
Secondo lavoro discografico di Davide Di Chio per Abeat, questa volta in duo con il contrabbassista Andrea Gallo. Il progetto raccoglie composizioni originali che segnano un significativo punto di approdo in un percorso artistico giunto a piena maturità. I brani si distinguono per un lirismo intenso e una naturale cantabilità, elementi che rendono l’ascolto immediatamente coinvolgente.
L’ispirazione nasce da una dimensione profondamente personale: il disco è dedicato alle due giovani figlie di Di Chio. Proprio questa matrice affettiva conferisce alla musica una qualità autentica e vibrante, capace di tradursi in pagine toccanti, ricche di espressività e forza comunicativa.
Ne risulta un ascolto capace di coniugare emozione e piacere, sostenuto da una resa sonora estremamente curata e definita, in grado di soddisfare anche gli audiofili più esigenti.
https://www.abeatrecords.com/music/shop/audio-master-ottobre-2025/
Intervista
D.R. (Davide Riccio)
Buongiorno Davide. “Non più bambine” è il tuo secondo progetto discografico dopo “Aprile”. Cosa continua e cosa evolve nel tuo percorso compositivo e discografico?
Davide
Buongiorno a te Davide. Da sempre la composizione rappresenta un aspetto peculiare della mia attività musicale; non c’è giorno che passi che non scriva qualcosa; casa mia è piena di partiture, sparpagliate un po’ dappertutto… direi che crescendo, col trascorrere degli anni, ho lavorato molto sulla forma, sulla sintesi del processo compositivo, “per sottrazione” …cercando di arrivare all’essenza della musica; la continuità col passato, credo sia legata ad una costante ricerca melodica , linea guida principale della mia scrittura.
Sono molto felice per la pubblicazione di questo ulteriore progetto con ABEAT di Mario Caccia, persona di rara sensibilità all’interno del panorama discografico nazional
D.R.
Questo album ha una forte matrice affettiva ed è dedicato alle tue figlie. In che modo la paternità e il vederle crescere hanno influenzato la scrittura dei brani e la scelta del titolo ‘Non più bambine’?
Davide
Sai, sono tematiche universali che caratterizzano il significato profondo dell’esistenza umana; la nascita e la crescita di un figlio, seguirlo nel suo percorso di formazione, inevitabilmente influisce nella maturazione del genitore stesso oltre che del figlio. Ciò che in particolar modo mi affascina è il mistero del passaggio dall’età dell’infanzia all’adolescenza. Ho cercato di immortalare tale fase, come in una sequenza di foto, con una serie di ritratti musicali tra i quali la title track “Non più bambine” che ho intitolato così perché – sebbene ormai adolescenti – continuo involontariamente a chiamare le mie figlie Eleonora e Valentina …le mie bambine..
D.R.
In questo lavoro il dialogo tra la tua chitarra e il contrabbasso di Andrea Gallo è centrale. Come è nata questa intesa e in che modo la presenza di Andrea ha cambiato il colore e la struttura delle tue composizioni rispetto al passato?
Davide
La riuscita degli incontri è sovente frutto di inspiegabili alchimie. Il rapporto con Andrea è di conoscenza risalente negli anni, prima ancora che di stima professionale reciproca… abbiamo condiviso momenti importanti assieme, purtroppo non sempre felici, e ciò ha molto rafforzato la nostra amicizia.
La mia idea originaria era di proporre un disco fondamentalmente di sola chitarra con qualche intervento di Andrea su alcuni brani… avevo organizzato le sessioni di registrazione in tal modo, tanto che esiste un pre-master in guitar solo di molti dei brani del disco…
Successivamente ci siamo visti con Andrea …ed abbiamo cominciato a provare… a mano a mano che andavamo avanti abbiamo concordemente realizzato che fosse quella la strada giusta da seguire.
D.R.
I brani si distinguono per un lirismo molto intimo e una spiccata cantabilità, pur rimanendo strumentali. Qual è il segreto per far ‘cantare’ la chitarra acustica e trasmettere storie così precise senza l’uso delle parole?
Davide
Ti ringrazio per le tue parole che mi lusingano molto… far parlare e cantare il proprio strumento credo sia l’obiettivo più alto che un musicista possa prefiggersi…tanto più allorquando, come nel mio caso, le composizioni sono originali e quindi raccontano storie del proprio vissuto.
Anche questo è un inspiegabile mistero; posso solo aggiungere che la chitarra è uno strumento dalla voce molto umana; da sempre mi affascinano quei chitarristi che – indipendentemente dal genere – con poche note riescono, per l’appunto, a farla… parlare.
Se dovessi fare solo pochi nomi ti direi Jeff Beck, Eric Clapton, Bill Frisell, Dominic Miller…(ma ce ne sarebbero anche tanti altri…)
D.R.
L’album è pubblicato con l’etichetta Abeat Records, da sempre attenta alle sonorità acustiche di qualità. Quanto è stato importante il supporto di Mario Caccia e della sua etichetta che in oltre vent’anni di attività è diventata ormai un importante punto di riferimento per la musica jazz e per la sua cura audiofila?
Davide
Mario Caccia è, a mio parere, un patrimonio della scena musicale jazz europea, al pari di Manfred Eicher di ECM o di Siegfred Loch di Act Records poiché ha la rara capacità di ricercare bellezza nella progettualità , e lo fa anche al di la del mainstream, spingendosi verso tutto ciò che lo incuriosisce; in più, rispetto ai suo citati omologhi, non impone un suono identitario, lasciando per contro massima libertà espressiva, e questo contribuisce a rendere la sua produzione assai peculiare.
D.R.
La chitarra acustica in questo disco ha un suono caldissimo e molto naturale. E così anche il contrabbasso. Che tipo di strumentazione, accordature o tecniche di ripresa in studio avete scelto per restituire questa sensazione di vicinanza fisica con l’ascoltatore?
Davide
Il set up in realtà è stato molto semplice; pur avendo al seguito una serie di strumenti, anche artigianali, ho deciso di utilizzare per la registrazione un’unica chitarra dalle corde in nylon (una Yairi del 1991 con tavola armonica in cedro) con accordatura standard, ripresa esclusivamente con alcuni microfoni di ottima qualità (nessun pick-up) ; stesso trattamento anche per il contrabbasso di Andrea che aveva in più, oltre ai microfoni, anche un pick-up, utilizzato in maniera marginale, lì dove necessario.
Fondamentale – anche se tecnicamente impegnativa – è stata la scelta di registrare in un unico ambiente, in presa diretta, senza alcun overdubbing; inoltre, personalmente, ho scelto di non usare neanche le cuffie, prediligendo l’ascolto diretto degli strumenti.
Molti brani sono venuti “buoni alla prima take”; il mixaggio, assai minimalista, è servito a mantenere intatti i suoni naturali e l’atmosfera creatasi nel corso della registrazione .
D.R.
“Bambolina” termina citando “Lady Stardust” di Bowie. Perché hai scelto questo brano e quali implicazioni concettuali ha qui questo brano dedicato a Marc Bolan, omaggio/autoritratto che esplora tematiche profonde legate all’identità e nel quale la fama è vista come un’opera d’arte fragile?
Davide
Considero Bowie una delle maggiori personalità artistiche del ‘900, un immenso artista multimediale che va ricordato – prima dei suoi travestimenti, della creazione di Ziggy Stardust, di Aladdin Sane e di tutti i suoi alter ego – per essere stato un grandissimo musicista e compositore, un imprescindibile punto di riferimento per chiunque si cimenti con la musica, al di la dei generi.
In occasione del recente decennale della morte, mi è capitato di ascoltare un frammento di una sua intervista in cui, rispondendo al suo interlocutore, ribadiva che un artista deve esprimersi attraverso le proprie opere, seguendo il proprio estro, indipendentemente dalla ricerca del consenso del pubblico e farlo sempre uscendo dalla propria zona di confort. Un’affermazione nella quale, nel mio piccolo, mi identifico completamente.
La citazione, sul finale del mio brano, di Lady Stardust – non esplicitata, ma eruditamente da te rilevata – è un omaggio alla “Bambolina” che mi ha ispirato la composizione, da sempre profondamente innamorata di Bowie..
D.R.
I brani sono nati direttamente pensando al contrabbasso di Andrea o sono stati arrangiati in un secondo momento? In che modo la struttura dei tuoi temi si è dovuta adattare a questa formazione minimalista?
Davide
Come accennavo, l’idea di partenza era quella di un disco fondamentalmente per sola chitarra, le prove prima delle sessioni di registrazione hanno fatto prendere al lavoro una strada differente in cui tutto è stato alla fine molto spontaneo, con un equilibrio credo assai centrato tra improvvisazioni e parti scritte, pur essendo le partiture tutte molto strutturate .
È stata la musica a guidarci, noi l’abbiamo semplicemente servita.
D.R.
In un duo chitarra e contrabbasso, lo spazio vuoto è importante tanto quanto le note suonate. Come avete lavorato sulla gestione dei silenzi e delle pause per evitare che la musica risultasse troppo densa o, al contrario, troppo vuota?”
Davide
Abbiamo cercato di raccontare storie fatte di note e suoni ma anche, in maniera forse ancor più importante di pause e silenzi ; se è vero che le note cominciano dove finiscono le parole è altrettanto vero – in un crescendo di profondità – che i silenzi cominciano dove finiscono le note… credo sia tra gli insegnamenti più importanti che si maturino nel percorso di crescita umana e musicale… il discorso credo travalichi la musica per approdare a considerazioni di carattere più generale; viviamo un mondo in cui mediamente non ci si ascolta.
D.R.
Andrea, entrare in un progetto così intimo e legato alla sfera personale di Davide è una bella responsabilità. Come hai approcciato la scrittura di Davide e in che modo hai cercato di far sentire la tua voce senza invadere il nucleo affettivo del disco?
Andrea
Io e Davide ci conosciamo e collaboriamo dal 2012 con l’uscita del dico “Aprile”: anni di vita condivisa, di esperienze parallele, di gioie e difficoltà attraversate insieme, ciascuno con il proprio percorso ma sempre con uno sguardo reciproco e partecipe. La nostra amicizia si fonda non solo su un legame umano profondo, ma anche su una visione musicale comune e su una stima che si è consolidata nel tempo. Per questo, quando sono entrato nel progetto, ero perfettamente consapevole di avvicinarmi a un universo molto intimo, fatto di ricordi, esperienze ed emozioni che appartenevano innanzitutto a Davide. Il mio approccio è stato quello dell’ascolto: cercare di individuare il cuore emotivo di ogni brano e lavorare per metterlo in risalto, senza mai alterarne l’autenticità o sovrappormi alla sua voce. Ho cercato di contribuire in modo empatico, portando la mia sensibilità, alcune immagini, nuove sfumature narrative e, in certi casi, temi che potessero ampliare ulteriormente il racconto. Più che intervenire sulle composizioni, mi interessava dialogare con esse, aggiungendo colori e prospettive che potessero convivere armoniosamente con la loro natura originaria. L’obiettivo era costruire uno spazio condiviso tra due sensibilità diverse ma affini, capaci di rafforzarsi e arricchirsi reciprocamente. Credo che il valore di questa collaborazione stia proprio in questo equilibrio: far emergere qualcosa di nuovo senza perdere la verità emotiva che era già al centro delle composizioni di Davide.
D.R.
Il tuo contrabbasso spazia da linee puramente ritmiche a veri e… propri controcanti melodici. Qual è stata la sfida più grande nel dialogare con una chitarra acustica, che è già di per sé uno strumento orchestrale e completo?”
Andrea
La sfida più grande è stata proprio trovare un equilibrio tra presenza e sottrazione. La chitarra classica, soprattutto nel modo in cui la suona Davide, è uno strumento estremamente completo: racchiude già in sé ritmo, armonia e spesso una forte componente melodica. A questo si aggiunge la particolare timbrica calda e avvolgente della corda in nylon, che definisce uno spazio sonoro molto caratterizzato. In un contesto del genere, il rischio era quello di occupare territori che non avevano bisogno di essere riempiti. Per questo ho cercato di concepire il contrabbasso non soltanto come uno strumento di accompagnamento, ma come una voce capace di dialogare con la chitarra. In particolare, attraverso l’utilizzo dell’arco, ho provato a creare linee melodiche e veri e propri temi estemporanei che potessero intrecciarsi con il discorso musicale senza sovrastarlo, aggiungendo profondità e nuove sfumature timbriche. È stato un lavoro basato soprattutto sull’ascolto reciproco e sull’interplay. Ogni intervento doveva avere una precisa funzione narrativa: capire quando sostenere, quando rispondere, quando suggerire una direzione e, soprattutto, quando lasciare spazio al silenzio. Credo che la ricchezza di questo dialogo nasca proprio da lì, dalla ricerca costante di un equilibrio dinamico tra i due strumenti, dove nessuno accompagna semplicemente l’altro, ma entrambi contribuiscono alla costruzione di un unico racconto sonoro.
D.R.
Il disco sfugge alle etichette: c’è il jazz, la musica classica contemporanea, il folk mediterraneo. Se doveste indicare un ‘luogo ideale’ in cui la vostra musica trova la sua perfetta dimensione, quale sarebbe?”
Davide
Anche questa è un’affermazione che mi gratifica molto: da sempre sono attratto, nell’ascolto, da opere che travalicano i generi e che rendono le stesse non facilmente classificabili, peculiarità che, a mio modesto avviso, contribuisce a determinare la caratura artistica di un’opera. Il senso stesso del jazz – attraverso le varie correnti susseguitesi negli anni del ‘900 – è stato quello di riscrivere le regole della tradizione per proporre formule nuove e più libere, pertanto storicamente non catalogabili.
Ciò vale anche per quella che noi definiamo musica classica e che, ontologicamente, tale non poteva essere definita allorquando concepita.
D.R.
n un’epoca dominata da musica usa-e-getta, algoritmi che premiano la rapidità e testi iper-espliciti che lasciano poco spazio all’immaginazione, proporre un album interamente strumentale, basato sull’ascolto profondo e sulla purezza acustica, assume il valore di un vero e proprio atto di resistenza culturale. Qual è il valore pedagogico di questa scelta e che tipo di messaggio musicale ed educativo sperate possa arrivare, in particolare alle nuove generazioni, attraverso la riscoperta del silenzio, dell’attesa e della narrazione pura dello strumento?
Davide
Mi piace molto questa tua affermazione di resistenza culturale, credo impegno morale di ogni artista, scevra da ogni riferimento politico.
Ognuno di noi, nel proprio piccolo, ha il dovere di onorare il dono di cui è depositario e di farlo cercando di concepire opere quanto più possibile sincere e di alto riferimento, che permettano di interpretare la realtà, auspicabilmente anticipandola, senza perseguire vanagloria. Il consiglio che mi sento di dare a chi è più giovane e che voglia cimentarsi con la musica è quello di concentrarsi sullo studio quotidiano dello strumento, sulla formazione di un proprio gusto musicale attraverso l’ascolto, sulla ricerca di una propria personale voce espressiva , evitando di impiegare troppo tempo nella comunicazione attraverso i social che sovente rischiano di essere grandi contenitori, ahimè privi di grandi contenuti.
D.R.
Non più bambine” è un disco che vive di dinamiche e respiri che sembrano fatti apposta per il palco. Quali sono i vostri piani per portare questo dialogo intimo dal vivo e dove potremo ascoltarvi nei prossimi mesi?
Davide
Le dinamiche che portano alle esibizioni live nel nostro Paese – in larga parte a me sconosciute – credo siano il frutto di rapporti di conoscenza personale più che di valutazioni di merito artistico.
Credo non sfugga a tutti l’evidente scarsità di spazi culturali idonei, direi tra l’altro in sensibile riduzione, rispetto agli anni della mia formazione ; spazi – va altresì detto – sovente occupati da pochi ricorrenti nominativi, con proposte musicali spesso di intrattenimento più che di ricerca musicale ed artistica.
Un po’ per carattere, un po’ grazie alla maturità acquisita nel corso degli anni, guardo a tale situazione con il dovuto distacco, pur non avendo alcuna preclusione alla possibilità di esibirmi dal vivo, ove dovessero crearsi le giuste premesse.
D.R.
Questo album ha sancito la nascita di un sodalizio artistico molto forte. Questo duo chitarra e contrabbasso è un capitolo a sé stante, legato a questa specifica urgenza espressiva, o è l’inizio di un percorso a lungo termine che vedrà altre collaborazioni insieme? Cosa seguirà?
Davide
Il rapporto con Andrea si è consolidato nel corso degli anni a livello umano prima ancora che musicale. Ciò per me riveste un’importanza determinante anche in un’ottica di collaborazioni future.
Credo che il disco in duo sia , al momento, un unicum, legato alla delicatezza del contenuto e dei riferimenti a cui è dedicato.
Come accennavo ad inizio di intervista, la mia attività compositiva è estremamente fertile e ho alcuni progetti in mente tra cui, quello di realizzare un disco di canzoni a cui sto lavorando da un po’ di tempo in collaborazione con Francesco Malizia , attore e paroliere con in quale mi sono esibito nel 2024 al Festival Time Zones di Gianluigi Trevisi, in un progetto sulle musiche di Kurt Weill e sul teatro di Bertolt Brecht.
Sicuramente con Andrea ci sarà, in tempi ragionevolmente brevi, la registrazione di un nuovo progetto strumentale, con composizioni in larga parte da me già completate e che vedranno il coinvolgimento anche di organici un po’ più ampi.
Ad ogni buon conto, nulla è ancora pienamente definito…
Come sempre sarà la musica a decidere!
D.R.
Grazie e à suivre…