
RESIDUO
QUI NON PASSA
Album | CD+DG | Autoproduzione | Uscita 05/06/2026
Radicale, denso, senza risoluzione: un esordio fuori dagli schemi
che declina un’unica fonte sonora in sedici schegge impazzite
Venerdì 5 giugno 2026 esce in formato digitale e su CD handmade in edizione limitata. Qui non passa, l’esordio discografico di Residuo, nuovo progetto del prolifico e versatile musicista marchigiano Tommaso Sampaolesi, già attivo con gli Esseforte, ITDJ, Il Tipo di Jesi, .cora. ed altri.
Con Qui non passa, Residuo firma un debutto che si colloca deliberatamente fuori dai formati canonici della canzone. Il disco raccoglie 16 tracce tutte inferiori ai due minuti, costruite come unità autonome: frammenti sonori che rinunciano a sviluppo, climax e risoluzione per concentrarsi su un gesto essenziale e compiuto.
Il titolo funziona come chiave di lettura dell’intero lavoro. Qui non passa è una presa di posizione estetica prima ancora che musicale: non passa la forma tradizionale, non passa la linearità narrativa, non passa l’idea di progressione. Ogni brano si manifesta e si esaurisce in sé, interrompendo qualsiasi aspettativa di continuità.
Alla base del progetto c’è un vincolo produttivo tanto rigoroso quanto determinante: l’utilizzo esclusivo della chitarra acustica come unica sorgente sonora. Tutto il materiale è generato da registrazioni dello strumento, successivamente campionate, processate e trasformate fino a rendere irriconoscibile l’origine timbrica. Ritmica, tessitura e ambientazione emergono da questo unico nucleo, senza l’intervento di elementi esterni.
Ne risulta un lavoro compatto e coerente, che privilegia la densità e un approccio per sottrazione, rispetto alla fluidità d’ascolto. Qui non passa non cerca accomodamento né mediazione: è un disco che procede per compressione e taglio, lasciando emergere soltanto ciò che resiste al processo. Un esordio che si definisce proprio nella sua radicalità, tanto nelle scelte formali quanto nel metodo. Un disco breve, compatto, che elimina il superfluo e lascia solo il residuo.
Peyote Press
TRACKLIST
1. terra che preme – 00:48 | 2. residuo – 01:14 | 3. oceano ruvido – 01:20 | 4. venti metri – 00:56 | 5. verso ieri – 01:34 | 6. corde immobili – 01:31 | 7. qui non passa – 01:08 | 8. nessuna luce – 00:46 | 9. controvento – 01:59 | 10. misura sbagliata – 01:25 | 11. la stanza tiene – 01:52 | 12. resto fermo – 01:04 | 13. aria che manca – 01:53 | 14. non risponde – 01:20 | 15. punto fisso – 01:30 | 16. qui – 01:58
CREDITI
Tommaso Sampaolesi | Voce, chitarra acustica
Composizione, registrazione e mixaggio | Tommaso Sampaolesi
Master | Manuel Volpe @ Okum Studio, Rivoli (TO)
Artwork | Riccardo Saraceni e Ginevra Scipioni
Foto | Riccardo Saraceni
CONTATTI & SOCIAL MEDIA
BC | residuo.bandcamp.com
IG | instagram.com/residuo.audio
SC | soundcloud.com/qui_non_passa

Intervista
Davide
Ciao. “Qui non passa” è il tuo esordio. Prima di questo debutto, qual è la tua storia, dalla fase di “incubazione” fatta di studio tecnico e scoperta delle tue inclinazioni alla ricerca della tua identità sonora e alla formazione attraverso l’esperienza live o le collaborazioni?
Tommaso
Residuo nasce in modo piuttosto spontaneo, da una fase di sperimentazione in studio. L’idea iniziale era molto precisa: partire dalla chitarra acustica come unica fonte sonora, campionarla e costruire tutto il resto attorno a quel materiale, lavorando soprattutto sugli effetti per trasformarne completamente il carattere.
È stato un processo di ricerca più che di produzione vera e propria, portato avanti nei momenti “liberi” dall’attività con Esseforte. Proprio in quegli spazi ho iniziato a esplorare senza vincoli, lasciando emergere un suono che fosse coerente con questa logica di sottrazione e manipolazione.
Col tempo, queste sperimentazioni hanno preso forma e identità, fino a diventare un progetto a sé, con un linguaggio sonoro definito ma ancora aperto all’evoluzione.
Davide
È stato scritto che “Qui non passa” è una presa di posizione estetica prima ancora che musicale: non passa la forma tradizionale, non passa la linearità narrativa, non passa l’idea di progressione. Ma qual è stata l’idea portante che regge l’intero lavoro musicale, l’idea sonoro-musicale o il nucleo generativo, l’elemento creativo dunque che funge da fondamento per lo sviluppo dei brani? E, ancora, “qui non passa” cosa?
Tommaso
“Qui non passa” nasce prima di tutto come un rifiuto preciso: non passa la forma canzone tradizionale, quindi la struttura strofa–ritornello tipica del pop, e non passa nemmeno un certo modo di pensare la progressione lineare del brano.
L’idea portante del lavoro è stata quella di togliere la cornice e lasciare solo l’essenziale. Questo vale sia per la struttura che per l’arrangiamento e anche per la durata: ogni brano è ridotto a un nucleo, a un’idea sonora che non viene sviluppata secondo schemi classici ma esposta, trasformata e poi lasciata andare.
Mi interessava costruire una sorta di raccolta di “forme brevi”, quasi frammenti, in cui ogni pezzo fosse autonomo ma allo stesso tempo parte di un discorso coerente. In questo senso, “qui non passa” tutto ciò che è sovrastruttura: resta solo il gesto sonoro, nella sua forma più diretta.
Davide
La durata media delle canzoni si è ridotta significativamente, scendendo sotto i 3 minuti, spinta dallo streaming e dai social. Le strutture musicali diventano così più semplici, dirette e basate sull’hook immediato. Se da un lato la musica cioè si accorcia per adattarsi a una soglia di attenzione già in calo, dall’altro questo formato “mordi e fuggi” contribuisce ad abituare il cervello a stimoli sempre più brevi e immediati. Perché invece questa scelta da parte tua?
Tommaso
No, non è assolutamente una scelta legata allo streaming o a una logica di commerciabilità. Non c’è stata nessuna strategia per adattarsi a una presunta soglia di attenzione più bassa o per “acchiappare” l’ascoltatore in pochi secondi.
La durata breve dei brani nasce esclusivamente da un’esigenza estetica: volevo costruire un disco fatto di tante canzoni molto concise, quasi delle forme compresse, in cui ogni idea si esaurisse nel tempo necessario senza essere allungata artificialmente.
È un approccio che ha più a che fare con la sintesi che con la semplificazione. Quando un’idea ha detto tutto, non ha senso forzarla dentro una struttura più lunga solo per aderire a uno standard. In questo senso, la brevità non è un compromesso ma una scelta precisa di linguaggio, del tutto scollegata dalle dinamiche commerciali contemporanee.
Davide
Ha usato soltanto una chitarra acustica, poi campionata, processata e trasformata dall’elettronica. Perché hai scelto una sorgente organica (la chitarra acustica) per trasformarla in qualcosa di sintetico?
Tommaso
Mi interessava proprio come esercizio: partire da una sorgente organica, riconoscibile, e spingerla fino a farla diventare qualcos’altro. La chitarra acustica è uno strumento molto connotato, e proprio per questo trasformarla attraverso campionamento ed effetti apre a possibilità interessanti, quasi in contrasto con la sua natura.
In passato, con il progetto Tipo di Jesi, l’acustica era legata più alla scrittura di canzoni in senso indie rock, quindi aveva un ruolo più “tradizionale”. Qui invece ho voluto usarla in modo opposto: non come mezzo per accompagnare una forma canzone, ma come materia sonora da manipolare.
È stata semplicemente una direzione che in questo momento trovavo più stimolante a livello creativo, un modo per rimettere in discussione uno strumento che avevo già utilizzato, ma portandolo dentro un contesto completamente diverso.
Davide
La copertina ritrae quella che sembra essere una figura umana o un volto in un momento di forte distorsione. La sagoma è immersa in un ambiente oscuro e fluido, che evoca l’idea di trovarsi sott’acqua o in una dimensione subconscia. Anche le tue foto hanno una qualità delle immagini sgranata e intenzionalmente mossa, distorta. Questa scelta è coerente con l’estetica dell’album?
Tommaso
Credo e spero di sì. La copertina e tutto l’apparato visivo sono stati pensati insieme a Riccardo Saraceni proprio per costruire un immaginario che fosse il più possibile coerente con l’identità sonora del disco.
C’è una ricerca comune sulla distorsione, sullo “sporco”, su qualcosa che non è mai del tutto nitido o definito. Le immagini sgranate, mosse, quasi instabili, riflettono lo stesso tipo di lavoro che c’è nei suoni, dove la sorgente viene continuamente trasformata e resa meno riconoscibile.
L’idea era che anche visivamente si percepisse questa dimensione un po’ immersiva e alterata, in linea con il carattere del disco.
Davide
Quali le influenze significative ti hanno portato a “Qui non passa”?
Tommaso
Non c’è un’influenza singola o un riferimento preciso: “Qui non passa” è piuttosto il risultato di tutto il percorso fatto finora. Dentro ci sono le esperienze passate, da .cora. a Il Tipo di Jesi e ITDJ, così come il lavoro più recente con Esseforte.
A questo si aggiunge tutta la musica ascoltata e vista dal vivo nel tempo, che inevitabilmente sedimenta e riemerge in forme diverse. E poi c’è stato un aspetto fondamentale: la sperimentazione in studio, il lavoro diretto con strumenti, pedali ed effetti, che mi ha portato a voler costruire un disco proprio in questo modo.
È più una somma di esperienze e tentativi che una linea di influenze dichiarate.
Davide
Superfluo deriva dal latino super (sopra) e fluere (scorrere), indicando qualcosa che trabocca oltre il necessario. Residuo, significa “sedersi”, “stare fermo”, “posarsi”. Letteralmente, il residuo è “ciò che resta seduto” o “ciò che si deposita sul fondo” dopo che il resto è stato rimosso o è fluito via. Cos’hai tolto nel trabocco e cos’hai lasciato e depositato sul fondo dunque lungo questo corso?
Tommaso
Ho tolto tutto ciò che porta la canzone a svilupparsi secondo una traiettoria riconoscibile: l’evoluzione della forma, gli arrangiamenti più strutturati, i ritornelli come momento centrale e risolutivo.
Quello che ho lasciato è l’essenziale: una traccia, un frammento. Un’idea di canzone che non viene accompagnata verso una crescita o una trasformazione, ma che si esaurisce in se stessa, prima ancora di poter evolvere.
In questo senso, il “residuo” è proprio ciò che resta quando togli il superfluo: un nucleo minimo, che sta lì, depositato, senza bisogno di altro.
Davide
Cosa seguirà?
Tommaso
Sto lavorando alla dimensione live, che è il passo successivo naturale per capire come questo materiale può evolvere fuori dallo studio.
Allo stesso tempo, il progetto Residuo mi sta già spingendo verso nuove direzioni: l’idea è continuare a sperimentare, probabilmente anche con materiali sonori diversi, per arrivare in futuro a un seguito di questo primo disco.
Non come ripetizione, ma come ulteriore sviluppo di questo approccio.
Davide
Grazie e à suivre…