
“Faithless” è un lavoro intenso e profondamente concettuale che affronta il tema della perdita – individuale e simbolica – come chiave di lettura di un presente svuotato di senso. Nasce dall’assenza di punti di riferimento, dal silenzio di Dio e dal crollo delle ideologie, ma anche dal bisogno umano di trovare, nell’amore e nella consapevolezza, una possibilità di redenzione. In questo senso, il termine “faithless” non indica soltanto la mancanza di una fede religiosa, ma una condizione più ampia e attuale: l’incredulità verso la società e verso un mondo che sembra aver tradito ogni promessa di rispetto ed uguaglianza.
Il disco si sviluppa come un viaggio onirico e interiore, in cui il microcosmo dell’elaborazione di un lutto riflette il macrocosmo di una realtà asfissiante, violenta e incomprensibile. Il percorso narrativo culmina nel ventre della balena, simbolo centrale dell’opera: luogo di rifugio, attesa e confronto con l’oscurità. Da Collodi a Melville, passando per Orwell, la balena diventa metafora dell’assoluto, del lutto e della sospensione. È solo attraversando questo spazio, e uscendone trasformati, che Faithless apre alla possibilità di una rinascita.
Dal punto di vista sonoro, il disco si muove in una linea di confine tra post-punk, darkwave ed electronic rock, privilegiando costruzione atmosferica e intensità emotiva. Composto tra febbraio e ottobre 2024 e registrato nel maggio 2025 tra Castelfidardo (AN) e Berlino, l’album è stato prodotto, registrato e mixato da Enrico Tiberi (Nrec, The Shell Collector) e finalizzato nel mastering a Londra da Pete Maher, già al lavoro con artisti come Nick Cave and the Bad Seeds, Depeche Mode, Nine Inch Nails, The Jesus and Mary Chain, U2, Pixies e The Killers.
Stratificazioni di synth e texture elettroniche si intrecciano con chitarre taglienti e ritmiche serrate, dando vita a un linguaggio diretto e corporeo, vicino alla tensione di Model/Actriz, alla sospensione emotiva dei Crosses e a una sensibilità industrial-rock affine ai Nine Inch Nails.
Sul versante melodico affiorano richiami alla lezione di New Order e Depeche Mode, rielaborata con uno sguardo contemporaneo privo di nostalgia. Ne emerge un sound solido e riconoscibile, essenziale nelle scelte produttive e orientato a dinamica, atmosfera e urgenza espressiva, in una prospettiva internazionale.
L’immaginario visivo dell’album si muove in continuità con questa tensione emotiva. La copertina di Faithless è dominata da un grande blocco di marmo fotografato da Paolo Maggiani nella sua opera “Vette scalfite”: pietra come materia primaria, ma anche tombale, pietra della memoria. Isolato e imponente, il marmo diventa metafora dell’individuo raccontato nel disco, un microcosmo chiuso e carico di peso emotivo. Alle sue spalle, il disegno evanescente di una balena realizzato da Sara Tringali attraversa l’immagine come presenza mentale e simbolica. Il dialogo tra fotografia e disegno restituisce visivamente il cuore dell’opera: un percorso che nasce dalla perdita e attraversa incredulità e silenzio fino alla possibilità di una rinascita.
I Design nascono nelle Marche nel 2008 e sono composti da Daniele Strappato (voce e programming), Sara Tringali (basso), Nicola Cerasa (chitarre e tastiere) e Roberto Cardinali (batteria e programming). Il moniker nasce dall’idea di reinterpretare e rinnovare ciò che è già esistente: una tensione creativa che attraversa fin dall’inizio la loro scrittura e la costruzione dell’identità sonora. Dopo l’EP/demo 4 Little Hanged Toys (Copro Records/Casket Music), esordiscono nel 2012 con Technicolor Noise (Zeta Factory), un lavoro che fonde alternative rock, elettronica e suggestioni industrial. Nel 2015 pubblicano Daytime Sleepwalkers per This Is Core, segnando un’evoluzione verso atmosfere più oscure, in cui elementi dark e new wave si innestano con maggiore consapevolezza nel loro sound. L’anno successivo esce DSRMX, raccolta di remix che amplia ulteriormente la dimensione elettronica del progetto. Dopo una pausa legata a vicende personali, la band torna nel 2026 con Faithless per Overdub Recordings, un disco intenso, concettuale e politico, che inaugura un nuovo capitolo artistico, profondamente influenzato dalle esperienze vissute.

Intervista
Davide
Ciao. “Faithless” è il titolo del vostro ultimo disco e arriva dopo dieci anni di silenzio dovuto, come leggo, a una pausa legata a vicende personali. Cosa continua “Faithless” del vostro passato e cosa evolve e contiene di nuovo dunque dopo questa lunga pausa?
Design
Ciao Davide. Per noi Faithless rappresenta un’evoluzione naturale del nostro “micro-mondo”, e per naturale intendiamo qualcosa di assolutamente non pianificato. Ogni volta che prendiamo in mano i nostri strumenti non sappiamo esattamente cosa ne verrà fuori: ci lasciamo influenzare da tutto ciò che ci circonda – dalle esperienze personali a ciò che accade nel mondo – e da tutto ciò che ascoltiamo, vediamo, assorbiamo e poi rielaboriamo.
È un modus operandi che ci permette di rimanere coerenti e riconoscibili, pur diversificando lo stile musicale da un album all’altro, sviluppando una sorta di narrazione che rappresenta il momento – personale e storico – in cui la nostra musica nasce.
Ciò che è rimasto invariato è quindi il nostro approccio: la curiosità di sperimentare la forma più adatta a ciò che vogliamo raccontare e il (quasi) perverso desiderio di andare a punzecchiare qualche nervo scoperto.
Ciò che invece cambia è una maggiore consapevolezza, frutto del vissuto e dell’esperienza maturati in questi anni.
Davide
La title-track “Faithless” è il punto di partenza del viaggio: “…in assenza di risposte trascendentali (il silenzio di Dio), l’amore umano diventa l’unica forma possibile di salvezza”. È una riflessione che sposta il baricentro della speranza dal cielo alla terra. Vedete questa centralità dell’amore umano come una necessità inevitabile per non soccombere al vuoto in un mondo sempre più caotico-egotico e un universo dal “Creatore” che la scienza e la ragione rendono sempre più silenzioso? Che tipo di viaggio è Faithless?
Design
Speriamo sia l’ascoltatore a decidere il tipo di viaggio da intraprendere. Faithless può essere un viaggio interiore – di crescita, di presa di coscienza – oppure un racconto di formazione o l’elaborazione di un lutto.
Ma può anche muoversi su un piano più onirico: partiamo dal reale, storico e privato, e lo raccontiamo come accade nei sogni, dove si mescola a una dimensione quasi magica e perde contorni definiti.
Noi ci limitiamo a fornire alcune coordinate. Il trauma, innanzitutto, come inizio del viaggio: ci troviamo davanti a un letto di morte, senza che sia chiaro chi – o cosa – lo occupi. E poi uno spostamento di prospettiva: smettere di cercare risposte verso l’alto e rivolgere lo sguardo alla terra.
In questo senso, anche il tema dell’amore umano può emergere come qualcosa di necessario, non tanto come risposta assoluta, ma come una delle poche forze capaci di dare senso e direzione dentro un paesaggio che spesso appare vuoto o disorientante.
In questo percorso ci ha accompagnato spesso l’immagine dell’Appeso, il dodicesimo arcano maggiore dei tarocchi – un numero che ritorna anche nei testi del disco. A un primo sguardo sembra una figura bloccata, ma osservandola meglio emerge un’ambiguità: potrebbe essere una condizione subita oppure una scelta, un momento di sospensione necessario per cambiare punto di vista.
Più che dare una risposta, ci interessa lasciare aperte queste possibilità: il senso, come il viaggio, lo costruisce chi ascolta.
Davide
“Cold War” è qui “metafora di un conflitto represso e universale, in cui il dolore resta nascosto e l’incomunicabilità domina ogni spazio”. Questo mi ha rievocato il film “Cold War” di Paweł Pawlikowski, in cui si racconta la travagliata storia d’amore tra Wiktor e Zula, che deve far fronte sia alla divergenza di aspettative e caratteri, sia agli schemi della guerra fredda post bellica, con un continuo perdersi e ritrovarsi fra il socialismo reale della Polonia e la libertina Parigi. Il film non esplode quasi mai in catarsi, ma logora i personaggi nel silenzio e nelle fughe che non risolvono nulla, perché il vero “muro” è dentro di loro. Oggi l’incomunicabilità non nasce più dal silenzio o dai muri geografici, ma paradossalmente dall’eccesso di connessione. È un paradosso moderno: siamo ovunque, ma raramente siamo “con” qualcuno. Se in Cold War era la Storia a dividere, oggi sembra essere l’ego iperconnesso a costruire nuovi muri invisibili. Pensate che la tecnologia abbia peggiorato questa nostra capacità di “sentire” l’altro o ci ha solo fornito nuovi modi per nasconderci? Qual è dunque la vostra visione della tecnologia in questa era della Rivoluzione Cibernetico-Digitale?
Design
Quel film è stato sicuramente una delle fonti d’ispirazione per il concept del brano. Nella nostra Cold War si muovono tre figure – “frustrazione”, “rassegnazione” e “insicurezza” – (un’altra suggestione che arriva dal cinema, stavolta più popolare, come Inside Out). Dalle loro azioni emerge quello che può sembrare un quadretto familiare, ma che resta volutamente ambiguo: potrebbero essere persone distinte, oppure proiezioni interiori di un unico personaggio, o ancora una metafora della condizione sociale e politica dal nostro punto di vista europeo.
In questa situazione di stallo e tensione, in cui tutto sembra poter esplodere da un momento all’altro, ciò che prevale non è la risoluzione del conflitto ma la necessità di nascondere la propria fragilità.
Abbiamo la sensazione che, oggi, più che alla costruzione di un dialogo reale si tenda all’auto-esposizione e all’auto-celebrazione. Ma non crediamo che la responsabilità sia della tecnologia in sé: è il modo in cui viene utilizzata a fare la differenza. È una questione etica.
I social, ad esempio, nascono per connettere persone lontane ma spesso diventano spazi di sfogo e polarizzazione. Le piattaforme musicali mettono tutta la musica a disposizione, ma finiamo per ascoltare ciò che viene suggerito da un algoritmo. E oggi, con l’intelligenza artificiale, ci troviamo davanti a uno strumento potentissimo che può semplificare molti processi, ma anche distorcere la realtà o svuotare di valore il lavoro creativo quando viene usato senza consapevolezza.
Non è una dinamica nuova. Basti pensare al tempo brevissimo che separa la scoperta della fissione nucleare dalla costruzione della bomba atomica. Forse, quindi, il punto non è tecnologico ma antropologico. Forse c’è qualcosa di profondamente umano in questa tendenza a spingere ogni scoperta fino al limite, anche autodistruttivo.
Davide
“Sweet Surrender” è “un racconto di esclusione e disallineamento. In un mondo che corre verso il collasso, la dolce resa diventa atto di libertà e di sopravvivenza emotiva: danzare sulle rovine, rifiutare l’omologazione e brindare lucidamente alla fine di un impero che non offre più appartenenza”. È una visione quasi dionisiaca, che trasforma il nichilismo in una forma di resistenza estetica. Quando le strutture sociali e di pensiero non offrono più un rifugio sicuro o un senso di comunità, l’atto di “arrendersi” non è più una sconfitta, ma una liberazione dal peso di dover sostenere un sistema ormai esausto? La musica ha sempre rafforzato il senso di comunità e la consapevolezza di una condizione umana comune, fungendo da “ponte” tra individui che si riconoscono nelle stesse ferite e nella stessa voglia di futuro? Mentre la musica commerciale “abdica al suo ruolo sociale”, la musica scelta o creata consapevolmente rimane un atto di libertà? O così è per voi?
Design
Più che una liberazione, la resa diventa una presa di posizione orgogliosa, un atto consapevole e dimostrativo per innescare un cambio di rotta. Ma anziché invocare pietà in ottica vittimistica abbiamo preferito esaltare la fame di vita in una condizione di disperazione, quasi a ribaltare l’inerzia di un presente in cui tutto sembra ritirarsi, in cui si resta a guardare da fuori invece di attraversare le cose, e in cui l’atto realmente sovversivo diventa ancora quello di uscire, partecipare, fare festa mentre tutto invita alla rinuncia. Nello scrivere il brano abbiamo pensato a Cyril Collard, regista francese che mette in scena la scoperta della sua sieropositività nel film cult “Notti selvagge”, reagendo senza chiudersi in sé stesso ma intensificando la sua vita notturna. Collard è morto appena tre giorni prima che il film vincesse il premio César, ma la pellicola è diventata un simbolo di libertà e rabbia per un’intera generazione, distinguendosi per il realismo crudo e la totale assenza di pietismo.
Noi, in quanto musicisti indipendenti, vediamo la musica non tanto come una risposta, ma come un modo per stare dentro le contraddizioni senza semplificarle. Non ci interessa tracciare una distinzione morale tra musica commerciale e non commerciale, ma è evidente che urgenza e libertà espressiva non seguono sempre le stesse logiche di esposizione. Per questo la musica può essere ancora uno spazio libero solo se rinuncia a essere sempre immediata e spendibile. Non come rifugio, ma come attrito, capace di abitare la zona scomoda delle cose non risolte. E questo vale sia per la creazione sia per la scelta. Speriamo che chi deciderà di ascoltare il nostro album possa entrare in risonanza con la stessa immediatezza con cui il pubblico ha accolto Notti selvagge: una condivisione istintiva della sua urgenza.
Davide
Deep Dive è “la discesa nell’abisso interiore per affrontare i demoni, scavare nella memoria, accettare ferite che non guariscono. Il dolore non può essere risolto, ma attraversato”. Se l’abisso non è un vuoto, ma un contenitore di verità rimosse e se i demoni sono spesso parti di noi che hanno smesso di comunicare e chiedono di essere viste, l’attraversamento è l’unica alternativa al rimanere bloccati. Questo vostro lavoro è servito ad attraversare qualcosa in particolare e a riemergere? Come vi ha cambiato? E che funzione hanno avuto la musica e la creatività?
Design
Faithless nasce e si sviluppa nell’attraversamento di momenti difficili stratificati e sovrapposti. Siamo quattro persone diverse che, in questi dieci anni di silenzio, hanno affrontato – in momenti differenti – eventi traumatici personali, oltre a uno collettivo: il Covid. La nostra reazione è stata quella di esorcizzarle nella musica, cercando di restituire qualcosa di autentico. Il testo di Deep Dive è la cronaca nuda e cruda di un sogno e, in qualche modo, lavorarlo e interpretarlo è stato anche terapeutico. Quello che abbiamo imparato è che, a volte, non si tratta di risolvere il dolore, ma di imparare a conviverci.
Davide
“Blame” riflette sulla responsabilità individuale e sul senso di colpa, sulla ammissione dei propri errori piuttosto che alla loro rimozione. Negando l’errore, cerchiamo insomma di preservare un’immagine ideale di noi stessi, ma questo ci condanna a restare fermi o a ripeterci nell’errore. Ogni volta che l’uomo ha infatti rimosso la responsabilità dei propri limiti per inseguire un’immagine ideale di sé, ha finito per ripetere ciclicamente i propri disastri. Pensavate in particolare a un qualche errore del passato, non necessariamente vostro, ma del corso umano? Pensate inoltre che oggi la nostra società, con l’enfasi sulla performance e sulla curatela dell’immagine (specialmente digitale), stia rendendo l’ammissione dell’errore ancora più difficile e/o necessario?
Design
Facciamo riferimento non a un episodio in particolare, ma a una tendenza di “caccia al colpevole” che finisce per generare solo confusione. È una condizione che riguarda sia il momento storico – in cui si ripetono dinamiche e orrori che credevamo superati – sia il singolo individuo, che spesso denuncia il sistema ma fatica a riconoscere il proprio ruolo dentro ciò che critica.
Negare l’errore diventa un modo per preservare un’immagine ideale di sé, sostenuta dall’orgoglio e rafforzata dalla gogna che deriva dall’inammissibilità del fallimento, ma porta solo a immobilità o ripetizione. È un meccanismo ricorrente: ogni volta che la responsabilità viene rimossa, la dinamica tende a ripetersi.
Davide
Dopo l’interludio strumentale di “12/12” come passaggio di transizione e respiro trattenuto prima di proseguire, “Evil eye” parla della rottura di un legame tossico, mentre “Red Dragon” è “una visione apocalittica di un’umanità corrotta da avidità e violenza. viviamo in un mondo che raccoglie ciò che ha seminato”. Questo potrebbe suonare come un amaro punto di non ritorno in cui le conseguenze non sono più una minaccia lontana, ma una realtà presente: il raccolto inevitabile di secoli di egoismo. Nel testo biblico di San Giovanni, il “grande drago rosso” è per altro l’immagine simbolica del male e del demonio. Le opere del ciclo del Grande Drago Rosso sono anche una serie di acquarelli del poeta e pittore William Blake, che si ispirò proprio alle visioni dell’Apocalisse. E la risposta finale di Blake alla tensione tra Innocenza ed Esperienza non è la vittoria di una sull’altra, ma la loro coesistenza necessaria, in cui non è necessario (o possibile) scegliere tra l’agnello e la tigre, ma capire che l’uomo completo deve saperli abitare entrambi senza perdere la propria umanità. Quanta importanza hanno la musica e l’arte in generale nel creare, sviluppare e mantenere l’immaginazione e la purezza del cuore pur avendo piena consapevolezza della realtà?
Design
In Red Dragon prendiamo due figure simboliche dello stesso immaginario biblico che ha influenzato Blake – il Grande Drago Rosso e la donna vestita di sole con una corona di dodici stelle (ecco appunto il 12 che ritorna) – e le proiettiamo in scenari contemporanei, tra guerre e disastri ambientali mescolando così arte sacra, contesto reale e musica rock.
Guy Debord, ne La società dello spettacolo aveva predetto che l’immagine e l’apparire sarebbero stati centrali nella narrazione della realtà. Ma in questo presente in cui l’immagine può essere manipolata e falsificata con facilità, diventa sempre più difficile distinguere ciò che è vero da ciò che non lo è.
In questo senso l’arte diventa fondamentale per lo sviluppo di uno sguardo critico. Non è mai una risposta quanto uno strumento di orientamento: non semplifica la realtà, ma la rende più complessa e costringe a porsi delle domande.
Davide
Dopo “Loner’s dream”, “parentesi intima e fragile”, “Keyhole”, penultima composizione, è una sguardo critico sulla manipolazione della realtà; poi il disco viene concluso da “The belly of the whale”, cuore simbolico del disco, ovvero il ventre della balena come “rifugio, lutto, memoria e confronto con l’assenza del padre”. L’immagine del “ventre della balena” è uno dei simboli più potenti della letteratura e della psicanalisi, rappresentando uno spazio liminale dove il tempo si ferma e l’individuo è costretto a guardarsi dentro. Giona esce dal ventre della balena come una nuova versione di sé. La sua uscita non è solo una liberazione fisica, ma una vera e propria rinascita spirituale che avviene dopo un processo di trasformazione interiore. La balena o il pesce “vomita” Giona sulla terraferma, indicando un atto subìto, un nuovo parto che lo scaglia di nuovo nella realtà da cui era fuggito. Proprio come Giona viene vomitato sulla spiaggia, l’ascoltatore viene espulso infine dal flusso sonoro e restituito al silenzio. È una conclusione circolare e profondamente catartica. Porre questo brano alla fine del disco trasforma l’ascolto stesso in un’esperienza di gestazione? Chiudere con “The belly of the whale” significa dire che il viaggio non finisce con la musica, ma inizia nell’istante in cui la musica smette di proteggerci e inizia l’ascolto in silenzio di noi stessi dopo che tutte le altre voci tacciono? O cos’altro?
Design
Il ventre della balena era l’immagine perfetta per chiudere ogni linea narrativa e dare una direzione al viaggio dell’ascoltatore, indipendentemente da come si sia sviluppato. Orwell usa il ventre della balena come metafora di isolamento e protezione, come luogo di rifugio degli intellettuali negli anni ’30 per non essere travolti dai cambiamenti sociali e politici, da cui osservare da lontano il mondo che brucia. Nel Pinocchio di Collodi il ventre del pesce cane (ma nell’immaginario collettivo è diventato una balena) è uno spazio di chiusura e trasformazione, legato all’oscurità interiore e al percorso verso una nuova consapevolezza in cui padre/creatore e figlio si rincontrano. Ma in contraddizione c’è la visione di Melville. In Moby Dick per il capitano Achab la balena è il male assoluto, l’indifferenza di Dio. Il suo bianco diventa il colore dell’immensità che annulla l’uomo mentre fuori dal ventre della balena non c’è salvezza.
La frase di chiusura del brano e del disco è una domanda: che tipo di persona sarò fuori dal ventre della balena? I nostri precedenti dischi avevano 12 tracce, ma Faithless, pur citando spesso il numero 12, si ferma alla traccia 11. Il resto è silenzio. Forse la traccia 12 è proprio lì: nel momento in cui il disco finisce e nella ricerca di una risposta la trasformazione continua senza più mediazione.
Davide
L’immagine della copertina mostra quello che sembra essere un grande blocco di gesso o calcare e rievoca il futuro passaggio da un blocco grezzo a una scultura finita, dove l’artista rimuove il materiale superfluo per “liberare” la figura imprigionata nella pietra. Un’altra immagine ci porta invece a quella che sembra essere la cava da cui il blocco potrebbe essere stato ricavato. Il disco diviene dunque il prodotto finale di un processo di estrazione e trasformazione, esattamente come una scultura. Proprio come lo scultore “leva” il superfluo, “Faithless” ha cercato l’essenzialità, eliminando i suoni inutili per arrivare al cuore del “design” sonoro?
Design
Ad essere precisi, è un grande blocco di marmo: entrambe le immagini sono scatti del fotografo Paolo Maggiani realizzati nelle cave di Massa Carrara. Oltre all’impatto visivo della sua imponenza, che richiama un’idea di assoluto, e al fatto che il marmo è un materiale legato alla memoria e alla perdita, ci interessava l’idea che la bellezza nasca da una ferita: il taglio violento della montagna necessario per estrarlo. Il nostro produttore Enrico Tiberi ci ha aiutato nella ricerca dell’essenzialità portandoci direttamente al concept di Faithless.
Davide
Cosa seguirà?
Design
È ancora presto per dirlo. Ora vogliamo goderci ogni momento della promozione di questo lavoro, di cui siamo davvero orgogliosi, e portarlo dal vivo il più possibile.
Davide
Grazie e à suivre…