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Versi in Itinere – Roberta Alberti

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L’itinerario de-costruttivo del sé: pragmatica del verso e riconversione ermeneutica in «Versi in Itinere» di Roberta Alberti

Prolegomeni a una pragmatica tardomodernista: il testo come speech act e contro-discorso sociale

L’apparizione del volume “Versi in itinere” di Roberta Alberti (Brigante Editore, 2023) all’interno delle asfittiche dinamiche della micro-editoria contemporanea richiede un radicale superamento delle categorie impressionistiche della critica lirica novecentesca. Per decodificare l’operazione estetica della Alberti è necessario attivare la strumentazione metodologica della critical discourse analysis (CDA) combinata con i postulati della filosofia del linguaggio ordinario e della analytical literary criticism. L’artista, muovendosi in una condizione di rivendicata estraneità accademica, l’autodidattismo inteso come prassi di resistenza, non produce un testo-ornamento, ma deposita sulla pagina una serie di enunciati ad alta densità performativa. Il testo cessa di essere mero veicolo di espressione dell’Io (monologic utterance) per configurarsi come un altoparlante bio-politico, una struttura formale in cui l’istanza comunicativa agisce direttamente sulle strutture sistemiche del dolore. La macro-struttura della silloge, ripartita geometricamente nelle sezioni “Intralci, inciampi e inquietudini” e “Svolta di vita: lacrime, amore”, obbedisce a una logica di riconversione ermeneutica. Sul piano dell’analisi pragmatica, questo passaggio si configura come una transizione da una condizione di alienazione linguistica (communicative alienation) a una rifondazione intersoggettiva del senso operata mediante l’interazione erotica e affettiva.

Meccanismi pragmatici della de-reificazione: il cortocircuito di «Rimossa»

Nel primo segmento dell’opera, l’autrice mappa la de-umanizzazione derivante dall’iper-mediazione tecnologica del tardo capitalismo. Nel componimento “1.7. Rimossa”, assistiamo a un cortocircuito dei meccanismi della pragmatics conversazionale:«Un clic… / Un gesto moderno, / un suono metallico. / Non si chiedono perché? […] Un clic, / e così sia!». Dal punto di vista dell’analisi analitico-linguistica, il termine «clic» agisce come un indexical token che segnala l’irruzione della macchina nell’ordine del discorso. Si assiste a un collasso radicale della cooperative principle di Paul Grice: l’interlocutore virtuale azzera intenzionalmente le massime di Quantità, Qualità, Relazione e Modo attraverso l’atto della rimozione digitale. Questo non è un semplice tropo descrittivo, bensì un illocutionary act di cancellazione esistenziale. Il «clic» produce una conversational implicature nichilista: l’assenza di confronto equivale alla destrutturazione ontologica del soggetto. Vi è un parallelismo filosofico immediato con la Verdinglichung (reificazione) teorizzata da György Lukács, in cui i rapporti tra persone assumono la forma spettrale di rapporti tra cose. Alberti reagisce a questa cancellazione mediante un recupero della dimensione aptica e sensoriale. In “1.8. Buio”, la fallimentare mediazione tecnologica viene superata da un’epistemologia del contatto ravvicinato che richiama il concetto merleau-pontyano di chair (carne): «Con il tocco dei miei polpastrelli / sul tuo viso, riconosco te». Tuttavia, la reificazione imposta dal sistema si esercita con violenza coercitiva sul corpo biologico della donna (body politics). Nel testo “1.22. Segnata”, leggiamo: «Come un feto inerme abbandonato, / cerca asilo, desidera solo / un grembo che l’accolga. […] viola è la sua carne». Sotto il profilo dell’analytical criticism, l’aggettivo cromatico «viola» opera come un dense descriptor (un descrittore denso) che condensa il trauma privato e la violenza strutturale dell’ordine patriarcale. La scomposizione del verso mima la frammentazione psichica dell’Io abusato, collocando l’autrice sulla scia dell’espressionismo tragico della Körperpoesie (poesia del corpo) di Gottfried Benn o delle partiture lacerate di Amelia Rosselli. Il rifiuto delle strutture metriche tradizionali si configura come una forma di linguistic sabotage e di sciopero della forma borghese.

Dialettica dell’eros ed emancipazione semantica

La seconda macro-sezione, “Svolta di vita: lacrime, amore”, avvia la pars construens della silloge, invertendo la traiettoria del disincanto. In “2.1. Vivo d’istanti e d’istinti”, il titolo stesso opera una rottura del tempo lineare e alienato (chronos) per istituire la dimensione qualitativa dell’evento (kairos): «Vivo d’istanti e d’istinti, / di sensazioni e passioni, / di attimi piccoli e immensi». L’instant diventa l’unità di misura pragmatica di una riappropriazione della sovranità esistenziale, evocando l’«attimo immenso» di Friedrich Nietzsche e la Jetztzeit (il tempo-ora) descritta da Walter Benjamin nelle sue tesi filosofiche. Il culmine di questa liberazione biopolitica e semantica si manifesta in “2.21. Attimi d’autunno”, lirica caratterizzata da un’esplicita e rigorosa semantica del corpo carnale: «Piccole vie / si aprono su piazze antiche, / ci accolgono mano nella mano / maestose chiese / che custodiranno, / nella penombra del sacro, / il nostro segreto. / […] l’estasi squarcia / con gemiti il silenzio, / il desiderio irrompe / nei corpi fluttuanti». L’accostamento spaziale e topologico tra lo spazio architettonico ecclesiale («maestose chiese») e l’enunciazione corporea («gemiti») realizza un meccanismo pragmatico di profanazione nell’accezione originaria studiata da Giorgio Agamben. Restituendo l’eros all’uso comune degli esseri umani, la Alberti disinnesca il controllo disciplinare esercitato sulle passioni. Il «morbido cratere di carne» cessa di essere un mero elemento erotico per divenire un locus philosophicus, la soglia materiale in cui si attua la coincidenza degli opposti teorizzata da Georges Bataille nell’analisi dell’erotismo come superamento del limite isolante dell’Io.

Metapoetica della non-rima come Signature Token

Un’analisi analitica accurata del testo non può prescindere da come l’opera rifletta sul proprio statuto di textual commodity (merce testuale) nel mercato culturale contemporaneo. Alberti introduce un elemento di destabilizzazione estetica nel componimento “2.18. Luna”, laddove scrive: «Affido a te i miei versi, / dedicato al mio amato lontano. / Dalla mancanza di rime / saprà che son miei». Questo metatesto esibisce una precisa rilevanza teorica. All’interno dei meccanismi formali, la «mancanza di rime» smette di essere interpretabile come un’imperfezione tecnica – secondo i canoni della formalist criticism di matrice neoclassica- e viene risemantizzata come un signature token, un contrassegno logico di autenticità indissociabile dal soggetto enunciante. È la scelta consapevole di un grado zero della scrittura (écriture au degré zéro) che richiama la «poesia onesta» di Umberto Saba e la riflessione estetica di Theodor W. Adorno sul frammento: l’autenticità dell’opera d’arte contemporanea risiede nella sua rinuncia a una finta e pacificata armonia formale. Infine, in “2.23. Inno alla poesia”, l’autrice formalizza questa riconversione in termini di pragmatica d’azione: «I versi son semi / sparsi dal vento. / […] I versi son spade / dalle punte affilate. / I versi son morte / delle anime dannate». La parola poetica non adempie a una funzione consolatoria, ma assume lo statuto di una performative weapon (un’arma performativa), finalizzata alla recisione delle mistificazioni ideologiche del reale.

Conclusioni: la legittimazione dell’Analytical Criticism

In ultima analisi, “Versi in itinere” rifiuta le forzature esteticizzanti della lirica accademica, e trae proprio da questa paratassi spontanea la sua efficacia pragmatica. La anti-«critica» analitica e tardomodernista rileva nell’opera di Roberta Alberti un rigoroso diario di bordo della guarigione soggettiva. Rinunciando alle calculating strategies del formalismo di maniera, l’autrice restituisce al testo poetico la sua originaria natura di speech act totale: un atto di parola che trasforma l’esperienza vissuta in un dispositivo di liberazione esistenziale e sociale.

 

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