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Intervista con Arthuan Rebis

19 min read

Faerium è il nuovo album in studio del musicista e scrittore Arthuan Rebis (pseudonimo di Alessandro Arturo Cucurnia).

L’opera si configura come un suggestivo concept-album strutturato come un mosaico fiabesco e “mitomagico”. Le sue sonorità fondono elementi pagan folk, musica celtica, melodie medievali ed esoteriche. I brani esplorano foreste ibride, antiche rune del Futhark, simbolismi legati ai tarocchi e leggende letterarie che spaziano da Tom Bombadil al mito elfico di Valinor. L’album, composto da 15 tracce per una durata complessiva di circa 59 minuti, include brani come The Song of Amergin, The Old Forest Dance e Galadloriel (spoken word di Paolo Tofani). La tracklist esplora sonorità pagan folk e celtiche con collaborazioni fisse, tra cui la polistrumentista Alice Petrin e il batterista Nicola Caleo.

Rebis arricchisce il sound con strumenti arcaici quali arpa celtica, nyckelharpa svedese, bouzouki, santur, cornamuse e tamburi sciamanici.

Il progetto è disponibile in formato fisico e digitale su piattaforme come Bandcamp e Spotify.

www.arthuanrebis.com

Precedenti interviste:

https://kultunderground.org/art/39933/ (Sacred Woods)

https://kultunderground.org/art/43731/ (Ballate mitomagiche)

Intervista

Davide

Ciao Alessandro e ben ritrovato su queste pagine. Il tuo percorso artistico e letterario si è sempre distinto per una forte matrice mitopoietica e spirituale. Guardando a ‘Faerium’, quali elementi di profonda continuità narrativa e musicale ritrovi rispetto ai tuoi lavori precedenti, e quali sono invece le novità più radicali – sia a livello di sperimentazione sonora che di esplorazione tematica – che segnano questo nuovo capitolo?

Arthuan

Ciao Davide! La continuità è tracciata da questo termine che mi sono cucito addosso: “folk mitomagico”.

A livello musicale le influenze giungono ancora una volta da diversi generi: con elementi pagani, medievali, bretoni, nordici, ma anche mediterranei, altaici e orientali, con influenze dagli ultimi 50 anni di musica folk-prog-wave, senza dimenticare tutto un lignaggio cantautorale visionario.

A livello tematico i brani radicano nei terreni del mito, del simbolo e della realtà fantastica.

Le novità? “Faerium” è un album più danzante rispetto al precedente. Diversi brani hanno raggiunto una determinata struttura e un certo arrangiamento per avere un maggiore impatto nei live ai festival con Nicola e Alice. Si tratta di un disco strutturalmente più indipendente rispetto ai due predecessori, i quali sono legati ai temi dei due miei romanzi fantastici “Helughèa”.

“Faerium” traccia invece un percorso libero tra epoche, miti e leggende, attraverso una tavolozza di colori che cambia di continuo, servendosi persino del giallo più solare, quello che solitamente incenerisce le creature lunari. Ma a volte è bene passare dalla cenere, come fa la fenice.

Davide

Il termine ‘Faerium’ suona quasi come un affascinante neologismo di fantasia: una parola capace di evocare istantaneamente il regno fatato (‘Faerie’), ma anche di legarsi a concetti più sottili come l’etere, la magia e l’esoterismo. Questo disco si presenta come un fitto intreccio di folk mitomagico, canti ancestrali e simbologie arcaiche. Perché hai scelto proprio questo titolo? Quali sono le idee centrali e collaterali, sia a livello testuale che sonoro, che guidano l’ascoltatore attraverso questa fitta foresta di simboli?

Arthuan

È proprio come dici. “Faerium” rende l’idea di una sorta di grimorio o canzoniere del mondo fatato. Questo neologismo latino restituisce un’estetica miscelante storia e realtà fantastica. Potrebbe quasi essere il nome di un prodotto spagirico per coloro che si sentono un po’ di qua e un po’ di là, e hanno bisogno di camminare leggeri, di danzare, percependo però profonde e forti radici.

Non c’è un filo conduttore preciso questa volta. Ci sono tante porticine che possono spalancare ampi spazi se poi si cerca.

Davide

L’album è un vero e proprio viaggio letterario. In che modo la figura di Tom Bombadil o il simbolismo delle rune del Futhark si sono trasformati in materia musicale durante la composizione?

Arthuan

Tom Bombadil è stato omesso nei film di Peter Jackson, probabilmente perché è troppo potente, surreale e straniante in relazione al main plot del film. Tolkien, però, lo ha inserito appositamente nella prima parte del libro. Tom salva gli Hobbit per ben due volte, li ospita e offre loro una sorta di iniziazione a ciò che li attende.

La costruzione tolkieniana è mitopoieticamente perfetta, la coerenza interna e narrativa sono strabilianti. In tutto ciò Tom è il “Matto” all’ennesima potenza, e dentro di sé ingloba tutte le altre carte, è fanciullo eterno e senex saggio. Egli è immune all’anello e può permettersi di prendersene gioco, lo infila, non gli fa nulla e lo restituisce a Frodo di sua sponte. Tom cammina leggero, danzando e cantando nella Vecchia Foresta, ovvero in un luogo temibile e pieno di rancore. Egli potrebbe emanare la sua forza spirituale e controllare le energie circostanti, come fanno gli Elfi o come fa Sauron, ma non lo fa. Qualcuno (evidentemente ignaro delle lettere dello stesso Tolkien) ha ipotizzato che Tom abbia una natura malvagia, altrimenti il suo ambiente sarebbe endemicamente gioioso e positivo come lui. Nulla di più sbagliato, né di più facile da confutare. Tom infatti accetta ogni cosa per ciò che essa manifesta in un determinato momento; accetta il rancore della foresta e la natura ostile di certi esseri, ma allo stesso tempo cerca di evitare che accadano tragedie.

Chi ha incontrato dei veri Maestri, sa che la leggerezza, l’ironia, la compassione equanime e un po’ di sana follia possono essere palpabili. Gli araldi di queste qualità saltano spesso fuori nei miei libri e nelle mie canzoni.

Riguardo alle Rune del Futhark: in quel caso ho cercato la semplicità, e mi interessava soprattutto un brano che potesse essere coinvolgente ed essenziale. Delle Rune, e di molti altri elementi, ho scritto in maniera approfondita, discorsiva e sincretistica in un saggio ecumenico su musica e mitomagia che spero di pubblicare presto.

Davide

‘Faerium’ vive anche di grandi incontri, come quello con Paolo Tofani o i musicisti che ti accompagnano da tempo. Che tipo di energia e di visione hanno portato questi artisti all’interno del tuo microcosmo fiabesco?

Arthuan

Con Paolo ho vissuto bellissime esperienze dal 2018 al 2022, poi si è trasferito e ora non ci vediamo più molto spesso, ma il legame va al di là, il senso di familiarità fu reciproco da subito. Egli è ancora capace di meravigliarsi davanti a un singolo suono, ed è uno che di suoni ne ha sentiti parecchi. Mantenere questa purezza con il passare del tempo è tutt’altro che semplice per uno sperimentatore che ha fatto la storia della musica assieme a Demetrio Stratos decadi orsono.

Nicola Caleo è un musicista con cui condivido tutti i progetti musicali da un tempo lungo a tal punto da farmi sembrar più vecchio di quanto non sia. Si tratta di un raro caso di persona sempre affidabile sia dal punto di vista personale che professionale. Quando passi così tanti anni con una persona, sul palco, in studio o in viaggio, può crearsi un’intesa telepatica.

Per Alice Petrin spenderei le stesse parole riguardo alla serietà e all’affidabilità. Ha una particolare personalità vocale e sonora. Come me è polistrumentista e cantante, e condividiamo molti strumenti musicali piuttosto inusuali (nyckelharpe, cornamuse etc.). È sempre molto entusiasta nei confronti degli arrangiamenti che le chiedo di suonare, indipendentemente dagli strumenti, e questo arricchisce molto i live. È sempre pronta a imparare cose nuove e mettersi alla prova. Quel fuoco dell’autocritica costante è fondamentale per chi vuole essere un polistrumentista versatile.

“Arthuan Rebis” è una mia manifestazione, nel senso che è un nome che serve a indicizzare le mie “fatiche” di scrittore, compositore, performer, produttore e altro. È il mio nome d’arte, correttamente registrato e tutelato, ma nel momento in cui altri musicisti contribuiscono a realizzare uno spettacolo e suonano con la loro energia, anche loro sono Arthuan Rebis. Così come ne fa parte chiunque viva intimamente le musiche o chiunque entri con l’occhio della mente nei romanzi.

Davide

Viviamo in un’epoca iper-connessa, dominata dall’algoritmo, dalla mercificazione del tempo e da una crescente alienazione tecno-capitalista. In questo scenario di radicale disconnessione dai ritmi biologici della Terra, proporre un’opera dedicata al folk pagano, al mito e alla sacralità della natura assume i contorni di un vero e proprio atto di resistenza. Che valore spirituale e, in qualche modo, intimamente ‘politico’ attribuisci oggi alla riscoperta di questi archetipi? Può la riscoperta di un tempo ciclico, mitico e rituale rappresentare una forma di ecologia della mente e una cura per la frenesia contemporanea?

Arthuan

Quello che suggerisci è stato promosso anche in passato da alcune menti occidentali, ma ora il baratro giganteggia sempre più.

Nello studio uso software vecchi di 10 anni. Chiaramente non c’è ombra di AI in quello che faccio e su questo tema sono intransigente. Fosse per me, la vieterei in tutti i processi creativi e produttivi artistici. È pestilenziale il narcisismo di chi vuole essere un compositore con un click, riempiendo il web di immondizia digitale senz’anima, che talvolta genera persino imbarazzanti e ghiotti profitti.

Fino a tre anni fa quando trovavo un refuso in un mio libro andavo in paranoia, ora ne vado fiero. Idem nella musica.

È facile sentenziare quanto l’AI sia utile se rilegata a fulmineo acceleratore di ricerche, specie quando hai bisogno di trovare noiose e sperdute informazioni tecniche (e ancora non siamo sufficientemente viziati, perché arriveranno i computer quantistici). Ma cosa accade quando la ricerca riguarda aspetti umanistici, artistici o spirituali? Fermiamoci a ragionare su che cosa perdono le nuove generazioni. Che cosa ha reso preziosi i tesori immateriali che abbiamo acquisito? Che cosa nobilita una conoscenza ottenuta? Risposta: lo sforzo e l’energia che abbiamo investito per ottenerle, e ciò alimenta un circolo virtuoso.

Se per ricevere un insegnamento devi cercare libri, viaggiare, conoscere persone, interrogarti e meditare, stai pur certo che riuscirai ad andare più in profondità. Bisogna quindi educare al non abuso dell’AI, e al valore dello sforzo. Non a caso Buddha parla di “sforzo gioioso” come una di sei qualità essenziali.

Un artista oggi dovrebbe rimettere l’essere umano al centro, al centro in una narrazione che non dovrebbe essere antropocentrica.

L’uomo senza qualità, protagonista della nostra epoca, pensa di essere autore con qualche riga di script, pensa di essere scrittore con dei copia e incolla, mentre dilaga l’invidia nei confronti di chi sviluppa faticosamente capacità autentiche che sono frutto di anni di sacrifici.

Vieni spinto sopra solo se sei una scimmia da circo che mostra culo o pettorali, o un ripetitore sintonizzato su radio ordine mondiale, e siamo tutti complici.

C’è un consumo usa e getta di tutto. Chi dovrebbe governare e preoccuparsi dell’evoluzione in realtà tratta gli esseri umani come vacche da spremere, sfruttare, controllare e infine macellare. E io sarei per lasciare libere anche le zanzare, figuriamoci le vacche.

Il tempo ciclico-mitico ci indica una via d’uscita. L’utopia è una stella che è possibile raggiungere. Il fatto che non ci siano le condizioni per raggiungerla adesso non la rende irreale. Se l’umanità intera impegnasse anche solo quindici minuti di meditazione al giorno pensando a quanto sarebbe utile – in termini evoluzionistici – mettere le ali e imparare a volare, prima o poi alla nostra specie spunterebbero le ali. Se altresì impegnassimo altri quindici minuti meditando sulla necessità di costruire un mondo libero da ogni tossicità, l’effetto sarebbe presto o tardi miracoloso. La mente è parte fondante dell’ambiente.

Questi temi scottano nel mio secondo romanzo “Il Guardiano Alato”.

I valori spirituali dovrebbero essere la base di ogni civiltà, e non hanno niente a che vedere con il teismo o l’ateismo, ma con l’etica, la logica, la compassione e la saggezza. Queste dovrebbero essere le basilari competenze di chi rappresenta il popolo.

Osservare un cielo stellato, pensando alla ciclicità del tempo, può aiutarci a non trattenere emozioni negative e ad espandere la nostra visione. La civiltà è dolorosamente incivile, ma è possibile tenere gli occhi e cuore aperti senza farsi travolgere. Andate a leggere gli studi sul paradosso dell’empatia e su un tipo specifico di meditazione che può cambiare le nostre reazioni, questi studi hanno coinvolto l’ex genetista e attuale monaco Matthieu Ricard e la neuroscienziata Tania Singer.

Davide

In ‘Faerium’ assistiamo a un vero e proprio tripudio di strumenti della tradizione più antica e arcaica: l’arpa celtica suonata con le unghie, la nyckelharpa svedese con accordature personalizzate, il bouzouki, i flauti cinesi hulusi, la piva emiliana e i tamburi sciamanici. In un’epoca musicale satura di campionamenti digitali, intelligenze artificiali e di “suoni senza suonatori”, la scelta di un disco rigorosamente suonato e artigianale ha un impatto fortissimo. Come avviene il tuo dialogo fisico e intimo con questi strumenti così diversi? C’è una dimensione rituale e magari ‘terapeutica’ nel risvegliare e far convivere anime sonore nate in epoche e latitudini così distanti?

Arthuan

Ho trascorso anni sugli strumenti, con dedizione, entusiasmo e sacrificio; come qualunque musicista veramente appassionato fa.

Io non sono contrario ai campionamenti digitali, o alla tecnologia, me ne servo continuamente. Dal vivo, in Trio, ci serviamo di backing tracks con dei bassi e alcune percussioni ausiliari, perché al momento non posso permettermi altri musicisti. Ma davanti al pubblico ci siamo io e Alice che ci “smezziamo” 14 strumenti suonati live, complicandoci la vita con dozzine di tecniche vocali, più Nicola che smazza su 11 pads e timpano, gestendo spesso anche un synth.

La tecnologia dovrebbe essere al servizio dell’artista/artigiano: un’estensione onesta della sua espressività, senza mai sostituirlo davvero.

L’AI è troppo oltre per l’uso che viene pubblicizzato. È uno strumento dato in pasto alla massa (in realtà è la massa che è data il pasto dell’AI) nel tentativo, tra le varie, di sradicare ancora una volta l’incontrollabile e l’irrazionale.

La resistenza e la ribellione sono parte di un’artista e viceversa. Il pensiero critico è interdipendente rispetto alla capacità di elaborare creativamente. Mi pare che si voglia sradicare un certo modo di essere artisti: il modo. I danni sono e saranno pesanti, ma ci sarà chi andrà controcorrente perché questo è il nostro karma collettivo.

Davide

Ascoltando la complessità architettonica dei tuoi brani, viene in mente la figura di un gigante del polistrumentismo come Mike Oldfield, che nel segreto dello studio amava stratificare decine di anime sonore, suonandole quasi tutte da solo per dare vita a sinfonie senza tempo. Ritrovi un’affinità spirituale e metodologica con questo modo “totale” e solitario di concepire la creazione musicale? C’è un pizzico di quella stessa attitudine alchemica nel tuo plasmare la materia folk e mitologica nei tuoi lavori?

Arthuan

Mi ci ritrovo perfettamente, e naturalmente apprezzo molto Mike Oldfield.

Quando scrivo un libro o registro un album ho bisogno di solitudine. Trascorro le ore in studio in uno stato di trance lavorativa, e finché non raggiungo il punto prefisso non torno a casa, mi dimentico del mangiare e non vado a dormire. Così passano molte, molte ore.

A volte è uno stato meditativo, perché c’è una concentrazione univoca sui suoni, mantenuta per molto tempo, con una mente che disegna il presente da una visione futura. Anche la pittura, la scultura e la scrittura offrono un’esperienza simile, quindi è proprio il potenziale meditativo dell’arte.

Riguardo alla solitudine (quella bella) e al silenzio: sono due cose per me importanti, anche nella vita quotidiana. Ma vorrei spezzare una lancia anche nei confronti della noia. Forse risponde alla domanda che spesso mi fanno: come fai ad essere così creativo? Sei connesso con altri mondi?

Nelle grigie periferie degli anni 60’,70’,80’, sono nati movimenti artistici importanti.

Da bambino sono cresciuto in una campagna molto modesta, la meraviglia bisognava cercarla con molta fede, e ciò che avrei voluto vedere ho iniziato a proiettarlo consapevolmente con l’immaginazione. L’immaginazione potenzia la bellezza di un luogo o di una condizione. È una cosa che facciamo continuamente senza rendercene conto, e non solo quando siamo presi da un trip ormonale passeggero.

Quando poi, tu bambino, da una campagna molto modesta ti ritrovi finalmente in una natura magnifica come quella del Monte Bianco, con scorci magari simili a quelli dei tuoi sogni, dapprima impari ad apprezzarla più di chi ci vive (perché l’immaginazione creativa non si arresta nemmeno lì), ma poi col tempo riconosci l’importanza della noia e dell’ordinario. La fantasia può diventare uno strumento di consapevolezza che livella le esperienze e che ci fa vivere più radicati insegnandoci cosa non è la realtà.

Davide

Accanto all’incredibile varietà di strumenti antichi, c’è un altro elemento fortemente identitario nella tua musica: l’uso delle lingue. In passato hai cantato in italiano, inglese, antico nordico, greco, ma anche in lingue immaginarie come l’elfico e lo Heludin, da te inventato. In ‘Faerium’, come hai orchestrato questa polifonia o alchimia di lingue? Che ruolo gioca il codice linguistico nel veicolare l’atmosfera magico-rituale dei brani e nel dialogare con la dimensione invisibile del suono?

Arthuan

Il disco inizia con “The Song of Amergin”, un poema in antico-irlandese che ho messo in musica. Rappresenta l’invocazione rituale di Amergin nel momento in cui i Gaeli sbarcano sull’isola. Attraverso una sequenza di identificazioni egli proclama e manifesta la propria partecipazione alle forze cosmiche e sancisce simbolicamente l’ingresso del suo popolo nella nuova terra con un preciso atto mitomagico-giuridico, insomma, ci sono vari livelli di lettura. Per la corretta pronuncia mi sono affidato a Jacopo Bisagni, professore all’Università di Galway (School of Languages, Literatures and Cultures), il quale è anche un eccellente suonatore di cornamuse. Mi ha aiutato anche con il gallese.

Per il resto, mi sono arrangiato come ho potuto. Ho una passione per i valori ancestrali delle sillabe.

Tracciare relazioni tra elementi di varie categorie della natura è una sorta di automatismo.

Davide

Hai dichiarato di studiare e approcciare la musica in modo individuale e non accademico, definendo a volte il tuo metodo quasi ‘diligentemente anarchico’. Questo ti permette di piegare gli strumenti storici alle tue personali esigenze espressive – modificando accordature tradizionali o usando tecniche non convenzionali – liberi da dogmi filologici. Quali sono i vantaggi creativi di questo ‘disapprendimento’ sistematico? Credi che l’assenza di sovrastrutture accademiche sia stata la chiave per preservare la purezza, l’istinto e la magia primordiale che caratterizzano i tuoi brani?

Arthuan

Mi sono probabilmente espresso male. Sono diligentemente anarchico nella musica, ma anarchia, diligenza e autodisciplina sono sinergiche: conosci le regole del gioco, altrimenti non puoi migliorarle né indossarle in modo dinamico.

Non rinnego la mia base accademica, sono grato ai miei studi di armonia e contrappunto. Sempre a favore della noia: ho analizzato armonicamente tutte le partiture di Puccini: “Quanto me so’ rotto li cojoni in vita mia” come disse il Marchese Del Grillo quando si stupirono che avesse letto Voltaire. Scherzo, ovviamente!

I miei studi accademici e le mie esperienze e ricerche personali sono confluiti già ai tempi della mia tesi di Laurea, pubblicata nel 2013 da Agorà & Co, per la collana “Lo Specchio di Dioniso”. Il libro in questione è “Musica e Sapienza, antiche tradizioni musicali e spiritualità”.

La tradizione è fondamentale, ed è sia scritta che orale. La tradizione è fatta da tanti individui che l’hanno arricchita, adattata, rivoluzionata, difesa o conservata.

La conoscenza accademica è importante, ci sono state le accademie pitagoriche e bardiche, quindi ben venga il rigore accademico se dinamico e vivo. Però a mio avviso conta altrettanto il “rigore intuitivo”. Sono entrambi motori evolutivi importanti. Ci sono geni che mettono insieme entrambe le vie. Poi chiaramente emergono i casi di fenomeni spontaneamente manifesti, ma chi ci dice che in una vita precedente Jimi Hendrix non fosse un Kapellmeister?

A me sembra più inverosimile il fatto che dal nulla nasca un genio della musica, quando ogni altro fenomeno nell’universo ha una continuità con cause simili o contrarie.

Davide

Nella tua visione, lo strumento musicale smette di essere un mero oggetto inanimato di legno o metallo e si rivela come una vera e propria entità vivente, dotata di memoria e di spirito, che richiede di essere ‘risvegliata e onorata’ prima ancora di essere suonata. Questo ci riporta direttamente all’origine magica, teurgica e terapeutica del suono, capace di farsi ponte vibrazionale tra il visibile e l’invisibile. Come avviene, nella tua pratica quotidiana, questo rito di accoglienza e risveglio dello strumento? E in che modo la materia fisica del suono riesce, secondo te, a modificare lo stato di coscienza di chi ascolta, aprendo varchi verso altre dimensioni dell’essere?

Arthuan

Certamente chi ha un po’ di medianicità, se vuole, riesce a stabilire una connessione psichica con oggetti, elementi e ambienti. Dare un nome segreto allo strumento musicale era una cosa normale in certi luoghi e certe epoche. Studiando etnomusicologia possiamo constatare che ad esempio i tamburi sciamanici sono animati dagli spiriti animali connessi alle pelli usate, e dai geni di una tale specie. Io non sono specista, e non mangio animali da 20 anni, quindi oggigiorno preferirei che fossero usate pelli di animali morti naturalmente (anche se le pelli sintetiche sono più affidabili se dobbiamo mantenere una tonalità indipendentemente dall’umidità).

In certe tradizioni venivano usate persino pelli umane per fare certi tamburi, e in certi casi non erano pelli di santi, ma di assassini o ladri deceduti. Uno potrebbe dire “che barbarie satanista”, o pensare che fosse una sorta di punizione, ma è il contrario: una raffinata e compassionevole tecnica di trasformazione mentale. Il fine non era solo di far accumulare crediti positivi a quelle anime “dannate” che contribuivano ai posteri con il loro ex corpo a un’azione virtuosa, ma anche quello di trasformare la propria mente durante il rituale, espandendo una compassione discriminante in favore di una “universale” e non dualistica.

In molte culture antiche gli animali che riciclano e spazzano via i nostri resti fisici sono considerati esseri nobili, anche perché simboleggiano un atteggiamento che tutti dovremmo adottare; pensiamo ai grifoni e agli avvoltoi himalayani.

Il corpo ospita la coscienza assieme a molti altri fattori elementali ed energetici.

Secondo certe visioni tutti i fenomeni sono popolati da spiriti, e in queste culture ciò è la normalità.

Tutti gli spiriti vengono però indicati come prodotti dalla mente, come lo sono tutte le visioni della realtà che abbiamo. Ciò non fa che nobilitare il potenziale della nostra immaginazione.

Il suono è fatto di codici oltreumani che sono alla base di un linguaggio umano (la musica) che arriva direttamente a quella che viene intesa come anima, bypassando l’elaborazione razionale e concettuale. Il potenziale è quindi enorme.

Le distanze tra i suoni e le armonie sono sostenute dalle frequenze, ma ciò che fa davvero la differenza è la mente di chi ascolta. La nostra mente può sacralizzare o dissacrare ogni cosa, ovunque e sempre.

Davide

La copertina di ‘Faerium’ è un vero e proprio quadro vivente che cattura lo sguardo. L’uso dei drappeggi scuri e cremisi, la penombra caravaggesca e la ricchezza materica dei costumi richiamano fortemente l’iconografia tardo-medievale e l’allegorismo rinascimentale. Al centro della scena spiccano elementi dal profondo valore simbolico: le maschere teriomorfe (animalesche), i tarocchi sparsi a terra, la clessidra e gli strumenti musicali che sembrano quasi reliquie. Come è nata la composizione di questa immagine e in che modo questo preciso immaginario visivo riflette il sincretismo culturale e magico dell’intero album?

Arthuan

Per il Solstizio d’Inverno ho scritto un breve spettacolo di varietà, e chiamato questo genere “Cabaret Mitomagico”, lo replicheremo in agosto (con Angelo Tonelli e Alice Petrin) a Trieste. All’interno ci sono narrazioni surrealiste, simboliste, il sublime e il goliardico-grottesco. Ci sono musiche che saltano dal medioevo norreno a Jacques Brel (le mia versione di “Amsterdam” è stata apprezzata anche da una grande interprete di quel brano, Stefania D’Alterio), mentre faccio anche il ventriloquo. Queste cose sono confluite in “Faerium” e nell’idea della composizione della copertina.

D’altro canto, l’amicizia con la fotografa Paola Luciani è stata importante. L’ho conosciuta grazie all’amico Davide Lazzaroni, che tra le tante cose è anche conduttore radiofonico. Paola prima dei set fotografici ascolta sempre il mio brano “Il Matto e il suo Scettro” per entrare in uno stato mentale favorevole. Ma la sintonia va al di là di questo. Il suo stile “Luce Rembrandt” rappresenta per me un realismo mitomagico che va controcorrente rispetto alla contemporaneità. C’è pochissima postproduzione, in molti casi zero. È tutto artigianale. C’è l’occhio di una donna, la cui mano si serve di strumenti tecnologici a regola d’arte.

Davide

Per concludere questo nostro splendido viaggio all’interno di ‘Faerium’, vorrei portarti su un piano squisitamente filosofico ed esistenziale. Al di là dei generi, delle etichette o del virtuosismo tecnico fine a se stesso, che cosa definisce per te la ‘buona’ o la ‘cattiva’ musica? Esiste una linea di demarcazione sottile, forse legata all’intenzione, all’onestà intellettuale o alla capacità del suono di curare o, al contrario, di manipolare e anestetizzare l’anima di chi ascolta? In questo senso, qual è il tuo intento creativo più profondo nei confronti di chi si pone in ascolto delle tue tracce? Quale tipo di risveglio, di spazio interiore o di rifugio sottile speri di spalancare nel cuore del tuo pubblico?

Arthuan

Ci possono essere dei brani che hanno un preciso intento comunicativo di tipo spirituale o etico (penso a “Canzone della Via” nell’ultimo album, che aspira a rivolgersi tanto a un bambino quanto a un iniziato). A volte una musica nasce per curare qualcosa. Altre volte un artista non si rivolge a nessuno e nemmeno a sé stesso, perché sé stesso finalmente sembra dissolversi; altre ancora si rivolge a qualcosa che non è umano. In certi casi invece è solo un compromesso per poter muovere delle energie più terrene, per danzare, e non c’è nulla di male nel mescolare tutte queste cose.

Se non fai brani movimentati non suoni a certi festival, ad esempio. Quindi c’è sempre un compromesso, anche quando fai l’artista indipendente, autonomo e controcorrente.

Se parliamo di intenti formativi, di visione filosofica, devo dire che questi sono ancora più importanti nei miei romanzi. In quei casi sono gli insegnamenti che ho ricevuto ad accendere le stelle e a risolvere le trame. Quindi spero che sempre più persone possano leggerli.

Anche se è fantasia, la chiamo realtà fantastica quando le esperienze della lettura o dell’ascolto offrono qualcosa di prezioso o utile.

Davide

Cosa seguirà?

Arthuan

Non ne ho idea, i progetti sono molti, ma molto incerti, in questo momento cerco quindi di non avere aspettative. Grazie della bella intervista.

Davide

Grazie e à suivre…

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