narra. […]» (II,1-6), dove il cives concede al servus lo ius loquendi; e continua «[…] quisnam igitur liber? sapiens sibi qui imperiosus,/ quem neque pauperies neque mors neque vincula terrent […]» (II, 63-65): c’è un’inversione codificata, delimitata, mai socio/giuridica, la libertas Decembri augustea è una libertà senza rivoluzione. Orazio – come Platone- è modello di recuperation imperiale. Seneca, in età neroniana, nelle Epistulae Morales, condanna l’annualizzazione (neroniana) della carnevalizzazione:
«[…] December est mensis, cum maxime civitas sudat. Ius luxuriae publicae datum est. Omnia licent, cum alioquin non liceant […]» (18, 1/2) e «[…] Non tam Saturnalia sunt quam totus hic annus […]» (18, 4); Seneca conservatorizza Platone (λόγος > μανία): «[…] Sapiens solus gaudet sine paenitentia […]» (18, 10), con l’intento – contrario ad orazio- di criticare la strategia carevalizzante dell’imperium neroniano (spettacoli continui – rovesciamento dei ruoli [imperatore/attore, imperatore/cantante – dissoluzione della gravitas – consenso ottenuto tramite seduzione, eccesso, intrattenimento). Tacito, in Annales, riporta un evento scarsamente considerato dalla storiografia: «[…] festis Saturno diebus inter alia aequalium ludicra regnum lusu sortientium evenerat ea sors Neroni […] igitur ceteris diversa […] ubi Britannico iussit exsurgeret progressusque in medium cantum aliquem inciperet […]» (XVIII, 15). Seneca, dopo avere lodato la bonitas del suo discepolo (De Clementia, I,1, 3), critica la strategia (non condannabile come da fonti) della carnevalizzazione dell’imperium neroniano. Dov’è la carnevalizzazione bachtiniana a Roma? Gli Epigrammata (XI e XIV Apophoreta) dell’immenso Marco Valerio Marziale. Aristofane e Marziale: il tardomodernismo letterario. Marziale, negli Epigrammata, scrive: «[…] Iam Saturnalia venerunt, iam ludere licet,/ cum dona ferunt, cum epulas sumere iuvat […]» (XI, 2), «[…] Servus hic est laetus, dominus hic ridet,/ Saturnalia iocosa omnia permittunt […]» (XI,24), «[…] Donum hoc accipe, sed cave ne ridere desinas;/ nam Saturnalia sunt, omnia licent […]» (XIV, 5) o «[…] Hic dominus epistulam accipit, hic servus dona petit,/ iocum Saturnalia regunt […]» (XIV, 20). Marziale attua una critica ritualizzata dell’imperium: inversione sociale – licentia verbale – critica sociale – funzione estetica – coesione sociale: non destabilizza l’imperium reale, anche se il ridere è strategia estetica dei Flavii («[…] Iam sodalis hic est, iam convivium paratum est, epulae et vina laetitiam effundunt […]») [XIV, 12], contro la narrazione neroniana e a favore della renarrativizzazione flavia. La carnevalizzazione romana, aldilà di essere ontologica, è estetica e socio/giuridica.
La carnevalizzazione nel tardo-antico è latente. Bachtin, a torto, inizia a definire la carnevalizzazione del medioevo. Semplicemente Bachtin non conosce la letteratura occidentale. I Goliardi, nei Carmina Goliardica, non introducono niente di significativo, a confronto con Aristofane e Marziale. Nei Carmina Burana: «[…] Vinum, cibus, puella, nec curamus quid sit mors […]», «[…] Tempus edendi, bibendi et ridendi, nec curamus quid sit iudicium […]» o «[…] Clericus errat, nec recte vivit, sed in riso liberatur […]»: il codex Buranus è un disastro di organizzazione, cronologia e dossografia. Non appare nessuna forma di carnevalizzazione nella scolastica e nella neo-scolastica. Bachtin trova terreno fertile nel Decameron: «[…] E cominciò a dire novelle allegre e piacevoli, tutte ridendo e godendo insieme […]» (I,1) (riso), «[…] Calandrino, stolto com’era, fu preso da grande spavento e gli parve che tutto il mondo si rovesciasse attorno a lui […]» (II,5) (inversione socio/giuridica) o «[…] Questi frati, che tanto predicavano virtù, erano presi da cupidigia e inganno, e il popolo rideva di loro […]» (III, 9) (dissacrazione); Boccaccio, unicum, organizzato, nel medioevo (o in transizione verso l’umanesimo?), indica: riso liberatorio e collettivo – inversione simbolica- grottesco corporeo – dissacrazione. Dopo i minori Sacchetti e Fiorentino, è Rabelais a occupare la scena bachtiniana: riso liberatorio collettivo (Aristotele), παρῳδία di gerarchie sociali e religiose (Aristofane), inversione dei ruoli (Marziale). Secondo Bachtin, Gargantua e Pantagruel di Rabelais, incarna le strutture che definisce “carnevalesco” e “realismo grottesco”, sovverte i codici sociali e religiosi con umorismo e satira, esalta emozioni materiali e corporee, crea situazioni grottesche che ridicolizzano la gerarchia e incorpora un riso liberatorio collettivo (Aristofane – Marziale – Boccaccio – Rabelais – Cervantes). La strada del tardomodernismo letterario deve incorporare Aristofane, Marziale, Boccaccio, Rabelais e Cervantes, eliminando ogni errore storiografico bachtiniano. Lipovetsky, in Russian Postmodernist Fiction: Dialogue with Chaos del 1999, neutralizza, col post-moderno filosofico e il tardo-moderno storico la dimensione eversiva della carnevalizzazione bachtiniana: «[…] Bakhtin’s carnivalesque loses its regenerative and utopian dimension in postmodern culture, becoming a structural principle rather than a moment of renewal […]» (II, 47) e «[…] The carnivalesque no longer functions as a force of renewal; it stabilizes chaos by transforming it into a cultural norm […]» (II, 52), Lipovetsky diventa cristallino in Парадоксы постмодернизма del 2008: «[…] Карнавальность в постсоветской культуре перестаёт быть моментом освобождения и становится механизмом адаптации к хаосу […]» (61), dove la carnevalizzazione, ribaltandosi, diviene un meccanismo di adattamento al caos. Post-modernismo e iper-modernismo svuotano il telos bachtiniano. Bauman, in Life in Fragments. Essays in Postmodern Morality del 1995 afferma: «[…] In the postmodern world, festivals no longer stand in opposition to everyday life. The extraordinary has become ordinary, and excess has lost its ritual frame […]» (8) e «[…] What once served as a temporary suspension of order has become a permanent condition. There is no longer a moment of return […]» (23); Žižek, con The Sublime Object of Ideology (1989), «[…] Laughter, irony, and obscene enjoyment are not necessarily subversive; they can function as a supplement that stabilizes power […]» (50) e, con The Plague of Fantasies (1997), «[…] Carnivalesque transgression is often the very form in which ideology reproduces itself […]» (3); Sloterdijk, in Kritik der zynischen Vernunft del 1983, asserisce: «[…] Das Lachen hat seine Unschuld verloren […]» e «[…] Es dient nicht mehr der Befreiung, sondern der Anpassung […]» (40-42); Jameson, come ricorda correttamente Linguaglossa, con Postmodernism, or, The Cultural Logic of Late Capitalism (1991), «[…] Pastiche is imitation without the satirical impulse; it is a blank parody, empty of any transformative irony […]» (16) e «[…] In postmodernism, the carnivalesque is not a mode of liberation, but a stylistic device, a play of surfaces and signs without historical depth […]» (18). Pos-modernismo e iper-modernismo, nella transizione tra moderno e tardo-moderno storici, estremizzano la carnevalizzazione bachtiniana, trasformandola in uno stato ordinary, a permanent condition, that stabilizes power, come a stylistic device che riproduce, all’infinito, l’istituzione consumistica.
Questa visione, con l’ingresso nel tardo-moderno storico, è ribaltata da una serie di autori, che rivalutano la carnevalizzazione bachtiniana. Tijen Tunali, con Humour as political aesthetics in street protests during the political Ice Age in The European Journal of Humour Research (VIII, 2, 2020); Yomna Elsayed, con Egyptian Facebook satire: a post‑Spring carnivalesque in The European Journal of Humour Research (IX, 3, 2021); Yousef Barahmeh, con The collective and individual expressions of humour in social media spaces: insights from the socio‑political context of Jordan after the 2011 Arab Spring in The European Journal of Humour Research, (XII, 2, 2024); Sami Alhasnawi & Raja’a Mizhir Radhi, con Carnivalesque Humour in the 2017 Women’s March Protest Posters Against Trumpism: A Multimodal Discourse Analysis in GEMA Online® Journal of Language Studies (2023); Mustafa Böyük & Güven Necati Büyükbaykal, con Social media carnival in the digital era in Turkish Online Journal of Design Art and Communication, (XIV, 3, 2024); Łukasz Gemziak, con Polyphony and the Carnivalesque in Kyiv in Signs and Society (X, 2, 2022); Nicoletta Vallorani, con Of Carnivalesque, Homosexuality, In‑between Spaces and Border Crossing in De Genere: Rivista di Studi Letterari, Postcoloniali e di Genere (2016).
Nel nuovo contesto del tardomodernismo letterario, Ivan Pozzoni sviluppa una concezione radicalmente nuova della carnevalizzazione bachtiniana. Situato cronologicamente dopo il post-modernismo e l’iper-modernismo, il tardomodernismo si distingue nell’attitudine a iper-estremizzare le dinamiche carnevalesche al fine di destabilizzare la seduttività dei linguaggi del marketing e del consumo. Pozzoni riprende Bachtin e – come nelle Διονυσιακά- lo radicalizza. Il carnevalesco non è sospensione temporanea o divertimento neutrale, è iper-saturazione strategica: i riot-texts vengono trasformati in jingle, canzoni o slogan dissacranti, creando un eccesso che conduce la seduttività del linguaggio consumistico ad implodere. L’obiettivo è destabilizzare; la strategia è affine alla guerrilla communication (Adbusters; The Yes Men; Monochrom; Yes Lab / Yes Men Network; Guerrilla Girls) o alla culture jamming (Mark Dery, con Culture Jamming: Hacking, Slashing, and Sniping in the Empire of Signs del 1993; Days of War, Nights of Love di CrimethInc del 2000; Recipes for Disaster: An Anarchist Cookbook di CrimethInc. Ex‑Workers’ Collective del 2004, Anti-manifesto NeoN-avanguardista del 2016). Pozzoni rappresenta un unicum teorico: sebbene alcuni artisti o gruppi contemporanei (situationisti, culture jammers, neo-avanguardie) utilizzino tattiche simili, nessuno formalizza l’idea di carnevale eccessivo come dispositivo strategico idoneo a far collassare la seduttività consumistica del sistema.