
Il batterista e compositore Pasquale Cataldi ha pubblicato il suo nuovo e primo album intitolato “Maybe” nel febbraio 2026 sotto l’etichetta Filibusta Records.
Il disco è descritto come un lavoro jazz-fusion che esplora la scomposizione dei generi attraverso un equilibrio tra scrittura rigorosa e improvvisazione.
Cataldi, oltre a curare la composizione, suona batteria e sintetizzatore e coordina un ensemble eterogeneo che mescola strumenti acustici e moderni. La critica di Doppiojazz sottolinea come l’ensemble guidato dal musicista riesca a fondere la “lucentezza dei fiati” con ritmiche elaborate e suoni sintetici, mettendo al centro la forma sonora.
Tracklist di “Maybe”
- So Catchy (05:00)
- Places (06:27)
- Sorry (04:04)
- Maybe (05:06)
- The Jet (03:45)
- 2012 (04:27)
- Like (03:27)
- Corde (05:48)
Intervista
Davide
Buongiorno Pasquale. A quale punto della tua storia arriva questo tuo debutto a tuo nome? Cosa riassume, sancisce e comincia?
Pasquale
Buongiorno. Questo debutto riassume un po’ tutti i miei anni vissuti da musicista fino ad oggi. Sancisce un inizio, di quello che spero sarà un percorso fatto di tanti concerti e nuovi dischi.
Davide
Intorno a quale filo conduttore si svolgono le tue composizioni, qual è l’idea portante?
Pasquale
Direi che il filo conduttore è una ricerca di equilibrio tra qualcosa di semplice e qualcosa che invece si muove intorno. Spesso parto da una semplice melodia, anche costruita su poche note, e poi lavoro su quello che succede attorno: armonia, dinamiche, interazione tra i musicisti.
Nel brano “Maybe”, che dà il titolo al disco, questa cosa è abbastanza evidente: la melodia resta quasi ferma mentre gli accordi si muovono, creando una specie di spazio sospeso. È un concetto che ritorna anche in altri momenti dell’album.
In generale non penso alla musica in modo direttamente narrativo. Mi interessa di più creare delle condizioni, degli spazi, in cui possano emergere diverse possibilità. In questo senso “Maybe” non è tanto un tema, quanto un atteggiamento: qualcosa che resta in bilico, non del tutto definito.
Davide
Suonano con te Filippo Molicone: tromba; Lorenzo Corsi: flauto; Marco Bonelli: curved sax soprano; Michele Campo: violino; Jack De Carolis: chitarra elettrica; Giuseppe Sacchi: piano e synthesizer; Andrea Pochesce: contrabbasso e basso elettrico. Suonare con gli altri richiede un continuo riposizionamento per mantenere l’armonia collettiva. Come hai condiviso questo progetto, attraverso che tipo di equilibri dinamici nella “danza” tra le parti, tra composizione e improvvisazione
Pasquale
Ho la fortuna di poter suonare con musicisti di livello molto alto, che oltre ad essere ottimi strumentisti sono anche improvvisatori con una forte sensibilità e un linguaggio personale. Questo rende tutto più naturale, perché ognuno è molto attento all’ascolto e allo spazio degli altri.
Attraverso gli arrangiamenti scritti fornisco dei punti di riferimento e delle strutture, anche se mi piace lasciare libertà di espressione ai musicisti.
È anche questo che mi affascina della musica improvvisata: partendo dallo stesso brano, ogni volta può succedere qualcosa di diverso. E alla fine è proprio questo dialogo, unito alle scelte di arrangiamento, che dà forma al suono del gruppo.
Davide
Ci sarà un tour? La formazione specifica per questo tour sarà la stessa o è previsto un assetto variabile?
Pasquale
I prossimi concerti saranno entrambi a Roma, in quartetto: il 19 aprile al Metro Core e il 24 aprile al Pentalfa. Stiamo definendo anche altre date.
Portiamo avanti il progetto sia in quartetto — chitarra, piano/synth, contrabbasso o basso elettrico e batteria — sia in sestetto, con l’aggiunta dei fiati, flauto o sax a seconda del brano, e tromba.
Davide
“Forse” è un avverbio che indica incertezza, dubbio, esitazione, ma è anche considerata una parola che apre alla possibilità, all’immaginazione e all’infinito. Perché dunque “Maybe”?
Pasquale
Proprio per questo significato ambiguo: da una parte il dubbio, con anche i suoi aspetti negativi; dall’altra l’apertura. “Maybe” è uno spazio in cui le cose non sono completamente definite, ma possono ancora prendere direzioni diverse. È un’idea che sento molto vicina.
Davide
C’è un brano intitolato “2012”, come l’anno della profezia sulla fine del mondo legata al calendario Maya. Ma oggi il 2012, nella “mitologia digitale”, viene ricordato come “The 2012 Shift”. Molti cioè notano come, dopo il 2012, gli eventi globali (politici, climatici e sociali) abbiano assunto un ritmo frenetico e spesso assurdo, quasi come se la realtà avesse perso la sua coerenza logica. E con l’esplosione degli algoritmi dei social proprio in quegli anni, siamo passati da un’esperienza collettiva del mondo a “bolle” individuali. Questo ha creato la sensazione che non viviamo più tutti nello stesso presente. Inoltre, culturalmente, sembra insomma che dopo il 2012 abbiamo smesso di immaginare un futuro nuovo, rifugiandoci in un ciclo infinito di remake, revival e nostalgia dei precedenti decenni. Cos’è il tuo “2012”?
Pasquale
Il mio “2012” è legato all’inizio del percorso come musicista professionista. Avevo esattamente vent’anni, ho lasciato l’università e ho deciso di dedicarmi completamente alla musica.
Più che una fine, per me è stato un nuovo inizio. In questo senso è un brano che associo a un’idea di cambiamento.
La copertina è un disegno di Marta Kai in bianco e nero che rappresenta un paesaggio collinare o montuoso stilizzato. Lo stile si rifà a tecniche grafiche classiche come l’incisione, il tratteggio e il puntinismo della stippling art. In alto, su una delle colline più chiare, è visibile una piccola figura umana stilizzata, che sembra camminare o scalare il pendio insieme alla sua ombra, accentuando il senso di vastità del paesaggio. All’interno l’omino è giunto in cima e mi ha rievocato gli omini di Folon, disperatamente soli, che esprimono il senso di smarrimento e alienazione tipico della società contemporanea, ma che nonostante la solitudine, guardano spesso verso l’orizzonte o il cielo, volano o cavalcano arcobaleni o, come in questo caso, giungono in vetta. Questo riflette una profonda speranza nell’uomo e una ricerca di libertà spirituale attraverso la poesia e l’immaginazione? Cosa rappresenta e simboleggia in “Maybe”?
Pasquale
A questa domanda ho preferito che fosse personalmente Marta a rispondere.
Marta Kai:
L’idea dietro al disegno è in generale quella di ricerca, una ricerca creativa, spirituale, di sé stessi.
Il paesaggio che ho rappresentato è, almeno secondo me, un passaggio mentale, con poche regole prospettiche e con un movimento costante che segue il movimento dei pensieri. L’omino all’interno dell’album è arrivato in cima ma non credo si fermerà, a breve potrebbe riprendere il suo cammino.
Nel pensare il disegno mi sono fatta influenzare dal nome dell’album, con cui dialoga nella copertina, e dal fatto che si tratti di un album d’esordio. In quel “Maybe” ci ho visto lo spazio creativo che si riesce a dedicare ad un progetto, il risultato che si riesce a raggiungere quando si permette alla propria creatività di respirare.
Davide
La musica fusion è nata tra la fine degli anni ’60 e gli anni ’70 per unire la complessità improvvisativa del jazz con l’energia e gli strumenti elettrici di rock, funk e r&b, rispondendo a una nuova sensibilità artistica e sociale. Questo genere ha introdotto nuove sonorità, sintetizzatori e ritmiche complesse, diventando un laboratorio di sperimentazione tecnologica e di superamento dei confini tradizionali. Cos’è oggi per te la fusion e per quali superamenti?
Pasquale
Non sono un grande fan della fusion, forse per le scelte timbriche dell’epoca. A volte viene associata alla mia musica dall’esterno, per la presenza di linguaggi diversi, e questo ci può stare.
Tuttavia non è un genere che ho ascoltato molto. Penso piuttosto che il jazz contemporaneo abbia assorbito naturalmente anche quell’esperienza. Penso a musicisti come Kurt Rosenwinkel o Gilad Hekselman, Antonio Sanchez, Nate Wood, Nate Smith, Mark Guiliana e tanti altri.
Davide
La jazz fusion, nata dalla fusione di jazz, rock e funk negli anni ’70, vanta leggende come Miles Davis, Herbie Hancock (Headhunters), Chick Corea (Return to Forever), Joe Zawinul (Weather Report), John McLaughlin (Mahavisnu Orchestra), Pat Metheny, Allan Holdsworth… Quali sono le tue personali leggende? Chi ti ha influenzato più di altri, facendoti appassionare alla musica e alla composizione?
Pasquale
Tra i miei ascolti ha avuto molta importanza il jazz più tradizionale. Un riferimento fondamentale è Thelonious Monk, soprattutto per l’approccio ritmico e melodico alla composizione. E poi il secondo quintetto di Miles Davis, con dischi come Miles Smiles (1967) e Nefertiti (1968), che trovo ancora oggi molto attuali.
Inoltre mi sento molto influenzato dalla black music in generale, da figure come J Dilla o Robert Glasper. E tra gli ascolti rock sono stati importanti i Radiohead, che negli anni sono stati anche molto riletti in ambito jazzistico, penso ad esempio a Brad Mehldau o allo stesso Glasper.
Davide
John Coltrane disse che il suo compito di musicista era di trasformare gli schemi tradizionali del jazz, rinnovarli e soprattutto migliorarli, perché ci sono sempre dei suoni nuovi da immaginare, nuovi sentimenti da sperimentare. Qual compito di musicista senti più tuo?
Pasquale
Coltrane è un faro, un gigante assoluto.
Non sento di avere un compito preciso come musicista. Per me è soprattutto una possibilità di espressione libera e, in generale, un modo per vivere bene la vita.
Davide
Cosa seguirà?
Pasquale
Spero tanti concerti e nuovi dischi, continuare ad imparare, crescere e arricchire il mio linguaggio musicale. Grazie
Davide
Grazie e à suivre…