ܐܠܗܝ ܐܠܗܝ ܠܡܐ ܫܒܩܬܢܝ

Questa notte è morto uno dei maggiori scrittori e critici letterari italiani di questo secolo, Giorgio Linguaglossa.
Per me, maestro, continuerà la battaglia contro il regime. Niente lacrime, mi dipingo il viso di azzurro e affilo la mia ascia da guerra, scendendo sul campo di battaglia, conscio di essere travolto dalle colonne d’acciaio romane.
Ivan Pozzoni
Ermeneutica de Lo Stato Pontificio (Ivan Pozzoni, Divinafollia 2026) 
Editore: Edizioni DivinaFollia
Data di pubblicazione: 24 marzo 2026
Lunghezza stampa: 60 pagine
ISBN-13: 979-1282489034
L’operazione poetica di Ivan Pozzoni in Lo Stato Pontificio si configura come un esito coerente e radicale del quadro teoretico da lui stesso delineato nei Fondamenti teoretici del tardo modernismo. Pozzoni nelle ermeneutiche che lo riguardano non cerca tanto una legittimazione esegetica quanto una messa a fuoco critica delle implicazioni estreme che il nuovo scenario linguistico dei suoi testi apre. Ciò che emerge non è semplicemente una “scrittura di rottura”, ma un dispositivo complesso che assume come dato irreversibile il collasso del fondamento simbolico, dell’io lirico e della funzione mediatrice del linguaggio poetico di accademia, collocandosi deliberatamente in una zona di non-riconoscibilità, fuori dalla poesia intesa come tradizione, istituzione storica e come genere. Nel continuum iper-poetico di Lo Stato Pontificio il testo non si offre come luogo di significazione stabilizzata, bensì come campo di forze pragmatiche, dove la parola è ridotta a segno operativo, a residuo, a scoria linguistica che agisce più per urto che per rappresentazione. La scelta di un lessico volutamente eterogeneo, stratificato, talora osceno o iper-specialistico, non risponde a una volontà mimetica, ma a una strategia di sovraccarico e di corto circuitazione del senso: la lingua non “dice” il reale, ma ne mette in scena la de-realizzazione, il suo carattere già mediatizzato, già consumato, già svuotato. In questo ordine di discorso, la poesia di Pozzoni non tematizza la crisi dei linguaggi poetici e non, ma la assume come condizione operativa del linguaggio nel tardo moderno, spingendo i linguaggi impiegati nei suoi dispositivi linguistici fino al punto di rottura e di implosione. Il testo esegetico Fondamenti teoretici del tardo modernismo di Ivan Pozzoni chiarisce come tale pratica non sia riconducibile né al post-moderno né all’iper-moderno, categorie giudicate dall’autore insufficienti perché ancora dipendenti da una logica di mediazione, di ironia o di pastiche. Il tardo modernismo, così come Pozzoni lo concepisce, è invece una tattica militare di aggressione estetica che rinuncia a ogni residuo di ontologia letteraria per affidarsi a una pragmatica conflittuale, partecipativa, comunitaria, nella quale il testo è un atto e non un oggetto. Da qui la centralità di procedimenti come il détournement, la carnevalizzazione, il mistilinguismo, l’invettiva e l’iper-significazione, che non mirano a produrre “bellezza” o “forma”, ma shock, disorientamento, rivolta, vergogna: affetti negativi intesi come gli unici ancora capaci di infrangere l’anestesia estetica della produzione poetica contemporanea. In un mio scritto ermeneutico pubblicato sulla rivista on line lombradelleparole.wordpress.com sottolineavo come i testi di Pozzoni colgano con precisione questo spostamento, insistendo sulla fine del locutore fondativo del logos poetico e sulla riduzione della poesia a un guscio vuoto nell’epoca del quaternario cibernetico-mediatico. La “non-poesia” di Pozzoni, letta in questa prospettiva, non è una negazione sterile, ma un gesto parricida necessario, una forma di sopravvivenza della poesia compiuta attraverso l’auto-sabotaggio e l’antiriciclaggio verso una tradizione poetica considerata un inutile usufrutto di linguaggi affetti da comorbidità. L’adozione deliberata di parole usurate, di linguaggi degradati, di registri plebei o tecnici, segnala l’accettazione della perdita irreversibile della parola simbolica e denominante: il segno non rinvia più a un nome, ma a un altro segno, in una fuga entropica che dissolve l’oggetto e la possibilità stessa della verità poetica. In Lo Stato Pontificio questa consapevolezza si traduce in testi che funzionano come interventi militanti più che come composizioni tradizionali, che mettono in scena una soggettività a-centrata, esposta, frammentata, talora aggressiva fino all’eccesso. L’io che affiora non coincide mai con l’io lirico tradizionale, né con una confessione autobiografica riconciliata; è piuttosto una maschera mobile, un punto di attrito tra linguaggi, discorsi e immaginari incompatibili. La dimensione iper-poetica non va quindi intesa come intensificazione post-lirica, ma come accumulo e collisione di linguaggi eterogenei e come saturazione dei linguaggi impiegati che rende impraticabile ogni lettura pacificata o conciliatoria. In questo orizzonte, l’“ombra” evocata dal titolo non è un residuo romantico o elegiaco, ma la condizione stessa del testo nel tardo-moderno: ciò che resta quando il simbolico è collassato, quando il reale è già da sempre mediatizzato, quando la poesia può esistere solo come esperienza della propria impossibilità. Pozzoni radicalizza questa condizione fino a farne un principio operativo, rifiutando tanto la nostalgia della tradizione quanto l’illusione di una nuova fondazione del linguaggio poetico. La tabula rasa di Pozzoni si colloca così in una terra di nessuno, un limen in cui la poesia sopravvive soltanto come gesto di opposizione, come atto antagonistico che espone senza mediazioni la crisi del linguaggio e della soggettività nel tardo-moderno, assumendone fino in fondo le conseguenze teoriche, politiche ed estetiche.