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He Whakaputanga Moana: riconosciuta la personalità giuridica delle balene

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«Le balene non cantano perché hanno una risposta, cantano perché hanno una canzone»
(Gregory Colbert)

Il prossimo 28 marzo si celebreranno i 2 anni dalla firma della He Whakaputanga Moana[1], che in Māori significa “Dichiarazione per l’Oceano”, avvenuta nel 2024 a Rarotonga, nelle Isole Cook, da parte dei leader indigeni polinesiani che rappresentavano le comunità Māori di Aotearoa (Nuova Zelanda), tahitiani, tongani, hawaiani e rapanui.

Questo atto collettivo, guidato da figure autorevoli come il Re Māori Tūheitia e Tou Travel Ariki, diede il via a un nuovo paradigma legale che riconosce le balene (o tohorā) come soggetti giuridici con diritti specifici.

La previsione principale di questo importante documento è il riconoscimento giuridico delle balene come “persone”, a cui vengono attribuiti diritti fondamentali come la libertà di movimento, il diritto al respiro, al nutrimento, alla riproduzione e alla protezione dalla crudeltà.

Ciò ha profonde conseguenze per l’ecocentrismo nel diritto internazionale del mare, spostando l’attenzione dagli interessi umani a quelli degli ecosistemi viventi. Si tratta di una sfida all’antropocentrismo dominante, e propone una connessione relazionale tra esseri umani, oceano e cetacei che risuona con i principi di mātauranga Māori[2] e i diritti della natura.

Contesto storico e culturale

L’evoluzione del riconoscimento giuridico degli ecosistemi viventi da parte dei Māori parte da Te Tiriti o Waitangi (o Trattato di Waitangi)[3] del 1840, un accordo fondamentale tra i Māori e la Corona britannica che ha stabilito principi di partnership e protezione delle risorse ancestrali. Questo percorso si estende fino al Te Urewera Act[4] del 2014 e al Te Awa Tupua Act[5] del 2017, due leggi neozelandesi che hanno conferito personalità giuridica alla foresta di Te Urewera, considerata un’entità viva e autonoma, e al fiume Whanganui, riconosciuto come un essere indivisibile con diritti alla salute e al benessere.

Nelle tradizioni polinesiane, le balene, conosciute come tohorā, sono viste come antenati navigatori che hanno guidato i popoli attraverso il vasto e interconnesso Moana Nui, termine Maori che significa “Il Grande Oceano di Kiwa”, riferendosi all’Oceano Pacifico.

Qui, la mātauranga Māori, una conoscenza indigena olistica e relazionale, si contrappone alla scienza occidentale, che tende a separare soggetto e oggetto. Invece, viene proposta un’epistemologia in cui umani, cetacei e mare formano un’unica entità vivente, soggetta a doveri di protezione.

Il processo che ha portato a He Whakaputanga Moana si è sviluppato attraverso dialoghi multilaterali, sostenuti dall’Hinemoana Halo Ocean Initiative tra il 2017 e il 2024, con un ruolo chiave del Re Māori Tūheitia Potatau Te Wherowhero VII e di Tou Travel Ariki. Questo percorso è culminato nella firma cerimoniale del 28 marzo 2024 a Rarotonga e nella presentazione pubblica del 5 febbraio 2026 a Waitangi.

Contenuti della Dichiarazione

He Whakaputanga Moana riconosce diritti fondamentali per le balene, inclusa la libertà di muoversi attraverso l’oceano ancestrale, il diritto a un’aria pulita e senza inquinamento, accesso a cibo abbondante nei mari sani, opportunità di riproduzione senza ostacoli e la possibilità di mantenere relazioni culturali con i popoli polinesiani. Inoltre, viene imposto un divieto totale di ogni forma di crudeltà negli interventi umani.

Tra le iniziative pratiche, ci sono i rāhui, restrizioni tradizionali polinesiane su certe aree marine per supportare la rigenerazione ecologica; il fondo di protezione Hinemoana Halo Ocean Protection, dedicato a sostenere iniziative indigene, e il riconoscimento dei kaitiaki, guardiani Māori e polinesiani, che avranno voce legale nei processi decisionali che riguardano le balene, per garantire così una rappresentanza interspecie nelle istanze governative.

Sebbene si tratti di un atto non vincolante, la Dichiarazione sottolinea l’importanza della visione morale dei popoli originari per integrare i diritti delle balene nelle politiche nazionali dei paesi polinesiani, mirando a stimolare riforme legislative che uniscano tradizioni antiche e obblighi internazionali di conservazione marina.

Quadro normativo internazionale

He Whakaputanga Moana si colloca nel contesto del diritto internazionale del mare, facendo specifico riferimento alla Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (United Nations Convention on the Law of the Sea, UNCLOS, nota anche come Convenzione di Montego Bay)[6], in particolare agli artt. 192 e 193 che impongono agli Stati di proteggere e conservare il mezzo marino vivente.

Questi obblighi si estendono con i successivi artt. 194-196 e la previsione di misure contro l’inquinamento e la protezione degli ecosistemi fragili.

Impegni ampliati dall’Accordo BBNJ (Biodiversity Beyond National Jurisdiction Agreement)[7], sulla conservazione e uso sostenibile della biodiversità marina delle aree al di là della giurisdizione nazionale, ratificato nel 2023 nell’ambito della Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare allo scopo di regolamentare la conservazione, l’accesso e l’uso sostenibile della biodiversità marina nell’Alto Mare.

Ci sono paralleli globali nei diritti della natura riconosciuti costituzionalmente in Ecuador[8] e Bolivia[9], con ecosistemi come la foresta amazzonica che beneficiano di uno status giuridico autonomo.

Simili idee richiamano il modello di Wild Law proposto da Christopher Stone[10] nel 1972 per dare diritti agli alberi e, più recentemente, le sentenze della Corte Interamericana dei Diritti Umani sul caso Yasuní in Ecuador[11], che hanno sancito la protezione legale di entità naturali come soggetti di diritti collettivi.

Un limite importante della Dichiarazione, però, è il suo status di soft law, che, pur sfidando la sovranità statale sulle zone economiche esclusive (ZEE), richiede che vengano messi in atto meccanismi di incorporazione nazionale per compensare la mancanza di forza coercitiva transnazionale.

Implicazioni pratiche e giuridiche

A livello nazionale, He Whakaputanga Moana crea pressioni su Nuova Zelanda e Isole Cook affinché adottino leggi interne che integrino i diritti delle balene, seguendo l’esempio della legal personhood già adottato per Te Urewera e Whanganui. Ci sono poi anche proposte concrete per nominare le balene come ambasciatori onorari presso le Nazioni Unite, in modo da dare loro voce nei negoziati oceanici.

A livello transnazionale, la Dichiarazione affronta minacce concrete come il traffico marittimo intensivo, la diffusione di microplastiche e l’inquinamento acustico causato da sonar e trivellazioni, suggerendo di integrare principi di protezione delle balene nei sistemi ESG per le aziende marittime. Queste aziende sarebbero obbligate a svolgere valutazioni di impatto interspecie prima di operare in aree migratorie polinesiane.

Ulteriori esempi significativi includono la risoluzione costituzionale di Vanuatu del 2015 sulla protezione giuridica dei delfini[12], il riconoscimento da parte dell’India del fiume Ganga come entità vivente[13] nel 2017 e il progresso globale della soggettività giuridica animale, da Happy l’elefante[14] negli Stati Uniti a Cecilia la scimmia[15] in Argentina. Tutti questi casi sono segnali di un diritto interspecie che He Whakaputanga Moana porta nel contesto oceanico.

Prospettive future e sfide

L’implementazione pratica della Dichiarazione He Whakaputanga Moana sta procedendo grazie a collaborazioni strategiche, come quella con la New York University e il Project CETI[16], che usano intelligenza artificiale e analisi della comunicazione delle balene per monitorare migrazioni e minacce in tempo reale, e ci sono piani per estendere la protezione legale a tutti i cetacei del Pacifico, inclusi delfini e capodogli.

Le critiche principali riguardano il rischio di antropomorfismo, cioè l’attribuzione di caratteristiche umane alle balene, il che potrebbe compromettere la serietà giuridica basata su soglie di agency dimostrabili.

Inoltre, l’applicazione della legge in alto mare presenta complicazioni a causa della frammentazione delle giurisdizioni e della difficoltà di attribuzione delle responsabilità a livello transnazionale.

Le raccomandazioni presentate a corredo del documento suggeriscono che Nuova Zelanda e Isole Cook ratifichino la Dichiarazione per trasformarla in legge interna, sviluppando protocolli specifici presso la Commissione Baleniera Internazionale (International Whaling Commission, IWC)[17] per la creazione di riserve transfrontaliere e promuovendo un ruolo attivo dell’Unione Europea nel Pacifico, finanziando fondi di protezione e armonizzando normative ESG con i diritti dei cetacei.

Conclusioni

He Whakaputanga Moana rappresenta un ponte fondamentale tra la cultura originaria delle popolazioni polinesiane e il diritto internazionale, arrivando a creare una innovativa sintesi della mātauranga Māori con gli obblighi di sostenibilità oceanica per superare l’antropocentrismo e sostenere ecosistemi marini resilienti governati da principi relazionali e interspecie.

La Dichiarazione, inoltre, potrebbe fungere da catalizzatore per riformare la Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS), chiedendo modifiche che includano il riconoscimento della personalità giuridica per i cetacei e precisi meccanismi di applicazione transnazionale contro le minacce globali.

  1. Cfr. il sito ufficiale della Whale Protection and Legal Personhood Declaration, https://www.whaledeclaration.com/.
  2. La Mātauranga Māori è un sistema di conoscenze, saggezza e comprensione unico del popolo Māori della Nuova Zelanda, che integra dimensioni fisiche, spirituali, ambientali e culturali. È un corpo dinamico e in evoluzione che integra tradizioni, pratiche scientifiche, visione del mondo e valori (da Hikuroa, D., Mātauranga Māori – The ūkaipō of knowledge in New Zealand, Policy Briefing

    7/2018, University of Auckland).

  3. Per maggiori informazioni e il testo completo del Trattato di Waitangi, cfr. https://en.wikipedia.org/wiki/Treaty_of_Waitangi.
  4. Per il testo completo del Te Urewera Act, cfr. https://www.legislation.govt.nz/act/public/2014/51/en/latest/#DLM6183601.
  5. Per il testo completo del Te Awa Tupua Act, cfr. https://www.legislation.govt.nz/act/public/2017/7/en/latest/.
  6. Per maggiori informazioni e il testo completo della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), cfr. https://www.un.org/depts/los/convention_agreements/convention_overview_convention.htm.
  7. Per maggiori informazioni e il testo completo dall’Accordo BBNJ, cfr. https://www.un.org/bbnjagreement/en.
  8. L’Ecuador è stato il primo Paese al mondo a riconoscere la Natura, o Pacha Mama, come soggetto di diritti nella sua Costituzione del 2008. Secondo gli artt. 71-74, la natura ha il diritto di esistere, persistere, rigenerarsi ed essere ripristinata, consentendo a qualsiasi cittadino di esigere il rispetto di tali diritti dinanzi ai tribunali. Cfr. Echeverría, H., Base Legal para DDN en Ecuador, in https://www.derechosdelanaturaleza.org.ec/base-legal-para-ddn-en-ecuador/.
  9. La Bolivia riconosce la natura (Madre Terra o Pacha Mama) come soggetto collettivo di interesse pubblico e titolare di diritti, garantiti principalmente dalla Legge n. 071 del 2010. Tali diritti includono la vita, la biodiversità, l’acqua, l’aria pulita e il ripristino ambientale. Cfr. https://www.planificacion.gob.bo/uploads/marco-legal/Ley%20N%C2%B0%20071%20DERECHOS%20DE%20LA%20MADRE%20TIERRA.pdf.
  10. Il Wild Law (o “Diritto selvaggio”) è un approccio filosofico-giuridico che sostiene il riconoscimento della natura come soggetto di diritti, non più come mero oggetto di proprietà. Proposto da Christopher Stone nel 1972, mira a tutelare gli ecosistemi permettendo loro di essere rappresentati in tribunale (personalità giuridica). Cfr. Stone, C. D., Should Trees Have Standing? – Toward Legal Rights for Natural Objects, Southern California Law Review, 45, 1972.
  11. Nel marzo 2025, la Corte interamericana dei diritti umani (IACHR) ha condannato l’Ecuador per la violazione dei diritti fondamentali dei popoli indigeni Tagaeri e Taromenane, che vivono in isolamento volontario nel Parco nazionale di Yasuní. La Corte ha ordinato la protezione del loro territorio ancestrale, la cessazione delle attività petrolifere e la garanzia della sua inviolabilità di fronte all’espansione estrattiva. Cfr. https://www.corteidh.or.cr/docs/comunicados/cp_19_2025.pdf.
  12. Il Constitutional Amendment N. 4 del 2015, ha elevato a rango costituzionale gli obblighi internazionali in materia ambientale, inclusa la tutela della fauna marina come i delfini ai sensi del Programma Internazionale per la Conservazione dei Delfini (IDCP, 1998), con forza di legge domestica.
  13. Nel marzo 2017, l’Alta Corte dell’Uttarakhand nel caso Salim Shaikh v. State of Uttarakhand ha dichiarato il fiume Ganga (e Yamuna) “juristic/legal person/living entity” con diritti, doveri e liabilities equivalenti a una persona fisica, nominando il Chief Secretary come custode legale. Tale decisione è stata ribaltata dalla Corte Suprema indiana il 7 luglio 2017 in appello dello Stato, per rischi di responsabilità ingestibili legate a inondazioni e inquinamento, stabilendo che i fiumi non possono essere entità viventi.
  14. Nel caso Nonhuman Rights Project (NhRP) v. Breheny (2022), la New York Court of Appeals ha respinto l’habeas corpus per Happy, elefante asiatico al Bronx Zoo dal 1977, negando lo status di legal personhood nonostante evidenze di autocoscienza; la Corte ha limitato habeas corpus agli umani, pur riconoscendo capacità cognitive elefantine.
  15. Nel caso Asociación de Funcionarios y Abogados por los Derechos de los Animales (AFADA) y Otros contra el Zoológico Provincial de Mendoza (2016), il Tribunale di Mendoza ha riconosciuto Cecilia, scimpanzé detenuta per 30 anni, come “sujeto de derecho no humano” (soggetto di diritto non umano) titolare di diritti fondamentali, ordinandone il trasferimento in un parco protetto; sentenza pionieristica che esclude l’antropomorfismo estremo ma afferma una soggettività per i primati.
  16. Cfr. il sito ufficiale del Project CETI, https://www.projectceti.org/.
  17. Cfr. il sito ufficiale della International Whaling Commission, https://iwc.int/.

 

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