
“A deep dive in the colourful and mysterious of Mr. Taxology” si presenta come un concept album corposo (ben 15 tracce) e unitario: un’immersione in un giardino ipnagogico e visionario, attraversato dalla voce narrante di Bruno Vergani, che guida l’ascoltatore in un cammino onirico verso la propria essenza. Il riferimento alla tassonomia – la disciplina che classifica gli organismi viventi – diventa chiave sia poetica sia strutturale: diversi brani riprendono la nomenclatura botanica, trasformando la scienza in metafora degli stati di coscienza. Ne nasce un erbario interiore, una “tassonomia psichica” in cui ogni composizione è un organismo autonomo all’interno di un ecosistema coerente.
Le armonie si muovono tra familiarità e spaesamento, alternando accoglienza e improvvisi scarti percettivi. La scrittura intreccia suggestioni psichedeliche e cinematografiche, atmosfere sospese tra il retrò e il contemporaneo, con accenti funky e aperture orchestrali. La tavolozza timbrica è ampia: chitarre, pianoforte e tastiere dialogano con archi e fiati, mentre sitar, mandolino e percussioni orchestrali ampliano continuamente il campo sonoro.
Registrato, prodotto, arrangiato e mixato da Andrea Rizzi nel suo studio domestico a Taranto, il lavoro riflette un approccio artigianale e sfaccettato alla costruzione del suono. Le composizioni portano principalmente la firma del giovane musicista pugliese e del sodale Giuseppe Bitonte. Importanti anche i contributi di Stefano Piancastelli e di Wladimiro Rizzi; il mastering è a cura di Elio Di Menza.
“A deep dive in the colourful and mysterious of Mr. Taxology” è un esordio che non si limita a presentare una raccolta di brani, ma invita l’ascoltatore a varcare una soglia: entrare nel loro giardino significa accettare un’esperienza potenzialmente trascendente, in cui alcune piante possono essere veleno o medicina, a seconda della dose, dell’ascolto e della stagione interioredell’ascoltatore.
NOS Records 2026

Intervista
Davide
Ciao. Come e quando nasce il duo Taxology, con quali gusti musicali simili, da quali esigenze di esprimervi creativamente e con quale volontà di progetto artistico condiviso?
Andrea / Giuseppe
Ciao Davide! Il duo Taxology nasce nel 2024, durante il quarto anno del liceo musicale di Taranto, dopo lo scambio di alcune bozze di registrazioni. Durante tutti gli anni precedenti abbiamo condiviso molta musica. Abbiamo ascoltato (e cerchiamo di ascoltare) più musica possibile; dalla psichedelia e il beat anni ’60 al rock anni ’70, dal funk giapponese anni ’70 a quello più moderno, cantautori italiani e colonne sonore. Tutte queste influenze sono state mescolate nel calderone di Taxology, direttamente o indirettamente. Il nostro bisogno di esprimerci è un bisogno fisiologico, che ha iniziato a manifestarsi proprio negli ultimi anni di liceo.
Davide
Come invece è nato il vostro primo capitolo discografico, da quali idee musicali portanti e da quale concetto e tema unificanti?
Andrea / Giuseppe
Il primo brano che abbiamo composto, che non è presente nell’album, è stato il primo vero approccio alla composizione condivisa e alla registrazione home-made. Dopo questo primo esperimento abbiamo continuato a scrivere e registrare, rendendoci conto del vero percorso che avremmo potuto seguire. Pur non essendo presente nel prodotto finale, quel brano è importantissimo per noi, in quanto è il seme di tutto.
Davide
Utilizzate la nomenclatura botanica per costruire una sorta di “erbario musicale” e questo approccio richiama i grandi concept album del passato, ma voi lo fate con una freschezza e una libertà espressiva tipiche piuttosto dell’avanguardia contemporanea, evitando per altro l’autoindulgenza tecnica del progressive a favore invece di un’espansione sottrattiva (o una sottrazione espansiva) e una narrazione cinematica immersiva. Che cosa avete rielaborato del progressive e della psichedelia del passato nella creazione di questo disco? Come riflette il vostro approccio, anche “tassonomico”, alla musica e al suono?
Andrea / Giuseppe
Possiamo dire che la rielaborazione dei suoni del passato sia avvenuta indirettamente, in quanto noi non ci consideriamo ascoltatori assidui di prog e psichedelia. Il disco, però, ha un filo conduttore unico; forse una delle cose che può accomunarci al progressive è proprio la presenza di un concept, pur essendo un disco strumentale, dando così all’ascoltatore la possibilità di immergersi nel nostro giardino grazie all’ausilio di tre interventi parlati, che accompagnano il flusso musicale portante.
L’approccio tassonomico proviene in parte dall’autore dei testi, Bruno Vergani, che porta il suo immenso sapere erboristico e il suo estro filosofico a completamento di un progetto già strutturato sulla natura.
Davide
Avete utilizzata la tassonomia scientifica della classificazione delle piante come un dispositivo narrativo. Ogni traccia, col suo titolo, funziona come una cellula di un “erbario musicale” allegorico? Dal sentang di “Azadirachta excelsa” alla “Mandragora Caulescens”, dalla magnolia di “Michelia Aenea” al bagolaro di “Celtis Australis” fino alla “Pieris Japonica”, le piante non sono solo vegetali, ma specchi dell’esistenza umana? Su quali livelli di pensiero si articola questo lavoro? Che tipo di viaggio mentale o di giardino volevate evocare?
Andrea / Giuseppe
Come accennavo prima, parte integrante del progetto è il filosofo ed erborista Bruno Vergani, al quale darei la parola:
“L’idea dell’erbario musicale è molto vicina a ciò che abbiamo cercato di fare. Ma la tassonomia, con la sua precisione quasi rituale, è per noi un punto di partenza, non un punto d’arrivo. Ogni nome di pianta è come una soglia: apparentemente descrive, classifica, delimita; in realtà apre. Non volevamo costruire un catalogo, ma un paesaggio mentale, un giardino in cui ogni traccia fosse una presenza, una vibrazione, quasi una forma di coscienza.
Questa risonanza tra umano e vegetale non è nuova: appartiene tanto alle spiritualità sciamaniche quanto alla sensibilità del medioevo monastico, dove nelle piante si intuiva un ordine nascosto. Non si classificava per possedere, ma per entrare in relazione. In questo senso, oggi si parla di “eco-appartenenza”: non siamo osservatori esterni, ma parte di un tutto che ci precede e ci attraversa. Il lavoro nasce da qui: si parte dalla tassonomia, ma poi i nomi si sciolgono, si trascendono, per lasciare emergere una dimensione quasi pre-cognitiva, dove la pianta non è più solo “oggetto”, ma esperienza. C’è però un paradosso: più cerchiamo di osservare con attenzione una pianta, come qualsiasi cosa, più rischiamo di sovrapporre noi stessi a ciò che osserviamo. L’attenzione diventa un proiettore che illumina ciò che già ci aspettiamo. Per questo serve un doppio movimento: precisione e sottrazione. Guardare con cura, ma senza afferrare. Entrare in relazione senza possedere, quasi un “osservare senza l’osservatore”: uno stato in cui lo sguardo è presente ma non invadente, attento ma non appropriativo. Ecco, forse il nostro “giardino” è proprio questo: uno spazio in cui ascoltare senza imporre. Un invito a mettere a fuoco togliendosi di mezzo, a lasciare che sia, in qualche modo, la natura a suonare attraverso di noi.”
Davide
Il legame tra musica e natura nel vostro progetto si manifesta come una forma di biologia sonora, dove la struttura e l’andamento del brano ricalca in qualche modo le particolarità o specificità del relativo organismo vivente?
Andrea / Giuseppe
I nomi dei brani sono stati attribuiti DOPO la registrazione degli stessi, e, sempre con l’aiuto di Bruno, ci siamo impegnati ad associare l’energia e le caratteristiche sonore dei brani ad alcune nomenclature di piante che rispecchiassero l’approccio psichedelico e il flusso continuo dei brani.
Davide
La Mandragora Caulescens è il simbolo perfetto del confine tra realtà scientifica e suggestione esoterica e della conoscenza che emerge dall’oscurità: qualcosa che ha radici nel mistero profondo (il sottosuolo cioè come l’inconscio) ma che cresce e fiorisce in modo visibile e classificabile. Secondo la leggenda, la mandragora emette un urlo fatale quando viene sradicata. Nel disco, questa pianta diventa la metafora dell’atto creativo come l’estrarre un’idea dal “giardino” interiore, un processo che rompe il silenzio e trasforma il pensiero in suono? O cos’altro?
Andrea / Giuseppe
Hai centrato a pieno la nostra idea, che ovviamente si è evoluta con la registrazione e il missaggio del disco, e con l’apporto filosofico menzionato prima.
Davide
Le composizioni sono strumentali, salvo in “Mandragora Caulescens”, in “Celtis Australis” e nella conclusiva “Pieris Japonica”, che si avvalgono di un testo letto da Bruno Vergani. Come è stato coinvolto nel vostro progetto? Qual è l’intento evocativo e riassuntivo della sua narrazione inserita in alcuni momenti?
Andrea / Giuseppe
(Andrea) Conosco Bruno da sempre, in quanto marito di mia nonna, e ci è sembrato naturale coinvolgerlo; sapevamo che la sua esperienza di erborista e specialmente di filosofo potesse dare una marcia in più al progetto. Abbiamo iniziato con un piccolo intervento (come esperimento sul singolo “Mandragora Caulescens”), e successivamente abbiamo deciso di basare l’identità del progetto proprio su questo concetto. Lo scopo delle narrazioni è di raccontare, attraverso una “Innervision”, la favola del giardino, come metafora dell’io interiore.
Davide
È credenza diffusa che le piante, seppure prive di apparato uditivo, siano sensibili al suono, percependolo in forma di vibrazioni meccaniche. E, inoltre, le piante pare che emettano suoni “scoppiettanti”, benché inudibili per l’orecchio umano. La relazione tra musica e piante ha ispirato molti compositori, che fin dagli anni ’70 hanno concepito musica appositamente concepita per la crescita e il benessere delle piante, come nei dischi “Mother Earth’s Plantasia” di Mort Garson (1976), “De la musique et des secrets pour enchanter vos plantes” di Roger Roger (1978) o “La Aventura de las Plantas” di Joel Fajerman (1982), giusto per restare in quel decennio. Che idee avete al riguardo?
Andrea / Giuseppe
Ci piace molto l’aspetto concettuale degli album degli anni 60 e 70. Anche Stevie Wonder, con “Journey Through The Secret Life Of Plants” (1979), ha realizzato un capolavoro con un’idea di base simile alla nostra. Noi non scriviamo musica PER le piante, ma musica ispirata dall’interazione tra uomo e natura.
Davide
In copertina, al centro della scena, c’è un uomo con una folta barba bianca vestito con abiti dal taglio ottocentesco (che potremmo identificare come lo stesso Mr. Taxology). È ritratto mentre compie un gesto solenne e quasi magico: sembra dirigere un giardino di bulbi e ampolle alchemiche. Nella parte superiore domina un sole ardente e fili di luce collegano l’astro a delle forme surreali appunto bulbose e traslucide che spuntano dal terreno. Perché avete scelto questo immaginario surrealista, che sembra anche ispirarsi a Georges Méliès, al suo surrealismo ingenuo, colorato e pieno di meraviglia. È un modo per dire che la vostra musica è una macchina del tempo che non guarda solo al passato, ma a un futuro che dobbiamo tornare a immaginare con gli occhi dell’innocenza e della fantasia?
Andrea / Giuseppe
Ovviamente con la copertina abbiamo provato a rappresentare l’immaginario nel quale l’ascoltatore si sarebbe immerso. Ovviamente SI, il protagonista della scena è proprio Mr. Taxology, all’entrata del suo giardino magico, anche a lui in parte sconosciuto. Ci piace molto la tua interpretazione della copertina, ma sicuramente non è l’unica, perché il nostro obiettivo è proprio quello di stuzzicare la fantasia dell’ascoltatore permettendogli di viaggiare con la nostra musica.
Davide
Le piante incarnano il concetto di mistero biologico: nascono dal buio della terra, crescono verso la luce e accettano il declino. Le sonorità vintage (analogiche, calde) richiamano la terra e la materia organica mentre le sonorità moderne (elettroniche, cristalline) richiamano l’aria e la luce? Che tipo di combinazione ideale cercate tra analogico e digitale?
Andrea / Giuseppe
Avendo registrato tutto a casa, ci siamo serviti di un mix tra elementi digitali ed analogici: tutti gli strumenti sono stati arrangiati, suonati e registrati (archi, fiati, percussioni ecc.). Il nostro prossimo obiettivo è comunque quello di provare a rendere il nostro workflow il più analogico possibile, in quanto lo consideriamo un fattore essenziale per una resa ancora più organica del progetto.
Davide
Le piante comunicano in modi invisibili tramite radici e funghi. In un’epoca dominata dal rumore digitale, la riflessione botanica invita a riscoprire una connessione profonda e più silenziosa con ciò che ci circonda?
Andrea / Giuseppe
Si, il nostro disco è nato a contatto con la natura. Mentre le piante comunicano tramite le radici e i funghi, noi ci teniamo a farlo attraverso la nostra musica, in maniera non proprio silenziosa.
Davide
Le piante esistono con una bellezza che non ha uno scopo utilitaristico immediato per l’uomo. Questo spinge l’ascoltatore a riflettere sul valore dell’arte pura?
Andrea / Giuseppe
La bellezza delle piante, che esiste indipendentemente da un’utilità per l’uomo, ci ricorda che non tutto deve servire a qualcosa per avere valore. Questo invita a riconoscere anche nell’arte pura una forma di significato che sta semplicemente nell’essere vissuta.
Davide
Cosa seguirà?
Andrea / Giuseppe
Ovviamente per ora ci concentreremo sull’uscita di questo disco, che porteremo live in full band. Oltre a questo, vorremmo concludere con un ringraziamento per questa intervista speciale e piena di stimoli.
Davide
Grazie e à suivre…