
Introduzione di Stefano Dentice
Pubblicato dalla nota etichetta discografica Azzurra Music, disponibile in vinile e gradualmente su tutte le piattaforme streaming da domenica 8 marzo, Duetz è il nuovo lavoro della fine cantante jazz e compositrice Valentina Mattarozzi. La tracklist è formata da otto brani, di cui sette sono brillanti (ri)letture di alcuni intramontabili standard jazz, mentre When She Remembers è l’unico brano originale figlio dell’ispirata vena compositiva della jazzista bolognese.
«Duetz» è un chiaro e caloroso omaggio alla tradizione jazzistica, concepito con il proverbiale gusto e con la profonda sensibilità interpretativa che caratterizzano lo stile di Valentina Mattarozzi. Ma la peculiarità più marcata è frutto della brillante idea di farsi affiancare rigorosamente in duo, in ogni singolo brano, da musicisti diversi, tutti jazzisti di caratura nazionale stimati anche all’estero: The Very Thought Of You (Ray Noble) con Teo Ciavarella al pianoforte e alle tastiere, A Night in Tunisia (Frank Paparelli – Dizzy Gillespie) con Lele Barbieri alla batteria, Round Midnight (Thelonious Monk) con Daniele Scannapieco al sax tenore, All The Things You Are (Oscar Hammerstein II – Jerome Kern) insieme a Felice Del Gaudio al contrabbasso. Poi, When She Remembers assieme a Giampiero Martirani alla chitarra, Misty (Errol Garner) condiviso con Giovanni Perin al vibrafono, Come Rain or Come Shine (Johnny Mercer – Harold Arlen) al fianco di Checco Coniglio al trombone e infine The Look of Love (Hal David – Burt Bacharach) con Massimo Tagliata alla fisarmonica.
Valentina Mattarozzi si racconta e si descrive così attraverso la sua nuova creatura: «Duetz è un album sperimentale basato su duetti insoliti tra voce e strumenti (spesso privi di armonia propria, solo ritmici o melodici). L’opera comprende otto tracce: sette standard jazz e un inedito in inglese: When She Remembers. Il progetto nasce dopo l’ascolto di Strange Fruit (brano di chiusura di I am Billie), interpretata da me e dal flicorno di Fulvio Chiara. Quell’accoppiata timbrica, così “nuda” e potente, mi ha acceso l’idea di un intero album basato su duetti non convenzionali. L’esperimento l’ho chiamato “Duetz”, che fonde le parole duet e jazz in un gioco sonoro. Tutto l’album è dedicato a Teo Ciavarella (scomparso prematuramente, ndr). Ho seguito il suo consiglio di cantare “come se fossi nell’aldilà”. Il risultato è una raccolta di otto brani che funzionano come quadri indipendenti, dove il senso di perdita si trasforma in energia creativa. È un disco intimo e coraggioso, che preferisce l’emozione pura e l’energia spirituale rispetto alla perfezione tecnica».
Biografia
Cantante jazz dalla comunicativa sorgiva, elegante e musicalmente empatica, Valentina Mattarozzi ha un notevole bagaglio di esperienze non solo in ambito jazzistico. Le sue collaborazioni sono particolarmente degne di nota, come quelle con la Doctor Dixie Jazz Band di cui è vocalist ufficiale, Teo Ciavarella, Daniele Scannapieco, Mogol, soltanto per menzionarne alcune. Attiva anche come attrice, autrice teatrale e compositrice, spesso ospite in svariati festival e programmi televisivi nazionali, l’artista bolognese ha al suo attivo quattro pubblicazioni discografiche, fra cui I Am Billie – Tribute to Billie Holiday che è stato molto apprezzato pubblicamente dai Manhattan Transfer. Mentre Duetz è il suo lavoro più recente.

Intervista
Davide
Buongiorno Valentina. Mentre “I am Billie” era un tributo intimo a Billie Holiday costruito su formazioni ridotte (come voce, sax e chitarra) e arrangiamenti minimalisti, o solo flicorno e voce in “Strange Fruit”, “Duetz” (bel titolo per altro) porta quella ricerca del dialogo essenziale alle sue estreme conseguenze. L’intero album si sviluppa quindi esclusivamente attraverso duetti tra la voce e singoli strumenti come trombone, sax, vibrafono, fisarmonica, contrabbasso, batteria, pianoforte o chitarra), eliminando la sezione ritmica tradizionale. Sviluppa dunque l’idea che la voce jazz non debba solo essere accompagnata, ma debba interloquire alla pari con ogni singolo strumento, esaltando la purezza dell’interazione jazzistica? O cos’altro?
Valentina
Buongiorno Davide, grazie per questo spazio. Mi fa molto piacere che ti sia piaciuto il titolo “Duetz”, un neologismo nato per fondere le parole duet e jazz. È un gioco linguistico, ma anche un concept basato sull’idea che la voce sia uno strumento al pari degli altri. Spesso, nel jazz, la voce viene considerata un elemento aggiunto e non uno strumento vero e proprio, dimenticando che è invece il mezzo primario che utilizziamo fin dalle origini per comunicare.
Il mio canto punta a trasmettere sensazioni, emozioni e concetti; per questo, scegliere di interloquire con un solo strumento per brano rende il dialogo più intimo e stimolante. Ogni traccia è un quadro a sé, un gioco di interplay che cambia in base alla natura dello strumento e alla personalità del musicista coinvolto. Ho affrontato ogni brano in modo unico: a volte conducendo il gioco, altre lasciandomi trasportare dal momento. Lo scambio di vedute prima delle registrazioni e l’interplay sono stati fondamentali per il risultato finale dell’album.
Davide
Il progetto sviluppa un consiglio del pianista Teo Ciavarella, che ha curato gli arrangiamenti del tuo album, “Virtù Nascoste”, e che ti ha esortato a cantare come se tu fossi nell’aldilà, privilegiando l’emozione e il silenzio rispetto alla tecnica. Com’è nata questa esortazione e come l’hai interpretata e fatta poi tua?
Valentina
Teo per me era, ed è, un fratello, un amico e al contempo un grande Maestro. Se mi disse quelle parole è perché con me poteva esprimere ciò che pensava realmente. Mi spiegò che la perfezione di alcune cantanti lo aveva sempre infastidito: la perfezione è ciò che inseguiamo in questo mondo, ma non è la verità dell’anima. Credo che la malattia gli abbia rivelato una visione completamente diversa sulle priorità della vita: ciò che resta è l’emozione, al di là delle note perfette o imperfette.
Da sempre lavoro sulle emozioni; se un brano non mi emoziona, non lo canto. Per me cantare è un atto viscerale, un percorso su me stessa durato anni. Noi cantanti restiamo spesso troppo nella mente, io per prima lo facevo, e poco nel resto. Con la testa cerchiamo la nota esatta, l’intonazione che ci appaga e ci fa sentire adeguate, ma ho imparato di più quando sono uscita da quella zona di comfort, portando alla luce le mie emozioni profonde e lasciando che l’ascoltatore percepisse anche le mie fragilità e le mie ferite.
Quando ho inciso il brano, Teo era mancato da soli dieci giorni; un momento devastante per chi come me gli era vicino. Mi sono fatta forza pensando alle sue parole, per poter cantare con lui un’ultima volta. L’emozione è stata fortissima, condivisa anche dal fonico Domenico Meggiato che mi stava registrando: abbiamo avvertito che Teo era lì con noi. Volutamente non ho fatto altre take, anche se imperfetta, era perfetta così. Avevo cantato da un’altra dimensione, una emozione che non so davvero come spiegare.
Davide
Ray Noble, Dizzy Gilliespie, Thelonius Monk, Jerome Kern, Erroll Garner, Harold Arner e Burt Bacharach… La scelta degli standard da reinterpretare di questi sette compositori è stata dettata volta per volta dal tipo di strumento solista per l’accompagnamento? O quale altro approccio o parametro di selezione hai adottato per un percorso così particolarmente destrutturato e poi ristrutturato?
Valentina
In parte ho scelto i brani pensando alla loro funzione strumentale, ma mi sono lasciata guidare soprattutto dall’intuizione e da ciò che ogni pezzo ha significato per me.
Per esempio, “Round Midnight” rappresenta il mio Big Bang, mi ricorda l’istante preciso in cui mi sono innamorata del jazz ascoltando la versione di Chet Baker. Poterlo registrare con Daniele Scannapieco è stato un cerchio che si chiude, un vero sogno che diventa musica.”
Altri brani, appartengono alla mia giovinezza, come “Come Rain or Come Shine” o “The Very Thought of You”, e portano con sé il ricordo dei miei primi passi nel canto.
Una sfida interessante è stata “All the Things You Are”: non l’avevo mai interpretata prima, ma mi affascinava il contrasto tra la sua apparente freschezza e una struttura armonica complessa, che cambia continuamente tonalità. Anche “A Night in Tunisia” rappresentava per me un debutto assoluto; non avevo mai avuto il piacere di interpretarla prima, eppure mi ha sempre profondamente intrigato. Ciò che mi affascina è il suo incedere ritmico, unito a una melodia che, nel suo dinamismo vertiginoso da “montagne russe”, riesce a evocare le suggestioni e il respiro dell’Africa, come se ci si trovasse a cavallo di un cammello tra le dune di sabbia.
Davide
“When she remembers” è invece una tua composizione, per accompagnare la quale hai scelto una chitarra. C’è una ragione per la scelta di questo preciso strumento e come la tua composizione dialoga con le altre, nelle quali è soprattutto valorizzata la melodia spogliata sia dell’arrangiamento ritmico, sia armonico nei duetti con gli strumenti melodici?
Valentina
Il merito di questo brano va in gran parte a Giampiero Martirani: oltre ad averne curato l’ispirato arrangiamento, è stato lui a esortarmi a includere nel progetto una mia composizione originale, spingendomi ad andare oltre il repertorio degli standard. La chitarra è uno strumento a cui sono profondamente legata; amo lasciarmi avvolgere dalle sue corde per la loro capacità di creare un’atmosfera intima e raccolta in un ambient confidenziale, senza mai rinunciare all’apporto ritmico e armonico.
In questo senso, “When she remembers” funge da contrappunto ideale al resto del disco. Mentre in alcuni degli altri duetti abbiamo lavorato per sottrazione, spogliando l’armonia per far dialogare la melodia con strumenti monodici, qui la chitarra di Giampiero offre un ‘nido’ sicuro. Trattandosi di un brano originale, e quindi non ancora familiare al pubblico, volevo che la melodia fosse accolta in una ‘casa’ armonico-ritmica definita. Mentre con gli standard potevo permettermi di giocare sulla sottrazione, confidando nella memoria musicale di chi ascolta, per “When she remembers” era fondamentale una veste più completa. Il brano diventa così un ponte che guida l’ascoltatore dentro la mia scrittura.
Sentivo inoltre la necessità di garantire il giusto balance all’intero album. I duetti più essenziali, dove l’orecchio dell’ascoltatore deve quasi immaginare l’armonia mancante, sono inframmezzati da quelli con la chitarra di Giampiero, la tastiera di Teo Ciavarella o il vibrafono di Giovanni Perin, e questo pieno armonico agisce come un approdo sicuro che restituisce alla melodia la sua dimora naturale e un momento anche di ristoro e di abbandono per l’ascoltatore.
Davide
Ogni strumento è suonato da un diverso strumentista di rilievo: come ogni musicista si è approcciato a questo progetto in dialogo con la tua sola voce, o come gli hai chiesto di farlo perché si mantenesse un insieme stilisticamente coerente?
Valentina
È avvenuto tutto in modo estremamente naturale: tutti i musicisti coinvolti hanno accolto il progetto con grande entusiasmo e la creazione è nata passo dopo passo, brano dopo brano, senza fretta, senza aspettative, ma con la curiosità di chi si ritrova a dialogare in musica, scoprendo un’alchimia immediata. Nulla è stato pianificato o costruito con strategie a tavolino, tutto è fluito in totale libertà fin dalle prime note.
Davide
Se “I am Billie” utilizzava formazioni ridotte per evocare la sofferenza e la grazia della Holiday, cosa in particolare volevi evocare ed esplorare con “Duetz”, innanzi tutto di te, in questo momento del tuo percorso artistico?
Valentina
Duetz è nato da una sfida con me stessa, dalla voglia di mettermi in gioco e sperimentare i miei limiti. Immergermi in territori inesplorati mi dà un grande slancio vitale. In un’epoca in cui la musica sembra scivolare nell’oblio di una mercificazione estrema, cerco, nel mio piccolo, di offrire un rifugio che esuli dal rumore mediatico quotidiano e permetta di riscoprire un immaginario più luminoso e la bellezza della musica pura. Mi distacco completamente da ciò che viene definito commerciale. Per me le note e la musica sono, prima di tutto, vibrazioni che parlano alla nostra essenza. Credo fermamente nel potere curativo e trasformativo del suono, una forza primordiale che non può essere imbrigliata in logiche di consumo.
Davide
Vedi nel minimalismo di questo lavoro la chiave per restituire al jazz una sua qualche natura più semplice e diretta, empatica e comunicativa o cos’altro?
Valentina
Il minimalismo è una chiave fondamentale per rendere un’opera davvero intima. Certo, l’intimità si può ricercare anche con un’orchestra d’archi, ma in una formazione ridotta all’essenziale, questa dimensione diventa inevitabilmente più nuda e autentica.
Amo profondamente l’intimità nella musica. Mi piace pensare che chi mi ascolta possa sentirsi fisicamente vicino a me in quel momento, quasi in un dialogo riservato, sussurrato. Spogliando il jazz di ogni sovrastruttura, spero di restituirgli proprio quella natura diretta ed empatica che permette una comunicazione senza filtri, dove ogni respiro e ogni nota arrivano dritti al cuore.
Davide
Hai studiato pianoforte fin da bambina e poi canto lirico. La tua curiosità ti ha portata a esplorare molti generi musicali diversi, ma il tuo primo vero grande amore è stato e rimane il jazz. Perché dunque il jazz?
Valentina
Il pianoforte, in un certo senso, l’ho subìto, mia madre, pianista classica, mi fece sedere alla tastiera non appena ne ebbe l’occasione. Ma non era la mia strada. Ero una dolce ribelle e quel rigore non mi apparteneva; Ho ritrovato il piacere del pianoforte solo da ragazzina, quando ho sentito il bisogno di comporre. Anche il canto lirico fu un’imposizione gentile: ero naturalmente dotata e per mia madre il Conservatorio era lo sbocco naturale. Per un po’ mi sono lasciata trascinare dalla corrente, finché non ho trovato il coraggio della verità: non era quello che volevo.
La scintilla vera è scoccata qualche anno più tardi con il jazz, il mio primo grande amore.
Potrebbe sembrare un mistero insondabile, ma credo che la ragione sia profonda e semplice al tempo stesso: amo ascoltarlo da quando l’ho scoperto e credo che sia un amore che non avrà mai fine.
Davide
E perché la voce, come tuo strumento principale, quindi il canto?
Valentina
Non mi considero una purista: muovermi tra il jazz, il blues e il cantautorato italiano mi permette di liberare ogni sfumatura della mia anima. Il canto è l’espressione più prossima al nostro spirito perché nasce proprio dentro il corpo; è l’urlo e il sussurro, il registro acuto e quello grave, il graffio rauco e il filato cristallino. È uno strumento vivo che racchiude tutti i nostri contrasti.
Davide
“Mi ci è voluta tutta la vita per imparare cosa non suonare”, disse Dizzy Gillespie. Tu, ad oggi, cosa hai imparato a non cantare e suonare, quindi il viceversa? Cos’è per te “la pura essenza di una musica, lasciando che tutto sia giusto come dovrebbe essere”?
Valentina
C’è sempre da imparare: la musica è un percorso, un viaggio che non finisce mai. Guardando alla strada fatta finora, sento di non aver più bisogno di spingere la voce verso note altissime; da giovane prevaleva il desiderio di mostrare ciò che sapevo fare, ma oggi non sento più questa esigenza. Ciò che conta davvero è cosa racconti e come lo fai: il sottotesto che riesci a dare a ogni parola e l’emozione che abita il racconto.
Ovviamente, nella dimensione live tutto cambia. Non dipende solo da ciò che stai cantando, ma anche da come il pubblico interagisce. Io so di avere molte “voci”, in Duetz, così come nei miei ultimi due lavori discografici, ho scelto di essere intima e raccolta; sul palco, invece, subentrano il divertimento e lo scambio diretto con le persone. È proprio in questa interazione che scopro e libero tutti i miei registri. Del resto, ho capito che la sottrazione non è una mancanza, ma una consapevole scelta di maturità, ma non sempre è valida usarla.
Davide
Burt Bacharach è stato un maestro nel fondere melodie pop raffinate e memorabili con arrangiamenti orchestrali sontuosi (“lush”), caratterizzati da un uso sofisticato di fiati, archi avvolgenti e ritmi sincopati. Perché hai chiuso dunque il tuo viaggio minimalista di “Duetz” con un suo brano, “The look of love”?
Valentina
Il brano “The Look of Love” mi ha sempre profondamente ispirata: ne amo l’architettura armonica e la linea melodica, che trovo senza tempo, sospesa tra modernità e classicità. La decisione di chiudere l’album con questa traccia è maturata quasi per un’illuminazione, a registrazioni e mixaggi ormai ultimati. Anche la scelta di affidarne il racconto alla straordinaria fisarmonica di Massimo Tagliata è stata dettata da un puro istinto: gli ho chiesto di registrarlo seguendo un’intuizione improvvisa, e il risultato ha confermato quella sensazione.
Davide
Cosa seguirà?
Valentina
Posso anticipare che “nel cassetto” c’è un album di inediti, ma non mi pongo scadenze: non l’ho mai fatto e non inizierò ora. Lascerò che il progetto trovi il suo tempo per maturare, finché non sarà pronto a fluire e splendere con naturalezza. Per il momento, scelgo di abitare il presente, godendomi pienamente il “qui e ora” di questo percorso, che è meraviglioso.
Davide
Grazie e à suivre…