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Intervista con Roberto Bottalico

19 min read

Così è (se vi pare) – A Jazz Poem è il nuovo album del sassofonista e compositore Roberto Bottalico, pubblicato il 17 aprile 2026 per Filibusta Records. Un progetto ambizioso che traduce il pensiero e la poetica di Luigi Pirandello attraverso il linguaggio del jazz, con la partecipazione straordinaria dell’attore Elio Germano nel ruolo del Mago Cotrone.

Insieme al suo quartetto e affiancato da un ensemble di fiati, Roberto Bottalico ha presentato l’album venerdì 17 aprile alla Casa del Jazz di Roma.

Dopo Il Favoloso Mondo Di Wayne Lo Strambo (2022, Filibusta), con questo nuovo lavoro Bottalico traccia una linea continua e coerente nel suo processo creativo, unendo l’immaginifico alla letteratura e alla forza narrativa della musica. Una conduzione che, grazie a un organico ampio e dinamico, offre molteplici soluzioni timbriche e interpretative, tra scrittura e improvvisazione.

Ad attraversare l’intero progetto è la voce di Elio Germano, che nel ruolo del Mago Cotrone diventa guida e presenza drammaturgica, rafforzando il legame tra dimensione teatrale e costruzione musicale e contribuendo in modo determinante alla definizione dell’impianto narrativo dell’opera.

Il progetto si articola in due parti. La prima, “I Giganti della Montagna”, è un poema sinfonico in chiave jazz diviso in tre atti, ispirato all’ultima opera teatrale di Pirandello. La narrazione non segue una linea cronologica, ma si sviluppa attraverso le visioni del Mago Cotrone. La seconda parte, “Le Novelle”, si ispira a tre racconti — La carriola, Una giornata e C’è qualcuno che ride — dove i personaggi si muovono in un equilibrio instabile tra ciò che sono e ciò che appaiono.

In questo intreccio tra parola e suono, tra scrittura musicale e visione teatrale, “Così è (se vi pare) – A Jazz Poem” si configura come un’opera in cui la musica non accompagna il racconto, ma lo genera: uno spazio in cui l’identità si frammenta, la verità si moltiplica e il jazz diventa linguaggio capace di dare forma all’ambiguità del reale.

Roberto Bottalico

Roberto Bottalico (Roma, 1982) è un sassofonista, compositore e arrangiatore attivo nel panorama jazz italiano. Dopo gli studi al Conservatorio “F. Morlacchi” di Perugia, dove si diploma in sassofono, prosegue la formazione presso il Conservatorio “Santa Cecilia” di Roma conseguendo con lode il biennio in sax jazz e successivamente il diploma accademico di II livello in composizione jazz, con lode e menzione d’onore. Nel corso della sua carriera ha collaborato con artisti quali Paolo Fresu, Fabrizio Bosso, Stefano Di Battista, Carmen Consoli e Greg Hutchinson, partecipando a importanti festival e rassegne jazz in tutta Italia.

Formazione

Roberto Bottalico – sax tenore, composizioni
Augusto Creni – chitarra
Alessandro Del Signore – contrabbasso
Massimo Di Cristofaro – batteria
Lewis Saccocci – piano
Tiziano RuggeriGiacomo SerinoDavide Richichi – trombe
Claudio Giusti – sax alto
Igor MarinoNicola Concettini – sax tenore
Davide di PasqualeEugenio Renzetti – trombone
Federico D’Angelo – tuba
Elio Germano – voce (nel ruolo del Mago Cotrone)

Registrato live presso “Abbery Rocchi Studio”
Fonico di ripresa, mix e master: Gianluca Siscaro (Village Recording Studio)
Progetto grafico: Matteo Vagnarelli (Ultrasuoni – a servizio dell’arte)
Illustrazione: Lara Cantafora
Foto: Gianluca Tullio, Flavio Tosti
Etichetta: Filibusta Records – www.filibustarecords.com (FR2607)

Gaito Ufficio Stampa e Promozione

Intervista

Davide

Buongiorno Roberto. Il fulcro concettuale del tuo precedente album era un omaggio all’estro, alla vita e ai principi compositivi del leggendario sassofonista americano Wayne Shorter. Il titolo stesso riprendeva il nomignolo “As weird as Wayne” (strambo come Wayne), affibbiatogli dai compagni di scuola ai tempi del liceo per via del suo carattere da piccolo outsider e della sua attitudine bizzarra. Il disco traduceva in musica un universo immaginario, quasi una fiaba sonora divisa in otto episodi musicali volti a esplorare l’universo interiore di Shorter. Dopo un disco interamente incentrato sulla musica e sulla biografia di un jazzista, come è nato e si è evoluto il tuo processo creativo inserendo la componente letteraria, strutturando interamente le tue composizioni su alcune opere e novelle di Luigi Pirandello?

Roberto

Buongiorno Davide. In realtà, anche il precedente album, “Il favoloso mondo di Wayne lo Strambo”, pur essendo focalizzato sui principi compositivi di Shorter, era già permeato da suggestioni letterarie: penso a personaggi come Porfirij Petrovič di Delitto e castigo o al Dedalus dell’Ulisse di Joyce. La componente letteraria, quindi, c’è sempre stata, ma in questo nuovo lavoro è diventata il nucleo fondante, il centro da cui si muovono tutte le energie.

C’è però un cambio di prospettiva importante. Se nel disco precedente ogni brano descriveva un personaggio che popolava l’universo di Wayne – muovendosi tra atmosfere post-bop – in “Così è se (vi pare) – a jazz poem” l’obiettivo è diverso, più ambizioso. Qui la musica non racconta delle azioni, ma si fa carico di descrivere i concetti, i temi e le vertigini del pensiero di Pirandello. È una visione narrativa che si sviluppa sul piano psicologico ed evocativo, puntando all’emozione pura.

Le scelte melodiche, armoniche, strutturali e gli arrangiamenti si modellano sui singoli episodi, sostenendo lo sviluppo del pensiero pirandelliano. Dal punto di vista creativo, la volontà è stata quella di dare vita a un’opera in cui le idee musicali si muovono e cambiano forma a seconda del contesto in cui si trovano. Spesso queste idee ritornano: ho utilizzato veri e propri stilemi compositivi – quasi dei leitmotiv – per fissare un determinato concetto o una specifica sensazione. Tutto è subordinato a queste cellule melodico-tematiche che si rincorrono tra i brani e passano da uno strumento all’altro. È un vero e proprio scambio di ruoli, un “gioco delle parti” musicale, in cui si insinua, infine, anche la parola scritta.

Davide

Luigi Pirandello mette la “bizzarria” umana al centro esatto di tutta la sua produzione letteraria e teatrale La bizzarria come deviazione dalla norma, “sentimento del contrario” e quell’isolamento dell’outsider che, considerato “pazzo” o “bizzarro” dal mondo esterno è spesso l’unico a vedere la realtà per quella che è. Come hai reso in musica questa visione pirandelliana che sfugge alle omologazioni, muovendoti entro quale personale universo creativo?

Roberto

L’idea principale attorno a cui ruota il disco è proprio la descrizione delle diverse realtà che viviamo contemporaneamente. Per farlo, ho dovuto in un certo senso “imparare a inventare la verità”, sconvolgendo i piani tra reale e onirico. Quando la verità si mescola e si fonde con l’apparenza, con l’immaginazione e con l’illusione, perde la sua rigidità concreta e può finalmente mostrarsi senza il timore di essere respinta dagli “uomini saggi”.

Il tema centrale è inevitabilmente la crisi d’identità: la realtà è al contempo “una e centomila”, esattamente come ognuno di noi è agli occhi degli altri. I personaggi pirandelliani si interrogano costantemente su chi siano davvero, e il risultato è una profonda dissonanza tra la forma esteriore e il nostro io profondo. L’unico mezzo per colmare questo divario emotivo è indossare delle maschere, ma non c’è mai una soluzione positiva: o si raggiunge una consapevolezza tale da far cadere la maschera, e allora si viene etichettati come “pazzi” (penso alla novella La carriola), oppure si va incontro alla totale disintegrazione dell’io, fino alla perdita di coscienza di sé (come in Una giornata).

Per rendere tutto questo in musica, il substrato sonoro doveva essere necessariamente bizzarro e surreale. Ho tradotto questa visione attraverso stratificazioni compositive, sovrapponendo diverse linee melodiche che simboleggiano le varie realtà coesistenti. L’armonia, ad esempio, è volutamente ambigua: non ci sono cadenze standard perché la musica, proprio come la realtà pirandelliana, non deve dare certezze. È un’armonia essa stessa alla ricerca di un’identità. Su questo terreno mobile si muovono cellule melodiche che cambiano forma, si decostruiscono e passano da uno strumento all’altro, come se le voci dei musicisti fossero personaggi in cerca d’autore (e di se stessi).

Senza addentrarmi troppo in tecnicismi, un dettaglio per me fondamentale è stato l’uso dei registri: spesso gli strumenti suonano in tessiture non convenzionali o poco “comode”. Questa scelta crea una sonorità bizzarra, quasi tesa, che evoca acusticamente l’uomo in piena crisi d’identità. Il mio universo creativo si muove quindi in un gioco continuo di rimandi simbolici tra musica e letteratura, dove l’una giustifica e amplifica l’altra.

Davide

Nell’album, Elio Germano dà voce al personaggio chiave de I Giganti della Montagna: il Mago Cotrone, una sorta di deus ex machina, un mago-demiurgo che vive con la sua bizzarra compagnia di reietti in un luogo di confine, al di là della realtà. Cotrone è il “regista” dei sogni, colui che crea illusioni e dà rifugio ai bizzarri. La sua interpretazione funge da vera e propria guida drammaturgica e narrativa all’interno del poema sinfonico jazz. La scelta di Elio Germano come magnetica voce narrante in Così è (se vi pare) – A Jazz Poem (2026) probabilmente non è casuale, ma legata a una precisa affinità artistica e alla sua consolidata esperienza con l’universo di Luigi Pirandello?

Roberto

Il ruolo di Elio Germano all’interno del disco è assolutamente fondamentale: attraverso le immagini poetiche ed evocative che plasma interpretando il Mago Cotrone, Elio fa da vero e proprio collante all’intera opera. Non racconta ciò che accade, ma interpreta frammenti del testo pirandelliano che reputo cruciali per dare un senso profondo ai concetti, alle immagini e alle emozioni che la musica vuole esprimere. La sua voce rafforza questi concetti, li puntella e li enfatizza, muovendosi spesso a cavallo tra le diverse sezioni dell’album proprio per garantire una linea guida e una continuità drammaturgica.

La scelta di Elio Germano è legata sicuramente alla sua consolidata esperienza con l’universo pirandelliano, ma c’è un motivo ancora più profondo e specifico. Avevo bisogno di un attore che possedesse una spiccata sensibilità musicale e ritmica. Elio ha dimostrato una capacità straordinaria in questo senso: in diversi momenti si è trovato a improvvisare partendo da pochissime frasi, assecondando l’andamento del flusso sonoro come se la sua voce fosse uno strumento aggiunto. Infine, non va trascurato l’aspetto etico e progettuale: “Così è se (vi pare) – a jazz poem” è un’operazione di divulgazione culturale di un certo spessore, un tipo di approccio all’arte e alla condivisione che so essere molto caro a Elio.

E poi sono un suo grande fan , è un attore stratosferico e speravo di riuscire a coinvolgerlo in questo progetto, pur non conoscendolo personalmente prima.

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Davide

Il primo cd è intitolato ai “Giganti della Montagna”, e si basa dunque sul dramma incompiuto di Pirandello. Perché hai scelto questo testo in particolare? Qual è il tuo personale “mito dell’arte”? Chi sono tuoi “Giganti della Montagna”?

Roberto

Ho scelto I Giganti della Montagna perché ero affascinato dall’idea di tradurre in musica le sue atmosfere così oniriche e surreali. In questo dramma incompiuto le tematiche pirandelliane dell’identità e della maschera emergono con una forza dirompente – basti pensare alla celebre frase: “Ognuno di noi non è nel corpo che l’altro ci vede”. Volevo esplorare musicalmente il potere dell’immaginazione intesa come vera e propria scelta di vita, evocando l’idea che “Le figure non sono inventate da noi, sono un desiderio dei nostri stessi occhi”. Mi interessava molto anche il contrasto intrinseco all’opera: tutto nasce dall’immaginazione, ma tutto si scontra con la fine dell’illusione. Il dramma si interrompe con la sconfitta della poesia e della bellezza (rappresentate dalla contessa Ilse) per mano di un mondo dominato esclusivamente dal potere materiale e terreno (i Giganti). È una tragica metafora di come l’arte e la cultura rischino di essere marginalizzate nella società moderna.

In questo senso, il mio “mito dell’arte” ha una radice intimamente romantica: considero l’arte come un mezzo fondamentale per trascendere la realtà quotidiana, un canale di comunicazione attraverso cui l’artista esprime la propria visione del mondo. Non credo affatto che l’artista sia un essere eletto; al contrario, penso che chiunque possa fare arte. La vera linea di demarcazione tra chi crea e chi no sta nello sviluppo delle idee, dei concetti e, soprattutto, nell’onestà intellettuale ed emotiva. Fare arte è un atto creativo che deve necessariamente poggiare su qualcosa di autentico da dire, qualcosa di profondamente sentito da comunicare e mostrare agli altri.

Ed è qui che entrano in gioco i “Giganti”. Nel dramma pirandelliano questi personaggi sono così assorbiti dalle loro imponenti opere materiali, così schiacciati dai ritmi che la società impone per non essere emarginati, da non avere più né il tempo né la sensibilità per accogliere la poesia. Se guardo al contesto attuale, i Giganti della Montagna mi sembrano esattamente gli stessi. Oggi gli spazi si restringono, i momenti si riducono e manca il “tempo mentale” per assaporare la musica, la poesia, l’arte. Il sistema contemporaneo – che è poi la società di Pirandello elevata all’ennesima potenza – sposta l’asse dell’interesse solo sulla produzione di beni materiali e sul profitto. Sembra che l’imperativo sia lavorare il più possibile per guadagnare denaro e acquistare cose di cui crediamo di aver bisogno. Ma ne abbiamo davvero bisogno? Il discorso è enorme. Per me, oggi, i Giganti sono la società dei consumi e il modello di vita che ne consegue. E la sfida più grande, per ognuno di noi, è fare in modo di non diventare noi stessi i nostri stessi Giganti della Montagna.

Davide

Se la composizione fornisce l’involucro teatrale e i confini poetici, l’improvvisazione è la forza vitale, “bizzarra” e anarchica, che permette al mito dell’arte di manifestarsi libero da condizionamenti logici? Come siete partiti da un tema scritto per poi abbandonarlo e addentrarvi nell’improvvisazione pura, mimando il passaggio dalla veglia al sogno descritto nell’opera teatrale, e in quale ideale terra di mezzo?

Roberto

Le parti improvvisate sono centrali tanto quanto quelle scritte, proprio perché ne rappresentano la naturale conseguenza. Se le sezioni tematiche e i passaggi d’insieme hanno lo scopo di evocare concetti, metafore e architetture di pensiero, l’improvvisazione è l’atto che, per assurdo, scioglie la matassa concettuale dell’intera opera. In un lavoro così fortemente concettualizzato, dove la musica si fa mezzo metaforico della letteratura – basti pensare all’uso di un determinato accordo che, potendo gravitare in più tonalità, simboleggia la molteplicità dei punti di vista della realtà – l’improvvisazione diventa una vera e propria liberazione. È il momento esatto in cui gli schemi possono finalmente essere decostruiti. Ovviamente il musicista non improvvisa nel vuoto: resta profondamente influenzato dalle sonorità del brano, dall’evocazione tematica e dall’andamento ritmico che lo hanno preceduto.

L’improvvisazione è quindi una conseguenza logica, intesa come mezzo espressivo e interpretativo attraverso cui i singoli musicisti donano una personalizzazione profonda a un’opera altrimenti molto strutturata. Se intendiamo la “terra di mezzo” come quel momento sospeso in cui non si è ancora giunti a una meta, credo che per noi questa terra di mezzo sia eterna e in continuo sviluppo. Attraverso la musica, le terre di mezzo diventano infinite e costanti: ci si muove sempre verso una direzione, ma quella meta, lungo il percorso, ti modificherà inevitabilmente, spingendoti già verso un nuovo approdo.

Davide

Il secondo cd si ispira invece a “Le Novelle”, e nella fattispecie a “La carriola”, “Una giornata”, “C’è qualcuno che ride”, “L’Apparizione dei Fantocci” e, come epilogo, nuovamente “L’illusione”. La carriola è una delle novelle più celebri e geniali di Luigi Pirandello e rappresenta il manifesto perfetto dell’umorismo pirandelliano e della crisi dell’identità dell’uomo moderno. Come hai/avete tradotto in musica il contrasto tra la “gabbia sociale” e l’atto di follia lucida e segreta del protagonista che si consuma in segreto ogni giorno come profondo atto di ribellione esistenziale?

Roberto

LE NOVELLE SONO 3 , apparizione dei fantocci e epilogo, non li menzionerei in questa domanda,perche sono semplicemente 2 bonus track. Versioni alternative ai 2 brani che stanno nel cd 1

risposta:

La carriola” è un testo che ha profondamente segnato la mia vita. L’ho letto per la prima volta ai tempi del liceo e in me è scattato qualcosa: il pensiero che un giorno avrei potuto guardarmi da fuori e non riconoscermi, esattamente come accade al protagonista, mi ha sempre terrorizzato. Abbiamo voluto rendere questa crisi d’identità tipica della vita moderna attraverso una scelta compositiva ben precisa: il brano presenta tre temi distinti che vengono esposti prima singolarmente e, infine, in contemporanea, proprio a simboleggiare il concetto per cui ognuno di noi è, allo stesso tempo, “uno, nessuno e centomila”.

La struttura portante è quella di un blues. Ho scelto una forma così radicata e comune nel jazz proprio per evocare la dimensione della quotidianità, della routine. Su questa griglia, però, gli accordi sono fortemente alterati: è la nostra traduzione in musica della distorsione psicologica, l’effetto soffocante della “gabbia sociale”. In questo contesto, l’improvvisazione rappresenta la rottura degli indugi, l’atto di follia lucida: il momento in cui ci si addentra, finalmente, in quella segreta e profonda ribellione esistenziale.

Davide

“Una giornata” è l’ultima e surreale novella di Luigi Pirandello, pubblicata nel 1935 come testamento spirituale, che narra di un uomo senza memoria che vive un’intera esistenza in un solo giorno. La storia, raccontata con atmosfere kafkiane, segue il protagonista che accetta un’identità impostagli, invecchiando rapidamente fino alla morte in un’allegoria della condizione umana. La musica può migliorare la condizione umana ed è forse uno degli strumenti più potenti che l’uomo ha per alleviare il peso delle maschere quotidiane e connettersi con la propria parte più autentica? Cos’è per te la musica?

Roberto

Quando viene suonata – e penso soprattutto al jazz, che fa dell’improvvisazione il suo baricentro – la musica ha davvero il potere di far cadere le maschere che la società ci impone. C’è però un paradosso: spesso è l’ambiente musicale stesso a richiedere nuove maschere, nuovi ruoli o cliché in cui incasellarsi. Sta alla sensibilità e alla forza del musicista riuscire a rimanere se stesso, resistendo alla tentazione di compiacere gli altri solo per essere accettato a tutti i costi. Dal momento che per me la musica è prima di tutto un mezzo di comunicazione e un’opportunità irripetibile per esprimersi, credo sia fondamentale essere onesti con ciò che si suona e con ciò che si vuole dire. Personalmente, ho sempre cercato di fuggire dalle etichette, affrontando tutti i pro e i contro che questa scelta comporta.

Se devo essere del tutto sincero, è un percorso in cui non ho ancora fatto pace con me stesso: a volte penso che la musica sia la cosa più importante in assoluto; altre volte, invece, mi rendo conto che è importante anche ciò che ci circonda, perché non bisogna mai chiudersi in una torre d’avorio e smettere di guardare il mondo.

La musica acquisisce il suo senso più profondo solo se riesce a metterci in connessione con la nostra parte più autentica.

Per quanto mi riguarda, prima di iniziare a suonare – un percorso iniziato relativamente tardi, intorno ai 18 anni – facevo molta fatica a esprimermi, a tirare fuori quello che avevo dentro. Con la musica ho trovato il mio veicolo ideale, la mia voce. Ed è per questo che, alla fine, il peso di quelle maschere quotidiane si fa un po’ più leggero.

Davide

“C’è qualcuno che ride” è una novella di Luigi Pirandello che rappresenta una delle sue opere più marcatamente satiriche e politiche. Considerata dalla critica come una velata ma feroce allegoria del regime fascista e, più in generale, è una parodia dei burocrati. La novella mette a nudo l’odio che le società autoritarie e i gruppi rigidamente formalisti provano verso l’ironia e la spontaneità. La risata libera è l’unica cosa in grado di frantumare la finzione delle maschere sociali, e per questo fa paura al potere. Il brano mi è parso svilupparsi musicalmente proprio su questo contrasto: un tema iniziale dominato da un ritmo marziale, rigido e squadrato (che evoca l’oppressione della riunione) che viene progressivamente “disturbato” ed esplode grazie agli strumenti a fiato in improvvisazioni jazzistiche imprevedibili, che mimano quindi l’irruzione anarchica e liberatoria della risata. Per altro, là dove la censura politica impedisce alle parole di esprimersi liberamente, la musica interviene per dire ciò che è vietato. La musica ha per te un ruolo nella critica alla politica agendo come contropotere culturale attraverso il linguaggio dei suoni?

Roberto

Sì, Davide, hai captato perfettamente il senso del brano. La costruzione del pezzo cerca di ricreare proprio l’essenza dell’umorismo pirandelliano, fondandosi su quello che lo scrittore definiva il “sentimento del contrario”: un vero e proprio cortocircuito emotivo in cui la comicità si mescola alla compassione, trasformando la risata iniziale in una riflessione amara. In questo senso, il finale è emblematico: dopo una pausa drammatica, esplode un momento liberatorio di improvvisazione collettiva, che evoca acusticamente l’irruzione anarchica della risata che scuote il finale della novella.

Per quanto riguarda il ruolo della musica come contropotere o critica politica, è innegabile che in passato abbia avuto un peso enorme: basti pensare a cos’ha rappresentato il bebop e al legame indissolubile del jazz con i movimenti per i diritti civili e antirazziali negli anni in cui questa musica è nata e si è evoluta. Oggi lo scenario è sicuramente diverso e più frammentato, ma sono convinto che quando i musicisti si uniscono in collettivi con un reale obiettivo di divulgazione socio-culturale, la musica possa fare ancora tantissimo. Anzi, si dovrebbe fare di più; oggi c’è un disperato bisogno di questo tipo di impegno. L’importante è che avvenga nel modo giusto: non come uno strumento per cercare visibilità personale o per seguire una tendenza, ma per il desiderio autentico di fare qualcosa che lasci il segno e che crei comunità.

Davide

La politica repressiva tende a isolare gli individui o a radunarli solo sotto dinamiche di controllo mentre la musica crea una comunità alternativa e orizzontale. Quando un gruppo di musicisti improvvisa, o quando un pubblico condivide un concerto fuori dagli schemi (come accade simbolicamente nella villa de I giganti della montagna o nelle jam session jazz), la politica perde temporaneamente il controllo sui corpi e sulle menti delle persone. Che tipo di “riunione” ideale col tuo gruppo è stata quella che ha portato a questo disco e quale cerchi/cercate di creare nelle esibizioni dal vivo con il tuo/vostro pubblico?

Roberto

Per noi la “riunione” ideale coincide esattamente con la ricerca di uno scambio autentico e orizzontale con il pubblico. Non ci interessa fare una musica che risulti incomprensibile o chiusa in se stessa, anche se a volte alcuni brani possono risultare un po ostici ; al contrario, cerchiamo sempre un aggancio emotivo e intellettuale con chi ci ascolta. Questo non significa scendere a compromessi: ci manteniamo totalmente liberi di suonare tutto ciò che vogliamo e di esplorare qualsiasi direzione, ma lo facciamo con il desiderio costante di creare una sensazione di profonda vicinanza.

Dal vivo, così come nel disco, cerco sempre di offrire all’ascoltatore delle chiavi di lettura. Voglio che il pubblico abbia gli strumenti per percepire ed esplorare ciò che la composizione vuole manifestare. Sono convinto che ogni nota che suoniamo debba essere mossa da una precisa intenzione, da una volontà di comunicare qualcosa di specifico. Sul palco non cerchiamo l’autocelebrazione, ma vogliamo trasformare il concerto in quel luogo di confine – proprio come la villa dei Giganti della Montagna o una jam session – in cui abbattere le distanze e riscoprirci, insieme al pubblico, parte di una stessa comunità transitoria e libera.

Davide

L’Illusione è inserita a conclusione in entrambi i CD dell’album. Funge da vero e proprio ponte concettuale tra I giganti della montagna e Le novelle? I fantocci sono maschere che si staccano dalla mente umana per prendere corpo, dimostrando che l’illusione può essere più reale del mondo materiale. Qual è l’illusione del tuo doppio epilogo?

Roberto

Per noi la “riunione” ideale coincide esattamente con la ricerca di uno scambio autentico e orizzontale con il pubblico. Non ci interessa fare una musica che risulti incomprensibile o chiusa in se stessa, anche se a volte alcuni brani possono risultare un po ostici ; al contrario, cerchiamo sempre un aggancio emotivo e intellettuale con chi ci ascolta. Questo non significa scendere a compromessi: ci manteniamo totalmente liberi di suonare tutto ciò che vogliamo e di esplorare qualsiasi direzione, ma lo facciamo con il desiderio costante di creare una sensazione di profonda vicinanza.

Dal vivo, così come nel disco, cerco sempre di offrire all’ascoltatore delle chiavi di lettura. Voglio che il pubblico abbia gli strumenti per percepire ed esplorare ciò che la composizione vuole manifestare. Sono convinto che ogni nota che suoniamo debba essere mossa da una precisa intenzione, da una volontà di comunicare qualcosa di specifico. Sul palco non cerchiamo l’autocelebrazione, ma vogliamo trasformare il concerto in quel luogo di confine – proprio come la villa dei Giganti della Montagna o una jam session – in cui abbattere le distanze e riscoprirci, insieme al pubblico, parte di una stessa comunità transitoria e libera.

Davide

Cosa seguirà?

Roberto

Non so cosa seguirà e, a essere sincero, in questo momento non ci sto pensando. Per ora voglio dedicarmi interamente al presente e a questo nuovo progetto su Pirandello, vivendolo fino in fondo insieme al pubblico.

Di sicuro, dopo il viaggio di “Così è se (vi pare)”, avvertirò il bisogno di cercare qualcosa di completamente nuovo a cui dedicarmi. Cercherò un’idea che sappia coinvolgermi totalmente e che sia in grado di imprimere un movimento inedito alla mia concezione musicale. Insomma, mi metterò di nuovo in cammino ed entrerò, ancora una volta, in una nuova terra di mezzo.

Davide

Grazie e à suivre…

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