
postfazione di Lorenzo Fava
Arcipelago Itaca
Osimo, 2026
pag. 99
euro 16,00
Per una fortunata congiunzione degli eventi, siamo venuti a conoscenza di un esordio poetico importante, quello del giornalista romano Alessandro Melia, già curatore dell’antologia “Io non sono un poeta”, di Sergio Corazzini (Interno Poesia, 2021). Il volume di Melia ci aveva attirato, occorre premettere, sin dal titolo: “Dormono i nomi”. E ci eravamo convinti di leggere questi versi quando ci era stato premesso che il tema centrale del libro è la morte. Ché quest’argomento può portare, nel suo svolgimento diciamo, a vergare componimenti necessariamente apprezzabili oppure testi illegibili. Siamo nella prima terra, ecco. Tutto il mondo del poeta è davvero un discorso con la morte, anzi insieme alla vita. Come quando l’uomo è spinto ad accettare eventi ineludibili. Per prime, purtroppo, la scomparsa dei propri genitori. Ed è qui che il talento di Melia si manifesta. Nel senso che la perdita, quella mancanza divenuta eterna, si materializza ed è, paradossalmente quasi, sublimata più nella materia della materia, nel materiale delle cose, nelle sostanza di quel che è stato, invece dell’essere solamente, vedi la bellezza del titolo, la sicurezza dei nomi che avevamo, che abbiamo. Il libro è strutturato in queste sezioni: L’attesa, Dormono i nomi, Altari sul nulla, gli addii, Istruzioni in caso di morte, Giochi mortali, L’officina; dallo scritto di commento di Fava: “(…) è un libro che parla di temi per eccellenza lirici, e con cui quindi siamo tutti chiamati a confrontarci: la morte, il dolore, il tempo. Una poesia di questa forza emotiva va incasellata in un linguaggio che rifletta le esperienze a proposito del grande mistero della vita: la sua fine. Le parole di questa lunga sofferenza sono pronunciate con accentuazioni estremamente cadenzate, in una riuscita forma chiusa di versi tradizionali metricamente, ma freschi nelle immagini. Melia compie l’operazione più difficile: fare poesia con i temi di sempre, in una lingua ben riconoscibile che parla di sofferenza con fragilità e grazia, si reinventa in un linguaggio trasparente a quella condizione perché la poesia serva all’autore (e all’uomo) per rendicontare i momenti, esporre in una lingua chiara il dolore e la memoria. (…)”. Come dargli torto? Come non possiamo dare torto all’autore che omaggia figure importanti del cielo stellato poetico. Patrizia Cavalli, Antonella Anedda, De Angelis e Pontiggia…
“L’orologio, la penna, il quaderno,
le scarpe, la cinta, gli occhiali
non muoiono davvero
fanno finta di morire
come scarti di un passato che non passa
vivono passandoci il dolore
di chi abbiamo amato”.
Questi versi sono esemplificativi della poetica di Alessandro Melia, ottimi a presentare la racconta e, dunque, a farci tornare su quel che dovremo sapere.
La poesia eponima, infatti:
“Dormono i nomi, e si confondono
nel sonno invincibile in cui sono caduti.
Loro che non hanno più albe
né sogni inquieti
a chiudere se il vento
cambierà.
Stride la loro anima
sfolgora, s’incunea
nell’ultima
ora.”
Ed infine ecco una delle nostre preferite:
“Qualcuno dice
che il colore del dolore è il nero
mai io penso sia un errore
non è un giudizio così vero.
Semmai il rosso sangue
è il colore di chi langue
in un letto d’ospedale
in attesa del Natale.”.