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Intervista con Simone Locarni

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Prendete uno dei migliori talenti pianistici italiani recenti, Simone Locarni e una delle principali realtà trombettistiche europee, l’inglese Tom Arthur. Unite la loro ammirazione per artisti come Norma Winstone, John Taylor, Kenny Wheeler e Paul Bley. Ha avuto così origine “Alianti”, un lavoro dove spiccano composizioni di grande levatura, lirismo ed intensità espressiva, profondità armonica e linguaggio moderno. Un viaggio che attraversa generazioni e continenti, preconcetti e stili. Uno splendido manifesto del jazz europeo! con un tocco di mediterraneità. Registrazione di qualità audiofila eccezionale.

https://www.abeatrecords.com/music/shop/alianti/

Intervista

Davide

Buongiorno Simone. L’album Alianti, la cui uscita è prevista per il 19 giugno, segna l’incontro tra il tuo pianismo e la tromba del britannico Tom Arthurs. Come è nata la scintilla di questa collaborazione internazionale?

Simone

Buongiorno Davide, felice di fare questa chiacchierata con te! L’incontro tra me e Tom è stato il frutto di tante coincidenze: Tom da qualche anno ha preso casa a Verbania, vicinissimo a casa mia, ed entrambi lavoriamo in Svizzera (io nelle scuole ticinesi di jazz SMUM e HMI e Tom come capo dipartimento jazz del Conservatorio di Berna). Alcuni amici comuni in terra verbanese hanno accelerato nel febbraio 2024 la nostra conoscenza, che a questo punto sarebbe comunque avvenuta in un modo o nell’altro!

Davide

Nel vostro repertorio si respira un’atmosfera sospesa ed essenziale. Qual è l’idea portante e la filosofia musicale dietro i brani che avete composto e interpretato per questo lavoro?

Simone

Ciò che ci ha subito affascinati sin dai nostri primi incontri è stata un’entusiasmante differenza di approcci, estetiche e linguaggi jazzistici tra di noi. Differenze che però già intuivamo riconciliarsi in un desiderio comune di spazio, di essenzialità e di continua apertura verso l’inaspettato. Radici così chiare e forti ci hanno quindi permesso di costruire un terreno comune dove ogni diversità non solo viene accettata, ma diventa anzi nuova linfa e ispirazione per l’altro.

Davide

Il titolo dell’album è fortemente evocativo. Perché avete scelto proprio “Alianti”? Quale analogia esiste tra la vostra musica e un aeromobile che vola senza motore, affidandosi esclusivamente alla forza delle correnti ascensionali?

Simone

Alianti è stata in realtà un’intuizione della mia compagna, che ascoltando l’album per la prima volta ha avuto proprio questa suggestione. Ci è subito piaciuto molto innanzitutto perché effettivamente la nostra musica è fatta di tutto meno che di colla, motore e reattori, ma è fatta di “incastri” e di leggerezza, preferisce di gran lunga rapportarsi in maniera aerodinamica con l’esterno, invece di fenderlo e di attraversarlo semplicemente.

Davide

La tracklist unisce brani autografi scritti individualmente e la traccia “Potion 30”, firmata a quattro mani. In che modo vi siete integrati l’uno nella scrittura dell’altro e come si sono fusi i vostri rispettivi mondi compositivi?

Simone

La fusione dei nostri mondi, partendo delle basi a cui accennavo prima, è stata molto logica e naturale: abbiamo iniziato a suonare nostre composizioni finché non ne abbiamo identificate alcune capaci di far risaltare il nostro modo di suonare in duo, e da lì abbiamo iniziato a scrivere e a integrare brani più a progetto, pensati cioè proprio per questa situazione.

Davide

Tra le tracce spicca una colta e raffinata rilettura del “Preludio de Mirambel No. 5” di Antón García Abril. Da dove nasce la scelta di questo omaggio e in che modo avete convertito e personalizzato per il duo un’opera originariamente concepita per pianoforte solo?

Simone

Un giorno stavamo provando nel mio studio e casualmente avevo sul leggio questo bellissimo Preludio di Abril che stavo studiando la sera prima, e abbiamo iniziato a suonare (inizialmente senza nessuna pretesa) questa melodia stupenda, e andando avanti con la lettura ci siamo accorti che a un certo punto emergeva un’altra voce, e che queste due voci si intrecciavano in maniera così lucida e adatta per i nostri strumenti che abbiamo pensato semplicemente di inciderlo così com’era, da interpreti puramente classici. A volte la poetica di un gruppo, di un duo o anche di un singolo musicista si nasconde in luoghi a cui mai andremmo a pensare!

Davide

Le note di copertina dipingono l’album come un mosaico ricchissimo: si parla di brani colorati, fugaci e sospesi, di omaggi classici a Rubinstein, di uno swing “astratto”, fino a toccare canzoni d’amore. Come siete riusciti a far coesistere elementi così eterogenei e a trasformare questo viaggio attraverso generazioni, stili e continenti in un racconto fluido, libero da preconcetti?

Simone

Quando si intende il jazz non come genere musicale ma come un codice, un approccio alla musica, le differenze di stili e di generi veri e propri smettono di esistere. Esiste solo un modo di raccontarsi, un linguaggio personale – in questo caso condiviso – che diventa semplicemente un filtro, e che ti dà la libertà di poter rileggere qualunque cosa e portarla nel tuo mondo.

Davide

Il vostro suono viene definito come uno splendido manifesto del jazz europeo, arricchito però da un tocco di calore mediterraneo. Guardando oltreoceano, in cosa pensi che la sensibilità del jazz del Vecchio Continente si differenzi oggi dall’approccio più muscolare e metropolitano tipico della scena di New York?

Simone

Credo che in questa dinamica si stia ribaltando uno schema che è resistito per secoli a parti inverse: per anni la cultura europea, che ha “inventato” (tra molte virgolette) la musica classica, ha avuto nei confronti di quest’ultima un timore reverenziale quasi sacro, mentre dall’altra parte dell’oceano potevano concedersi di rapportarsi al mondo classico in maniera più scanzonata e se non altro più libera, adattandola a sensibilità ed esigenze della contemporaneità. Con il jazz, al contrario mi sembra che siamo noi più avvantaggiati nel poterne fare un uso più personale e culturale ormai da diversi decenni, mentre in America forse si subisce ancora un po’ il fascino e il peso della storia, che inevitabilmente influenza il panorama musicale di scene come quella newyorkese.

Davide

Nelle note bio-discografiche si citano numi tutelari immensi come Kenny Wheeler, John Taylor, Norma Winstone e Paul Bley. In quale misura l’eredità di questi maestri ha guidato lo sviluppo del vostro interplay in studio?

Simone

I grandi maestri che abbiamo voluto citare espressamente nelle note del disco sono stati dei punti cardinali per la nostra musica e per il nostro modo di integrarci l’uno nel mondo dell’altro; poi ovviamente le evocazioni e le influenze si fermano ben presto, per poi trasformarsi in qualcosa di nuovo e di identitario. L’unico rimando diretto è in Potion 30, una brevissima improvvisazione molto melodica in cui suono principalmente la cordiera del pianoforte: piccoli momenti di questo tipo si trovano in alcuni dischi di John Taylor e Kenny Wheeler, e due di questi si chiamano Potion 1 e Potion 2. Siccome Potion 3 ci sembrava suggerire impudentemente una prosecuzione di questa serie, abbiamo preferito optare con discrezione per Potion 30.

Davide

L’album vanta una qualità di registrazione audiofila eccezionale, catturata negli storici studi Artesuono da Stefano Amerio. Quanto ha influito l’acustica dello studio e la ricerca del “suono puro” sulla resa finale di un progetto così intimo e acustico?

Simone

La ricerca e la cura del suono è sicuramente essenziale in progetti di questo tipo, e lo studio di Stefano Amerio è ormai da anni una garanzia in questo senso: avere un suono e un ascolto ottimale già in studio influisce moltissimo sul modo in cui si ricrea la connessione e l’intimità tra i musicisti proprio come la si trova sul palco e dal vivo.

Davide

Questo lavoro attraversa generazioni, stili e geografie. Qual è il messaggio principale che sperate arrivi all’ascoltatore che si mette alla guida del vostro “aliante” sonoro?

Simone

Non credo molto nei messaggi, a meno che non siano esplicitamente ricercati e modulati attraverso la musica; il jazz assomiglia un po’ alla poesia, si gioca su un registro che molto spesso è lontano della realtà e dalla logica. Per questo nel jazz come nella poesia ogni tanto si ha la sensazione di perdersi o di non capire, ma è proprio in quel momento che arriva una parola come una nota, una frase come un frammento di improvvisazione o di interplay che risuona dentro di noi, ci colpisce da qualche parte e non sappiamo né dove né tanto meno perché. Ci basterebbe che all’ascoltatore arrivassero qua e là una manciata di questi momenti, che alla fine sono l’essenza di questa musica.

Davide

Un disco di questa caratura, così intimo e basato sull’interplay immediato, sembra fatto apposta per la dimensione live. Cosa seguirà adesso per il progetto Alianti? C’è già in programma un tour per portare questa magia acustica sui palchi italiani ed europei?

Simone

Nelle prossime settimane abbiamo in programma tre concerti estivi di presentazione: il 26 giugno al Conservatorio Vivaldi di Alessandria, il 28 giugno al Convento delle Suore Rosminiane di Domodossola e il 6 agosto al Teatro Regina Margherita di Piedicavallo. I concerti proseguiranno poi senz’altro nel 2026/27.

Davide

Alianti è un manifesto di libertà espressiva che ha spiccato il volo. Guardando al futuro, questo sodalizio con Tom Arthurs rimarrà un capitolo prezioso e isolato nella tua discografia o state già pensando a una successiva evoluzione di questo viaggio, magari allargando la formazione?

Simone

Anche su questo non amo fare grossi programmi. Qualche tempo fa il violoncellista Mario Brunello mi disse una cosa molto semplice, ma che in un periodo in cui stavo pensando a grandi programmi e strategie mi colpì molto: nella musica mi consigliò di ragionare prima con la pancia e poi con la testa. Non ho dubbi che con una persona così aperta agli stimoli e ai segnali come Tom sarà molto facile capire come e quando intrecciare le nostre strade per un nuovo capitolo insieme.

Davide

Dopo aver attraversato continenti, generazioni e stili con questo album, quali saranno i tuoi prossimi passi artistici? Cosa bolle in pentola per te e quali nuove rotte musicali hai intenzione di esplorare nei prossimi mesi?

Simone

Nell’immediato ci sono alcuni lavori in uscita, un album come sideman nel trio del grande amico Yuri Goloubev e un altro disco con il progetto condiviso Mediterranean Waves ft. Javier Girotto, un progetto a cui tengo particolarmente e che non vedo l’ora di riaffrontare dal vivo con questo lavoro discografico a supporto. Per il futuro ci sono tantissime idee e tante rotte che vorrei percorrere, e i prossimi mesi mi consiglieranno da che parte sarà giusto andare!

Davide

Grazie e à suivre…

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