
Si chiama Satori il nuovo album degli Psoas, uscito ad aprile 2026 su cd e digitale per l’etichetta Aut Records.
La musica come necessità di autocura. In questo nuovo album, gli Psoas consolidano un percorso che affonda nelle esperienze di musica condivise. Un’affinità che li spinge a cercare il proprio suono senza modalità preconcette.
All’uscita dell’album sono stati previsti i primi concerti di presentazione: il 16 aprile al Libero Pensiero di Lecco, il 17 aprile alla Cascina nascosta di Milano, il 18 aprile allo Scenario jazz cafè di Verbania, il 6 giugno al Novarajazz Festival e il 7 giugno all’Argena di Arezzo.
Formato da Alessio dal Checco al Sax Tenore, Giulio Cuppari alla Chitarra e Giosuè Consiglio alla batteria, Psoas è uno spazio aperto in cui rischio, ascolto e interazione guidano il suono, dando forma a un’identità costruita nel dialogo continuo tra i musicisti.
Un trio che affonda le radici nel jazz contemporaneo, con una miscellanea di suggestioni british-rock, esplorando nuove possibilità compositive e ampliando il proprio linguaggio senza rinunciare a una forte dimensione melodica.
Nelle nove tracce originali che costituiscono Satori, i riff circolari richiamano una dimensione quasi meditativa e si sviluppano attraverso l’interplay, dando vita a un linguaggio originale e in costante trasformazione.
Fin dall’inizio, gli Psoas sono sempre stati affascinati dal potere curativo della musica, sia dal punto di vista fisico, che spirituale. Anche facendo riferimento a trascorsi personali, hanno scelto di far derivare il loro nome da ileopsoas, un muscolo importantissimo che influenza il respiro, collega le gambe al torso e ci fa stare ben dritti e saldi sulle gambe, come alberi.
E proprio come per gli alberi o per i fiori, la storia di Satori nasce nell’oscurità. Quando si pianta un seme il primo grande bivio è all’inizio, sotto la superficie. Esistere, oppure no. Così come un seme buca la terra, così suonando, possiamo trovare la luce e restare in piedi.
Nasce così Satori, che secondo il buddhismo zen significa risveglio, un’illuminazione improvvisa, camminare ancora, e respirare.
Here We Stand – ricordano Alessio, Giulio e Giosuè – è titolo del nostro primo album. Guardando indietro, era come se non avessimo scelta: in quella musica, anche ingenua per certi aspetti, c’era tutta la nostra voglia di nascere. È stato l’inizio del nostro percorso condiviso, viaggiando con la musica, guarendo, imparando e componendo nuovi brani.
Era il 23 gennaio 2023, il concerto di presentazione. Forse quel giorno il germoglio ha bucato la terra.
FORMAZIONE
Alessio dal Checcco, Sax Tenore
Giulio Cuppari, Chitarra
Giosuè Consiglio, batteria
Aut Records AUT151
Registrato da Giovanni Doneda at Atelier Fantasia
Mixato e masterizzato da Guido Block at Lo Studio, Milano.
Artwork di Andrea Giussani e Simone Ciocca 
Gaito Ufficio Stampa e Promozione
Intervista
Davide
Buongiorno Psoas. Cominciamo dal nome che vi siete dati e che deriva dal muscolo ileopsoas ma che inizialmente avrei pensato essere un acronimo. Dunque avete scelto il nome del principale flessore dell’anca, un muscolo fondamentale per camminare, correre e mantenere la postura, ed è anche fortemente connesso al diaframma e al respiro. Per questo nella cultura olistica e nello yoga viene chiamato “il muscolo dell’anima”. Questo nome e questo muscolo racchiude una precisa metafora legata al vostro modo di intendere la musica e il jazz?
Psoas
Si Davide, dici bene. Per fortuna adesso il nome è una metafora, e ci ricorda il significato e il senso che ha per noi comporre e suonare musica insieme. All’inizio invece il nome psoas, o ileopsoas, rimandava anche ad una condizione concreta da affrontare insieme. Quelle cose che all’inizio furono il nostro minaccioso presente, ora sono l’essenza di ciò che suoniamo. Adesso il nome Psoas è davvero solo una metafora, e il ricordo di ciò da cui proveniamo.
Davide
L’atto stesso dell’improvvisazione jazz e della sintonizzazione mentale e corporea tra i diversi membri e strumenti durante l’esecuzione può essere considerato uno strumento di autocura sia fisica che spirituale? Perché la musica come autocura e in che modo?
Psoas
La connessione tra umano e umano è la cura. Specialmente se si tratta di lenire dolori di natura più spirituale che fisica, con la musica si scende in se stessi e ci si prende cura di sé. Ma c’è davvero una netta separazione fra il corpo e lo spirito?
In ogni caso la musica collega tra loro gli umani che la suonano, permettendo una comunicazione profonda, più profonda di quella che è possibile tramite le parole (che pure sono importanti). E in più la musica allarga questa connessione al pubblico.
Davide
Album d’esordio, Satori non è interamente improvvisato, ma si muove continuamente sul confine elastico tra composizioni scritte e totale libertà espressiva. Per suonare jazz d’avanguardia senza schemi rigidi è necessaria un’attenzione assoluta al momento presente? Questa iper-presenza svuota la mente dai pensieri parassiti, simulando uno stato di meditazione profonda? Cos’è per voi l’improvvisazione?
Psoas
Si, essere presenti è forse la cosa più importante e preziosa dell’improvvisare insieme. E se si è davvero presenti i pensieri parassiti, le preoccupazioni, le frustrazioni e i desideri inappagati si fanno da parte e si rivelano per quello che sono: cose futili, che non sono davvero qui.
Improvvisare è permettersi di essere ciò che si è. Forse fragili, di certo imperfetti, ma presenti davvero e insieme.
Davide
All’interno delle strutture scritte, i brani sono dunque concepiti come cornici flessibili in cui si sviluppano ampi spazi di improvvisazione libera e interplay istantaneo. In che modo prendete e condividete i continui “rischi” modificando l’andamento del pezzo in base all’ascolto reciproco, specialmente quando i brani sono destinati a fissarsi in una registrazione?
Psoas
L’aspetto della registrazione è interessante, perché cristallizza qualcosa che per sua natura sarebbe effimero. Non abbiamo mai suonato i nostri brani due volte allo stesso modo, e le variabili sono davvero macroscopiche, dalla velocità alla dinamica di un brano, alla durata e sviluppo delle sezioni, tutto si decide al momento. Le sezioni dei brani sono boe attorno alle quali si naviga a vista.
Se durante le registrazioni in studio facciamo quantomeno in modo di suonare le composizioni dall’inizio alla fine, quando suoniamo dal vivo a volte un brano si interrompe inaspettatamente a metà perché subisce l’incursione di un altro dei nostri pezzi. Suoniamo senza scaletta e a volte i brani si innestano uno dentro l’altro. Più dell’esecuzione perfetta ci interessa vivere il momento.
Davide
Il termine giapponese satori (illuminazione/risveglio) è spesso associato alla musica tramite esperienze meditative. Considerate la vostra musica una forma di meditazione? La scelta della parola zen Satori come titolo del disco risponde a una necessità sia terapeutica sia espressiva ben precisa del trio: rappresenta cioè l’obiettivo non tanto finale, quanto qui e ora, del vostro percorso musicale? Che tipo di esperienza improvvisa di risveglio e illuminazione ricercate attraverso la musica, il suono?
Psoas
Forse la chiave è proprio la ricerca, ricerca di armonia ed equilibrio. Ogni volta che suoniamo ciascuno di noi cerca un equilibrio dentro di sé. Poi si ricerca un equilibrio come gruppo, come se il trio fosse un organismo unico composto di tre parti. E poi si cerca l’armonia con chi sta ad ascoltare, e con la stanza in cui si sta suonando. Ciascuna parte in armonia con ciascuna parte. Così è il risveglio cui tendere.
Davide
Qual è la traccia di “Satori” che più di tutte incarna l’idea di musica come “Satori”, agendo come un vero e proprio esercizio di rilassamento per lo psoas e per la mente, e come accompagnate via via l’ascoltatore dalla prima traccia fino alla title-track finale? Cioè, oltre al percorso di chi ha suonato, come avete poi inteso il percorso per chi poi ascolterà?
Psoas
Il disco preso nel suo insieme è come un viaggio iniziatico, o una sorta di dissestato romanzo di formazione. Ogni brano è un’avventura, un percorso, una fase, e ciascuno tradurrà queste “metafore sonore” secondo la propria sensibilità. Di certo all’inizio del disco, con la traccia “Verde”, si entra in un luogo strano e un po’ allucinato, tra realtà e metafora. Da lì si compie un percorso, a tratti aspro (sentiamo le grida del “Dinosauro”), a volte lento e stralunato (come in “Piccola Preghiera”) e qualche volta allegro (come “Linda”). Per poi tornare alla calma di “Satori”, la traccia finale. Ma questa volta è una calma saggia, che ha imparato qualcosa.
Davide
Il suono puro ci connette a esperienze universali perché agisce su livelli biologici, antropologici ed emotivi che accomunano tutti gli esseri umani, indipendentemente dalla cultura di appartenenza. Inoltre, il suono puro aggira le lingue e la mente razionale e parla direttamente al sistema limbico, l’area del cervello che gestisce le emozioni. In che modo cercate di connettervi a queste risonanze universali per cercare o indurre connessione profonda con qualcosa di più grande del suono stesso e verso cosa?
Psoas
Questa è un’ottima osservazione! L’aspetto del suono è davvero fondamentale proprio perché la massa sonora, il timbro, la vibrazione stessa, sono ciò che più di ogni altra cosa influisce e comunica in modo viscerale. Quando ci troviamo di fronte a un pubblico, il fraseggio e la struttura dei brani sono solo dei mezzi: ciò che tentiamo di fare come gruppo nei confronti del pubblico è trovare un suono unitario e coeso, che comunichi profondamente.
Davide
La copertina, dal punto di vista concettuale e simbolico, è un’opera d’arte digitale legata all’anatomia e all’energia del muscolo ileopsoas. Le forme sinuose, i nastri di tessuto fluttuanti e la struttura organica che si allunga richiamano fortemente la natura flessibile, profonda e fibrosa dei fasci muscolari. I designer hanno fuso l’elemento organico e carnale del corpo umano con forme che evocano petali di fiori in una chiave digitale ed eterea. O così mi è parsa. L’artwork grafico, curato dai designer Andrea Giussani e Simone Ciocca, non è un’illustrazione medica letterale, ma rappresenta un’interpretazione astratta e artistica di questo concetto? O cos’altro?
Psoas
Si, anche la copertina del disco è stata pensata e realizzata con l’idea di comunicare qualcosa. Per Satori, come anche per il nostro primo disco Here We Stand, ci siamo affidati all’occhio visionario di Andrea Giussani, che in questo caso è stato affiancato nel lavoro da Simone Ciocca.
Le tue osservazioni sono corrette: si tratta di un solido tridimensionale con una matericità che rimanda al corpo, e i cui viluppi rappresentano la ricerca contenuta nella musica del disco. Ma la parte del corpo scelta da Andrea non è l’ileopsoas… si tratta dell’interno di un orecchio umano! Tutto un labirinto nascosto in piena vista!
Davide
L’assenza del contrabbasso (o di uno strumento espressamente deputato alle frequenze gravi) priva la band del tradizionale “ancoraggio” ritmico e armonico del jazz. Senza il contrabbasso o il basso elettrico, la chitarra di Giulio Cuppari deve moltiplicare le proprie funzioni e Giosuè Consiglio non si limita a “tenere il tempo” (il classico swinging), ma dipinge lo spazio sonoro. In questa formazione insolita, l’amalgama non è mai statico. Lo stesso sax di Alessio Del Checco è la principale voce narrante, ma a volte anche ritmica. I vostri ruoli sembrano invertirsi continuamente in una sorta di instabilità controllata. L’amalgama ideale in un trio composto da sax, chitarra e batteria si basa dunque sulla fluidità dei ruoli?
Psoas
Si, è vero, in un gruppo così non possiamo permetterci di rimanere relegati ai ruoli tipici del nostro strumento. Ognuno di noi tre contribuisce in egual misura a portare avanti la musica ed è proprio questa la bellezza di suonare in una formazione priva di “fondamenta”. Siamo esposti e responsabilizzati, e per questo ogni cosa che suoniamo ha un peso specifico elevato. Ogni volta che tocchiamo lo strumento dobbiamo tentare di suonare qualcosa di significativo, perché non ci sono forme o stilemi cui appoggiarsi, e questa necessità ci libera.
Davide
Cosa seguirà?
Psoas
Stiamo già pensando a quali saranno i prossimi passi. Ormai conosciamo a fondo i brani di questo disco, e abbiamo grande libertà al loro interno. È ora di lavorare a nuovo materiale, esplorando nuovi equilibri e approcci differenti. Ripetersi non si può e chi si ferma è perduto!
Davide
Grazie e à suivre…