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Algoritmo colpevole

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social network condannati negli USA per difetto di progettazione, pratiche ingannevoli e public nuisance

«Se non stai pagando per il prodotto, allora il prodotto sei tu»
(Tristan Harris, ex-designer etico di Google)

Se si vuole segnare un momento in cui si è inferto un colpo significativo ai grandi gruppi che controllano i social media, è il marzo di quest’anno, con le sentenze State of New Mexico v. Meta (del 24 marzo)[1] e K.G.M. v. Meta & YouTube (del 25 marzo)[2] che hanno segnato una frattura sistemica nel paradigma di responsabilità delle piattaforme digitali negli Stati Uniti e forniranno materiale di studio per i giuristi di tutto il mondo.

La rottura non è avvenuta per via legislativa bensì, come tipicamente avviene nei sistemi di common law, attraverso pronunce giudiziali che hanno condotto un’operazione di re-labeling giuridico (riclassificazione): ciò che per trent’anni è stato qualificato come publishing (attività legate alla produzione, pubblicazione e distribuzione di libri, riviste e contenuti), coperto dall’immunità della Section 230 del Communications Decency Act[3], viene ora qualificato come designing (processo creativo e logico che porta all’ideazione e allo sviluppo di un prodotto o servizio), e come tale assoggettato agli ordinari criteri della responsabilità civile extracontrattuale.
Ma vediamo cosa è successo e quali implicazioni ciò potrà avere.

Ridefinizione giurisprudenziale della Section 230 del Communications Decency Act

La Section 230 del Communications Decency Act del 1996 (47 U.S.C. § 230) ha rappresentato per trent’anni il pilastro normativo per l’immunità delle grandi imprese statunitensi dell’economia digitale.

La disposizione stabilisce che i provider di servizi informatici interattivi non possano essere trattati come editori (publisher o speaker) di informazioni fornite da terzi. Il Congresso USA intendeva così promuovere il nascente mercato online e incoraggiare la moderazione volontaria senza il timore di eccessive assunzioni di responsabilità.

Nella prassi giurisprudenziale, poi, le corti federali hanno interpretato il termine publisher in senso estensivo, includendovi l’organizzazione, la promozione e la raccomandazione dei contenuti. La norma ha così operato come uno scudo impenetrabile, deviando la responsabilità sui singoli utenti anche a fronte di evoluzioni tecnologiche che hanno trasformato le piattaforme da host passivi ad architetti attivi dell’esperienza digitale.

Oggi questo impianto incontra un limite intrinseco quando la domanda giudiziale non contesta il contenuto altrui, ma la progettazione strutturale di un servizio che produce un danno autonomo (product design).

La distinzione, emersa nel caso Lemmon v. Snap Inc. (2021)[4], distingue i danni da pubblicazione da quelli derivanti da funzionalità che generano rischi irragionevoli.

Le decisioni del marzo 2026 hanno portato tale principio a piena maturazione.

Nel caso K.G.M. v. Meta Platforms Inc., il giudice Carolyn Kuhl ha respinto il tentativo di Meta di proteggere lo scorrimento infinito (infinite scroll) sotto la Section 230. La Corte ha statuito che la responsabilità per i danni derivanti da una caratteristica di design prescinde dal fatto che essa spinga a consumare contenuti nocivi.

Il focus si sposta sull’architettura della piattaforma, concepita per agganciare l’attenzione sfruttando meccanismi neuropsicologici.

Analogamente, l’azione dello Stato del Nuovo Messico contro Meta esclude l’applicazione della Section 230, contestando la condotta ingannevole e illecita nella progettazione di Instagram e Facebook.

L’impianto accusatorio dimostra che gli algoritmi hanno attivamente connesso predatori e minori attraverso sistemi di raccomandazione e verifiche dell’età inefficienti. Il danno non scaturisce da un singolo post, ma dalla logica con cui la piattaforma amplifica le interazioni.

Senza riforme del Congresso, le aule di tribunale stanno circoscrivendo la Section 230 attraverso un re-labeling concettuale: ciò che un tempo era qualificato come publishing viene ora perseguito come designing, spostando il confine verso un preciso obbligo di diligenza.

Il Primo Emendamento tra “libertà d’espressione” e architettura dannosa

Accanto alla Section 230, le società tecnologiche hanno sviluppato una linea di resistenza basata sul Primo Emendamento della Costituzione federale.

Esse sostengono che la selezione, l’organizzazione e la gerarchizzazione dei contenuti tramite algoritmi di raccomandazione costituiscano una forma di espressione protetta (speech). La cura algoritmica viene equiparata alle scelte redazionali di un giornale : imporre modifiche per ridurre la dipendenza configurerebbe un’incostituzionale espressione coatta (compelled speech), costringendo la piattaforma a variare il proprio messaggio.

Nel caso K.G.M. v. Meta Platforms Inc., la difesa ha affermato che le richieste della ricorrente colpiscono direttamente l’attività espressiva di cura dei contenuti di terzi. Per Meta e YouTube, modificare funzionalità come lo scorrimento infinito, le notifiche push o inserire avvertenze violerebbe il diritto costituzionale di decidere come presentare le informazioni ospitate.

La replica dei giudici si fonda sulla netta distinzione tra discorso (speech) e progettazione (design). Il giudice Carolyn Kuhl ha osservato che le funzioni che creano dipendenza non sono assimilabili alle compilazioni di un editore, poiché il danno deriva da elementi strutturali che prescindono dalla natura dei contenuti terzi visualizzati.

La Corte d’Appello del Nono Distretto, nella decisione NetChoice, LLC v. Bonta (2025)[5], aveva dichiarato incostituzionale una legge che imponeva la modifica predefinita del conteggio dei like visibili ai minori, ritenendola un’ingerenza regolatoria ex ante dello Stato sul contenuto del discorso.

Nel caso K.G.M., invece, la responsabilità si valuta ex post secondo i principi ordinari della responsabilità extracontrattuale, focalizzandosi su funzioni di notifica che manipolano il tempo di permanenza dell’utente.

La giurisprudenza della Corte Suprema, in particolare con la sentenza Moody v. NetChoice LLC (2024)[6], ha riconosciuto che compilare un feed presuppone scelte editoriali protette. Tuttavia, le corti californiane hanno valorizzato il principio per cui tale tutela non si estende alle modalità tecniche di fruizione. Funzionalità come lo scorrimento infinito non esprimono opinioni e scelte editoriali, ma costituiscono meccanismi di programmazione a rinforzo variabile (variable reward scheduling) volti a sfruttare vulnerabilità psicologiche ed eliminare attriti cognitivi.

Non essendovi alcun messaggio riconoscibile, la scelta ingegneristica per fini di engagement risponde alle regole della product liability (responsabilità da danno derivante dal prodotto). Gli effetti collaterali del codice sui minori sono così sottoposti a sindacato giudiziale alla stregua di qualsiasi prodotto difettoso o privo di dispositivi di sicurezza.

Il Primo Emendamento continua a proteggere le piattaforme quando agiscono come editori, quando scelgono i contenuti da ospitare, rimuovere o promuovere in base a criteri di rilevanza o di conformità alle proprie community guidelines.

Ma tale protezione non si estende alle scelte di progettazione che, non veicolando alcun messaggio riconoscibile, operano sul piano della meccanica comportamentale. Non c’è opinione editoriale nella decisione di rimuovere il pulsante avanti e sostituirlo con un flusso infinito di contenuti: c’è una scelta ingegneristica, dettata da considerazioni di engagement e di retention, i cui effetti collaterali quando si tratti di minori con una corteccia prefrontale ancora in via di sviluppo possono essere oggetto di sindacato giudiziale esattamente come lo sarebbero gli effetti collaterali di un farmaco non adeguatamente testato o di un macchinario privo di dispositivi di sicurezza.

È la logica della product liability che si afferma, silenziosamente ma inesorabilmente, sul terreno che fu del First Amendment absolutism (assolutismo del Primo Emendamento).

Il grimaldello delle leggi statali a tutela dei consumatori

Le leggi statali a tutela dei consumatori rappresentano un terzo asse normativo dirompente contro le Big Tech.

Confezionati originariamente per i mercati tradizionali, questi strumenti penetrano lo scudo della Section 230 poiché non sindacano i contenuti degli utenti, ma valutano la condotta commerciale dell’impresa, verificando se abbia mentito o adottato pratiche scorrette verso il pubblico.

Il caso State of New Mexico ex rel. Raúl Torrez v. Meta Platforms Inc. è un autentico laboratorio giuridico. Il Procuratore Generale ha applicato l’Unfair Practices Act (UPA)[7], che vieta dichiarazioni false o ingannevoli (unfair or deceptive trade practices) e pratiche inique (unconscionable trade practices) volte a sfruttare la mancanza di esperienza o capacità del consumatore.

La strategia statale si è rivelata efficace poiché l’UPA non richiede la prova di un danno individuale, ma la dimostrazione oggettiva di una condotta ingannevole. Lo Stato ha così provato che Meta conosceva i rischi delle proprie piattaforme ma ha sistematicamente ingannato il pubblico sulla sicurezza dei minori.

L’atto di accusa ha articolato tre cause d’azione.

Sotto il profilo delle pratiche ingannevoli, è stato dimostrato che le rassicurazioni di Meta sulla rimozione dei contenuti dannosi e sull’efficacia dei filtri erano smentite da documenti interni. Perfino la metrica trimestrale della prevalence offriva una rappresentazione distorsiva, calcolando solo le violazioni intercettate e non la stragrande maggioranza sfuggita ai sistemi.

Riguardo alle pratiche sleali e inique, lo Stato ha evidenziato la contrarietà di Meta alle politiche pubbliche contro la pornografia minorile e lo sfruttamento dell’innocenza dei minori. A fronte della cessione di dati e attenzione, gli utenti ricevevano infatti un ambiente insicuro progettato per aggravarne la vulnerabilità.

La giuria ha accolto l’impianto accusatorio, quantificando 75.000 condotte illecite e condannando Meta a 375 milioni di dollari.

Ora si aprirà una ulteriore fase processuale incentrata sulla public nuisance (il danno pubblico) volta a imporre a Meta riforme strutturali come la verifica dell’età.

Questo modello, replicato da oltre quaranta procuratori generali, dimostra che la tutela dei consumatori offre strumenti flessibili per aggredire le condotte più opache.

Spostando il fuoco dal publishing al marketing, il diritto dei consumi risponde all’economia dell’attenzione: chi vende servizi digitali con dichiarazioni ingannevoli risponde dei danni esattamente come i produttori di auto difettose o farmaci non testati.

Per concludere senza chiudere

Le sentenze esaminate costituiscono un preciso momento di transizione giuridica: le piattaforme digitali cessano di essere spazi neutrali governati dall’immunità tradizionale della Section 230 e del Primo Emendamento e diventano product designers soggetti agli ordinari standard di diligenza del diritto della responsabilità civile anche alla luce delle nuove leggi a tutela dei consumatori che si stanno approvando nei diversi Stati USA.

I verdetti del marzo 2026 non risolvono le questioni aperte, che vedranno sviluppi negli appelli annunciati e nelle eventuali pronunce della Corte Suprema, ma fissano un precedente che, se confermato, ridefinirà strutturalmente il rapporto tra architettura digitale, tutela dei fruitori, in particolare di quelli più deboli (minori e adolescenti), e ordinamento giuridico, con effetti che si propagheranno ben oltre i confini del sistema giuridico statunitense.

  1. State of New Mexico, ex rel. v. Meta Platforms, Inc. et al., https://www.govinfo.gov/app/details/USCOURTS-nmd-1_23-cv-01115/summary.
  2. K.G.M. v. Meta et al., https://www.civile.it/internet/visual.php?num=101119.
  3. Il Communications Decency Act (CDA) è una legge federale statunitense del 1996. Il suo scopo originario era regolamentare i contenuti pornografici su Internet, ma è famoso soprattutto per la sua Sezione 230, che ha plasmato l’intero ecosistema digitale, https://www.columbia.edu/~mr2651/ecommerce3/2nd/statutes/CommunicationsDecencyAct.pdf.
  4. Lemmon v. Snap Inc., https://cdn.ca9.uscourts.gov/datastore/opinions/2021/05/04/20-55295.pdf.
  5. NetChoice, LLC v. Bonta, https://cdn.ca9.uscourts.gov/datastore/opinions/2026/03/12/25-2366.pdf.
  6. Moody v. NetChoice LLC, https://www.supremecourt.gov/opinions/23pdf/22-277_d18f.pdf.
  7. Unfair Practices Act (UPA), https://law.justia.com/codes/new-mexico/chapter-57/article-12/section-57-12-3/.

 

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