
Decodificazione della prefazione
Il concetto chiave su cui si basa il movimento letterario del Tardomodernismo internazionale è l’uso di una scrittura autistica e sociopatica. La scrittura autistica e sociopatica dei tardomodernisti si manifesta attraverso uno stile diretto, sincero, focalizzato minuziosamente sui dettagli, offrendo una visione del mondo diversa e neurodivergente. Non vengono usate metafore per tradurre pensieri ed emozioni, non vengono considerate le convenzioni sociali; nel tentativo di superare le barriere comunicative viene creato un muro, un muro comunicante. Nell’evidenziare la profonda crisi etica e relazionale della civiltà occidentale, la scrittura si fa sociopatica, fredda, disconnessa emotivamente, frammentata, attraverso l’interruzione totale con la lirica e il romanticismo e l’uso pragmatico di termini tecnici e scientifici, propri di un osservatore distaccato. Eventi tragici vengono descritti con neutralità, senza partecipazione empatica, raccontando l’isolamento degli individui, la trasformazione delle persone in non-persone, in pezzi di ingranaggio di una società e di un’economia alienanti.
Lo scopo è mostrare il mondo così com’è, in una sorta di spogliazione totale di ogni orpello, guardandolo con una lente di ingrandimento che evidenzia la disumanizzazione e il fallimento di ogni comunicazione-relazione. Quindi non c’è più alcuno spazio per un’azione fake che promuova il benessere dell’umanità: diventa fake anche la solidarietà. Il bene supremo rivolto unicamente all’uomo non è più un dovere morale e questo genera un linguaggio aggressivo che diventa una nuova modalità di comunicazione, una nuova lingua da comprendere. Nel tentativo di auto-ricostruirsi dopo l’esclusione sociale programmatica attuata dai modelli sociali in voga, il comportamento aggressivo-attivo espresso nel nuovo linguaggio tardomoderno diviene una forma di difesa di fronte alla minaccia dell’insonorizzazione e un modo di rispondere allo stress generato dalla frustrazione dell’isolamento. Nel mettere in atto questo comportamento, ciò che salva è il riconoscimento della propria unicità e l’agire per un’autorealizzazione consapevolmente alienante, che è insieme sovversiva e dissacrante nei confronti delle convenzioni sociali intese come società dell’apparenza.
Con la morte del lettore, della poesia e della narrativa, (dovuta alla vita frenetica che impedisce una forma di lettura impegnata, alla concorrenza dei social e delle varie piattaforme di streaming, alla saturazione del mercato editoriale – offerta superiore alla domanda -, alla marginalità della poesia che da brodo primordiale si è trasformata in brodo di giuggiole), e con l’avvento del fruitore di contenuti e della poesia scritta da tutti (tutti hanno “l’ispirazione”), il tardomodernismo si pone come barriera e scudo. Esso rifiuta ogni forma letteraria che si diffonda a macchia per iperproduzione da mediocrità, esposta come nuovi autori (fake) da editori di regime paragonabili a falsari moderni che monetizzano qualsivoglia produzione di versi o narrativa, purché sia annacquata al punto giusto, non evidenzi dicotomie, non sveli sepolcri imbiancati e sia invece oppio adatto ad anestetizzare gli animi, rispondendo al bisogno di bellezza, perfezione e romanticismo. Nascondere la putrefazione cementificandola con metri di sdolcinatezza o propinando scritti sovversivi (fake) politicamente corretti.
Punto focale del tardomodernismo è il pragmatismo. Essere pragmatici, prediligere l’azione comunicante privata di ogni orpello, di ogni seduzione. Non c’è poesia elegiaca o d’altro tipo che possa superare il rigor mortis; ci sono i riot-text, espressione vocale scritta di una collettività in isolamento che fa della neurodiversità una via “altra” di percepire il mondo, staccata dal consumismo e sovversiva rispetto all’appagamento richiesto da qualsiasi desiderio indotto, desiderio fake. La scrittura di un tardomodernista deve aspirare a diventare una specie di esercizio di intelligenza sociale: un congegno logico che spinge il lettore a dedurre verità e stati mentali. Il testo non può e non deve servire a spiegare tutto, ma è il lettore che deve agire, interpretando e ragionando per dare un senso alla narrazione, rendendo l’esperienza letteraria un atto di scoperta attiva e non un semplice ascolto passivo. In questo processo l’impegno personale del lettore deve attivare la sua capacità di intuire pensieri e intenzioni dietro le parole dello scrittore, in modo da rendere la lettura un atto di vera interazione e consapevolezza. Questo atto individuale di interpretazione, consapevole o inconsapevole, attuato dal lettore, ha lo scopo di portare a inferire gli stati mentali altrui e a trasformare la lettura in un’azione intellettuale attiva, non subita, non passiva.
Gli strumenti usati dal tardomodernista possono essere vari: l’uso di riferimenti colti, di allusioni letterarie, di citazioni classiche; l’uso del détournement teorizzato da Guy Debord, usando lo sviamento per decontestualizzare o accostare in modo inusuale elementi o testi così da sovvertire il significato ordinario; capovolgere il senso comune alterando il significato delle parole; usare uno stile da comizio, con toni invettivi, populisti, rivolti alla massa; lasciare un’apertura, destrutturare il testo (non ha importanza che abbia un inizio, uno sviluppo e una fine); uscire dagli schemi classici, dal canone, per incarnare una fuga creativa e rivoluzionaria; mescolare raffinatezza e trash; utilizzare la logica per ribaltare il senso tradizionale.
Come io mi pongo all’interno del movimento.
Non scrivo in modo sociopatico, non sono paragonabile ai tardomodernisti internazionali. Ho una scrittura “autistica”, non sociopatica, ma iperestesica, causata da un’effettiva aumentata sensibilità agli stimoli sensoriali e da una acufenizzazione dei sentimenti e delle emozioni che dipingono lo sfondo di ogni riot sotto forma di interazione sociale emotiva. La neurodiversità si traduce in un modo unico di percepire il mondo, contrapposto alla “sociopatia” attribuita ad altri autori citati in elenco. Sono definita eretica perché non sono capace di un adeguamento agli aspetti fondamentali del movimento. Rifiuto per incapacità e per ipercapacità sensoriale i “dogmi” del tardomodernismo classico e inconsapevolmente, in modo naturale, mi mantengo nell’ostensive-inferential process. I miei testi sono stimoli sensoriali dove luce, suoni, contrasti colpiscono il lettore in modo fisico, quasi violento, come calci nei denti. Non scrivo poesia tradizionale, ma ad alta frequenza. I miei scritti non possono essere analizzati parola per parola, ma creo (senza saperlo) un processo di ostensione-inferenza: con forza voglio mostrare e dimostrare qualcosa, chi legge deve fare lo sforzo di decodificare e di immergersi nel messaggio. Chi non lo fa è un lettore fasullo, fake, che cerca il significato recondito di qualcosa che non va letto, ma vissuto come esperienza sensoriale e conoscitiva.