
Un incontro d’eccellenza nel panorama jazz internazionale
L’incontro, ormai decennale, tra il chitarrista Guido Di Leone e il bassista Dario Deidda si arricchisce oggi di una presenza di assoluto prestigio nel panorama mondiale del jazz: Joey Baron, uno dei batteristi più raffinati e creativi della scena statunitense.
La scelta dei tre protagonisti nasce da una profonda conoscenza reciproca e da una sensibilità comune, che confluiscono in un progetto di straordinario spessore artistico. Il repertorio alterna composizioni originali a riletture di brani della grande tradizione jazzistica, in un continuo dialogo tra scrittura e improvvisazione, tra memoria e invenzione.
Il suono che ne scaturisce è personale, maturo e vibrante: un equilibrio perfetto fra l’eleganza armonica di Di Leone, la straordinaria versatilità ritmica di Deidda e l’inesauribile fantasia percussiva di Baron.
Le esperienze dei tre – affini e diverse al tempo stesso – trovano qui una sintesi ideale, in un interplay che trasforma ogni brano in un racconto sonoro unico.
L’idea musicale affonda le radici nella tradizione chitarristica di Wes Montgomery e Barney Kessel, si evolve con la sensibilità lirica di Jim Hall e la modernità timbrica di Bill Frisell, fino ad abbracciare le influenze contemporanee di Peter Bernstein e Kurt Rosenwinkel, artisti con i quali i nostri tre musicisti hanno spesso condiviso il palco o collaborato.
Registrato con grande cura in presa diretta, il disco cattura l’autenticità del momento creativo, restituendo all’ascoltatore il respiro e la complicità del trio, come in un concerto intimo ma di respiro internazionale.
Un suono caldo, dinamico e naturale, che valorizza ogni sfumatura strumentale e fa di questo album un ascolto imprescindibile per gli amanti del jazz più autentico.
Guido Di Leone – guitars
Joey Baron drums – percussion
Dario Deidda – doublebass
Feat. Francesca Leone – vocals on track 5
Precedenti interviste:
https://kultunderground.org/art/41686/
https://kultunderground.org/art/41766/
https://kultunderground.org/art/43884/
Intervista
Davide
Guido è purtroppo scomparso l’11 novembre del ’25. “Promenade” è la sua ultima produzione discografica, pubblicata postuma dall’etichetta Abeat Records lo scorso 2 marzo 2026. La pubblicazione di “Promenade” rappresenta quindi un momento di profonda commozione e importanza artistica, poiché segna l’ultimo capitolo del viaggio musicale di Guido, una delle figure più luminose e coerenti del jazz italiano. Per chi ama la musica, questo album non è solo una raccolta di brani, ma un vero e proprio testamento spirituale. Cosa rappresenta per te?
Dario
Si, lo si può senz’altro considerare una sorta di testamento. Per me è stato un onore grandissimo collaborare negli anni con Guido, da cui ho imparato tanto, soprattutto osservando la sua leggerezza ed il suo modo di concretizzare le cose sia nell’ambito prettamente musicale che logistico. Una professionalità altissima.
Davide
Consolidata è stata nel tempo la tua amicizia e collaborazione con Guido. La partecipazione di Joey Baron in “Promenade” eleva ulteriormente l’album a una dimensione internazionale, portando l’energia della scena jazz newyorkese nell’universo intimo e mediterraneo di Guido Di Leone. Come è nata invece questa particolare sessione in trio (un trio d’eccellenza) con Joey Baron alla batteria registrata presso il Mast Recording Studio di Bari il 27 maggio 2025, appena un giorno prima di un memorabile concerto al Teatro Forma?
Dario
È nata ovviamente prima di tutto per volontà di Guido che ha organizzato insomma tutto con molta precisione, senza prescindere da quello spirito artistico, a volte istintivo e spavaldo ma tipico della sua figura. Se non ricordo male siamo stati in studio un giorno prima e una mattinata fino a che poi siamo dovuti andare al teatro Forma per un sound check e concerto.
Ovviamente Guido aveva preventivamente mandato le musiche a tutti, oltre ad alcuni file audio realizzati al volo con la sua chitarra per indicare il mood, un preascolto dei temi ecc… In sintesi Guido era grande leader. Sapeva come organizzare le cose e mettere a proprio agio tutti i muscisti. Abbiamo registrato trovando il giusto feeling come se suonassimo insieme da tanto tempo.
Davide
“Canção do Amanhecer” è cantato da Francesca Leone. Francesca Leone non è solo una collaboratrice, ma è stata la compagna di vita e d’arte più stretta di Guido Di Leone. Cantante jazz raffinata, Francesca ha condiviso con lui un percorso umano e professionale durato oltre venticinque anni, diventando la voce dei suoi progetti più iconici, specialmente quelli legati alla Bossa Nova. In occasione dell’uscita di “Promenade”, è stata proprio lei ad annunciare con emozione la pubblicazione, definendola “l’ultimo regalo” di Guido al suo pubblico. Insieme hanno firmato numerosi album di successo prodotti da Abeat Records, come “Tudo em Bossa Nova”, “Coração Vagabundo”, “Historia do Samba” e l’ultimo, “Aquele Abraço” (2025). Questi lavori testimoniano la loro capacità di interpretare il repertorio brasiliano con una grazia e un rispetto filologico rari. “Canção do Amanhecer” (Canzone dell’Alba) è il brano che sigilla l’album con una nota di speranza e rinascita, nonostante il contesto malinconico della pubblicazione postuma? Inserito nell’ultimo lavoro di Guido, assume il valore di un messaggio spirituale: la fine di un percorso terreno che si trasforma in una luce nuova attraverso la musica?
Dario
Confesso che non conoscevo quel brano. Purtroppo, e alla luce della scomparsa di Guido, in effetti oggi possiamo dire che rappresenta in pieno un’eredità spirituale. Francesca è stata bravissima ovviamente, come sempre e se non ricordo male è stata una registrazione buona alla prima.
Davide
Questa pubblicazione ha un grandissimo valore perché rappresenta la chiusura del cerchio di un musicista che ha fatto della chitarra e della composizione, della didattica e della divulgazione la sua missione di vita. Il titolo stesso suggerisce ora un’ultima “passeggiata” sonora, un percorso di un qualche tipo?
Dario
Dopo ciò che è successo in effetti possiamo dire che l’album può assumere il significato di una “ultima passeggiata musicale” fra due amici. Forse, chissà, magari per Guido da lassù non è così! Questo trio gli era piaciuto così tanto che aveva intenzione di portare avanti nel tempo la collaborazione e la programmazione di concerti. È un disco a cui credo che lui tenesse particolarmente; desiderava da tempo insomma suonare con Joey Baron.
Davide
Come nasceva questo lavoro, intorno a quali idee portanti narrative, emotive, sperimentali o altro, e a quali connessioni?
Dario
Sinceramente è un po’ difficile rispondere perché Guido decideva portando dentro di sè una serie di motivazioni di cui spesso non parlava. Diciamo che nella maggior parte dei casi comunque i brani scelti ricordavamo un pò a tutti noi delle emozioni che probabilmente avevamo vissuto da giovani.osservando i nostri genitori, entrambi musicisti e pianisti, con i quali abbiamo anche condiviso una parte di carriera. Quindi Guido sceglieva seguendo la trama delle emozioni e dei ricordi. Si intravede sempre comunque un filone narrativo. La scelta del trio inoltre è sempre stata un’idea a lui molto cara e le scelte del leader non si discutono.
Davide
Queste registrazioni hanno catturato l’urgenza e la freschezza di un trio che, pur avendo radici nella tradizione, cercava costantemente un suono autorevole e originale. Perché la scelta di registrare in presa diretta? Che tipo di intreccio e interazione con Dario e Joey si è creata, tra rigore, inventiva improvvisata e presa diretta? Esiste l’interplay perfetto?
Dario
Registrare in presa diretta porta sempre dei rischi, ma è una sfida che caratterizzava il jazz soprattutto alle origini. Si è scelto di privilegiare la freschezza espressiva e la creazione istantanea, estemporanea, accettando anche l’eventuale errore.
In verità c’è stata una bella magia in quei giorni. Un interplay magnifico ed una intesa umana perfetta. Joey sceglieva immediatamente le cose giuste, spesso usando le spazzole, muovendosi poco, per lasciare sia a me che a Guido molta libertà.
Davide
Vi sono anche brani di Nino Rota, Vinicius de Moraes (quello già detto), Antônio Carlos Jobim, Jim Hall e Vincent Youmans (“Tea for two”). Perché questi loro brani, e come li avete integrati alle composizioni originali, attraverso quale denominatore comune?
Dario
Quando si ha a che fare con un musicista come Guido il repertorio a cui attingere è sempre infinito. Il denominatore comune è quello del sound che sviluppano i tre musicisti (più Francesca) coinvolti. È una scelta che per me si può fare quando si arriva ad un certo livello di maturità artistica. Per esempio pensiamo a Bill Evans nel suo trio dell’ultimo periodo: poteva suonare brani di Michel Legrand piuttosto che brani di sua composizione, oppure della tradizione, insomma non c’era un filo conduttore nella scelta del repertorio. Ecco credo che Guido, grande discepolo sia di Bill Evans che di Jim Hall, nonostante le loro differenze stilistiche, abbia ereditato quella mentalità e capacità di saper combinare musiche diverse, unificandole attraverso il suono.
Davide
Di Leone è sempre stato un cultore del suono pulito e del “bel canto” sulla chitarra. Questo album postumo è la prova finale della sua capacità di far parlare lo strumento con una naturalezza disarmante. Essendo un’opera postuma, pubblicata dalla prestigiosa Abeat Records, porta ora con sé il peso della memoria. È un ultimo dialogo tra Guido e la sua chitarra, uno strumento che ha esplorato con eleganza per decenni. Come nel tempo e ancora in questa occasione ha dialogato il tuo basso con la sua chitarra?
Dario
Sai, ci sono a volte delle magie che si creano tra musicisti. Credo che Guido, precedentemente alle nostre varie collaborazioni, avesse suonato davvero poco con un basso elettrico, anche se il mio strumento è un basso particolare che ricorda molto il contrabbasso, quantomeno cerca di non farne sentire troppo la mancanza. Ma non ne abbiamo mai parlato più di tanto. Sicuramente entrambi amiamo il groove. Amiamo il fatto che anche suonando in due ci siano un bell’impatto ritmico e una stabilità ritmica. Il nostro interplay era tale per cui le cose accadevano in modo molto naturale. Pur essendo di diversa estrazione stilistica andavano alla ricerca di un denominatore comune attraverso il suono e la ricerca del ritmo giusto, ed in questo eravamo affini.
Davide
Guido è stato l’anima del jazz in Puglia anche attraverso il Pentagramma e il Duke Jazz Club. Questo disco diviene il simbolo di una scena musicale che lui ha contribuito a costruire, pezzo dopo pezzo, nota dopo nota. È un album che non serve solo a ricordare chi non c’è più, ma a celebrare la vitalità che ha saputo trasmettere a generazioni di chitarristi?
Dario
Ovviamente per la Puglia e per Bari in particolare, Guido è stato un faro ed un portabandiera, capace di esportare la propria musica oltre i consueti confini. L’eredità che lascia un po’ a tutti è stata grande: il suo carattere, la grande serietà, un’umiltà di fondo nell’approccio alle persone, progettualità e concretezza. E’ stato un vero mentore per intere generazioni di musicisti o appassionati. I risultati concreti parlano di uno dei jazzclub tra i più attivi sulla scena nazionale, Il Duke, e non dimentichiamoci di una scuola di musica, Il Pentagramma, con un numero di iscritti straordinario, frutto di lavoro e dedizione e capacità di trasformare idee in realtà concrete.
Davide
Il legame tra voi due è celebrato esplicitamente nel disco attraverso una traccia come “Groove Dario”, un brano che sottolinea la stima reciproca e l’intesa ritmica che vi ha sempre contraddistinti. Per un fuoriclasse come te, partecipare a quest’ultima produzione significa farsi custode di un suono e di un modo di intendere il jazz che Guido ha seminato per anni?
Dario
Ecco mi sento onorato di aver fatto parte di questo progetto discografico.
Penso che quello di Guido sia un universo veramente molto vasto, e la nostra collaborazione sia il frutto ed il risultato di una stima umana ed artistica speciale. Ovviamente mi porto dietro più che altro la responsabilità di aver fatto l’ultimo Suo disco….
Davide
Questo disco trasforma il vuoto lasciato dalla sua scomparsa in una presenza che rimarrà viva. Oltre che un disco, è una lezione finale? Ascoltarlo significa studiare ancora una volta la sua eleganza armonica e il suo rispetto per la tradizione o cos’altro?
Dario
Più che una lezione finale secondo me è l’ennesimo tassello di una collaborazione complessivamente eccezionale. Questo disco ha alcune caratteristiche uniche se penso al suono e alle dinamiche. Parlando in generale dei dischi e delle collaborazioni che ho fatto io in trio e in quartetto con Guido forse è un un disco che ha qualcosina in più degli altri. E non mi riferisco solo alla presenza di Joey Baron che sicuramente è un gigante, quanto ad un livello di maturità di Guido, che negli ultimi tempi era sempre più propenso alla riscoperta della semplicità, come se non avesse più l’urgenza di dimostrare qualcosa. Io sono generalmente più legato ad una certa complessità armonica e tuttavia ho imparato da lui tante cose, essendo anche un po’ più giovane e proveniente da un altro tipo di approccio. Ad un certo punto mi ha aiutato a capire che era giusto giusto privilegiare, a volte, l’espressività e l’interpretazione dei brani. Quindi sì, ascoltare Guido in questo disco, forse rappresenta anche un passo in più.. Eh chissà cos’altro o dove ci porterà ancora con la sua presenza spirituale.
Davide
C’è un momento in particolare che ricordi di quella sessione? E, ora, come ricordi soprattutto Guido Di Leone sia come uomo e amico, sia come musicista? Cosa più vi legava?
Dario
La sessione è stata abbastanza corta e veloce, quindi abbiamo lavorato sodo. Posso dire soltanto che forse un momento magico si è creato quando è venuta Francesca ospite a cantare il suo brano, provato poco. Ebbene lei ha cantato con una intensità incredibile e ci siamo ritrovati tutti subito in un mood speciale. Non sono mancati anche altri momenti magici, ma quello è stato davvero particolare.
Diciamo che di Guido mi rimane la sua ricerca dell’eleganza nella semplicità formale. Era sempre alla ricerca della cosa bella, che potesse piacere innanzitutto a se stesso e a tutti. Ai concerti per esempio riusciva sempre a far combaciare i suoi gusti con quelli del pubblico. Poi mi resta il ricordo di una grande generosità e della fiducia che si sapeva meritare da parte di tutti. La leggerezza poi attraverso la quale faceva rendeva tutto semplice, e risolvibile era davvero il suo segreto.
Davide
Cosa seguirà?
Dario
È una domanda molto difficile. Secondo me seguiranno tante cose grazie ad i suoi insegnamenti, e all’incessante impegno portato avanti soprattutto da Francesca, dal nipote Alberto e dai musicisti che gli sono stati accanto. L’atteggiamento, la rilassatezza, la serietà, rappresentano nell’insieme un’ eredità importante che continuerà a dare dei frutti. Spero che la città possa riconoscergli una onoreficenza. Guido se la merita davvero!
Davide
Grazie e à suivre…