KULT Underground

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Intervista con Claudio Milano (2/3)

22 min read

(Foto di Alessandra Di Lecce)

CAPITOLO II

Davide

Il flipper mi rimanda ormai inevitabilmente al Tommy di Ken Russel, ma anche al gioco delle bagatelle da cui deriva. E bagatella, nel contesto musicale, è una breve composizione risultante dall’improvvisazione. E in questo tuo lavoro, di improvvisazione, ce n’è sicuramente molta.

Claudio

Non ho mai pensato onestamente a Ken Russel. La forma della bagatella è applicabile contestualmente a “La Fenice” (Cocciante/Santandrea) e a “Cornflake Girl” (Tori Amos), in modo sostanziale. Il resto è frutto di un’idea decostruita e ricostruita in un processo macroscopico, su spartito, nella produzione di suono vocale e nell’improvvisazione.

“Bagatelle” sono le “Beatles Arias”, è un po’ difficile parlare di “bagatella” per la “Distopia” a raccogliere in sequenza Purcell/Fauré/Monteverdi, per quella con “Black Is the Colour” (trattata anche da Berio nelle “Folk Songs”, da me dilatata in soffio fino allo spasimo di un’apertura centrale in gran voce, ma con un arrangiamento per contrabbasso suonato con arco, a divenire “orchestra” intera).

Aneddoto paradossale: mentre Berio ci lasciava e io sono sempre stato incuriosito da lui e dalla Berberian, mio padre usciva di casa, dopo aver appreso da un telegiornale che un uomo dopo due giorni e mentre era condotto al funerale nel feretro (come si faceva fino a qualche tempo fa), ha iniziato a bussare violentemente contro la bara e levati i sigilli, ne è uscito vivo. Mio padre disse “così farò io”.

Due ore dopo era in coma dato per morto con assoluta certezza, da parte dei medici.

Dopo due giorni, si svegliò in rianimazione davanti a noi figli, mia madre e una zia.

Ora vive un’altra vita, anche concretamente.

Del rapporto con lui e mia madre ho parlato ampiamente in una mia intervista a The New Noise, nel 2014 e più marginalmente in quella rilasciata a Max Marchini su Rockerilla, nel febbraio 2025.

Una famiglia senza dubbio numerosa (se c’erano tutti e quattro i nonni eravamo in undici, altrimenti in nove) d’origini estremamente modeste (artigiani della creta, guaritori e lavoratori nei campi di tabacco o di oppio, per ciò che concerne mia madre; “massari” fascisti e abili cultori della violenza di “chi vuol star bene al mondo” – cit. Brecht/Eisler, dalla parte di mio padre), anche culturalmente, ma che ha creduto nel valore e nella dignità dello studio.

Non ha mai accettato però alcuna variante su tema “istituzione” (fascista o comunista reale, religiosa democristiana o eretica fino al satanismo), oltre a quella esperita nel contesto culturale di un paesello dal quale non s’è mai staccata e che in qualche modo protegge vizi vita natural durante (ognuno è scherzosamente nominato in dialetto con un suo difetto, che lo rende “umano”).

Le violenze del patriarca, chiaramente dovute a malattia, erano quotidiane e sadiche (in qualche caso date come “compito da assolvere” anche a figli o conoscenti, estensioni anche del suo vissuto con un padre alcolista), ma a crescere la famiglia era paradossalmente mia mamma. Le patologie di mio padre, poi in cura a renderlo una persona soprattutto dolce, crearono un nucleo familiare chiuso, dal quale non si poteva uscire neanche per giocare (e io venivo portato dai miei fratelli, collezionisti di dischi, in feste dove accadeva di tutto e si ascoltava musica magnifica, che mi faceva “roteare la testa”. Io dovevo badare al fatto che la mia sorella maggiore non si tenesse per mano con mio cognato, ma quelli sparivano e io rimanevo appresso a gente fumata come non mai, che realizzava happening ai quali mi chiedeva di partecipare).

Disegnavo e dipingevo anche (sono autore di molte mie copertine di dischi e di altre altrui, manifesti, ritratti, illustrazioni…).

Ma torniamo ai GOSSIP, perché nel frattempo si è evoluti e divenuti persone “altre”, a costo di pegni anche assai pesanti.

Consideriamolo una Fiaba (e non ho detto “favola”).

Il mio nucleo familiare è nato dal rapimento che mio padre (in origine tassista, negli anni 50/60, non era necessaria la patente per guidare, non era richiesta la maggiore età e neanche una licenza per portare a carico altra gente) fece di mia madre. Non una “fuitina” (quella fu fatta dalla mia sorella maggiore ed eravamo negli anni 90), perché i due non si erano scambiati neanche qualche parola.

Il giorno dopo, mio padre si presentò a casa del nonno materno che lo attendeva con un fucile spianato e disse “non la voglio, non mi piace”, mio nonno li obbligò, pena “omicidio d’onore” (di cui era responsabile già il nonno paterno, abile con le armi al punto da far ballare i malcapitati e non a caso, lo chiamavano per riflesso: “il ballerino”).

In una famiglia sempre pronta “al disastro”, al “ti uccido”, quelle della “premonizione”, della “canalizzazione”, ma anche della “visione”, sono stati e sono abitudine diffusa, una famiglia rimasta pre-industriale (cit. Pasolini) e nella quale la mia bisnonna era una delle maghe bianche del paesello, a curare animali e persone in cambio di cibo per la sua sopravvivenza (“Mamma Seppa”, ovvero Madre Giuseppina).

Terrei a precisare che l’ultimo episodio di tarantismo, documentato, nel mio paese, risale agli anni ’90… appena trent’anni fa.

Vorrei precisare oltremodo che ognuno ha il suo percorso e che a qualcuno è dato il compito di lavare le pene per rompere abitudini divenute lassismo violento.

Ho trovato qui a Milano delle persone con le quali posso confrontarmi su questi temi senza necessariamente essere deriso, inclusi molti medici (la psichiatra Maria Raugna, la psicoterapeuta e mia formatrice in musicoterapia, Barbara Eleonora Pozzoli), ma soprattutto etnomusicologi e antropologi (il mio maestro assoluto in Accademia, a Brera, è stato Roberto Sanesi, che mi preparò ai pensieri associativi, allo studio della Beat Generation, ma soprattutto alla poesia visiva e al “metodo mitico” di T.S. Eliot. Parlavamo per ore e lui mi diceva “ma che ci fai qui?”, “perché la morale ti ha tanto violato? Ma sai che tu, avessi un’altra struttura saresti non famoso, ma celebre?” e concludeva con “vorrei donarti tanta luce”. Poi fu colpito da infarto, non potei presentare la mia tesi con lui, ma comunque la mia “Sphere”, opera d’arte totale, le cui fondamenta non sono mai state realizzate da nessuno, perché ci vorrebbero un mucchio di soldi, fu acclamata, non accolta ed il capitolo finale della tesi è in Brera, a disposizione per lettura, nella sessione di marzo del 2000).

Il mio “formatore” di vita invece fu Romano Perusini, docente in scenografia, ex collaboratore di Luigi Nono, che dopo la discussione della tesi promise alla mia famiglia un “dovuto” mio inserimento in Accademia come suo assistente.

Quando tornai a trovarlo, era in “azione” il figlio del docente di scenotecnica, bravissimo, per carità, perfetto formatore di “professionisti muti”. Mi fu detto “il pane? Ma figurati, io nella vita ho fatto anche il criminale”. Un eccellente generatore d’odio, uno di quelli che mi portò a voler “morire”.

Per quanto ne so, potrei essere morto migliaia di volte, a definire trame alterne in universi paralleli (cantati nel 1996, in un brano poi titolato “Exit?”: https://claudiomilano.bandcamp.com/track/exit ).

Mi chiedi dell’improvvisazione. Quella, se radicale e fluida, è il corto-circuito. Io non ne sono stato capace per anni prima di studiare con Carola Caruso e il metodo della Rohmert.

In fase d’incisione non ce n’è stata tanta. È vero che ho inciso praticamente tutte le sezioni vocali a cappella, senza riferimenti armonici (eccetto che per “The Cold Genius Song” di Purcell) e molto spesso con divagazioni su tema nate dalla volontà del “punto d’urgenza”.

Una lunghissima sezione, che non ho pubblicato nella sua integrità, perché veramente pesante (ho un limite anch’io), ha visto però lavorare da studi diversi Tofani, Jorge Queijo (Ars Nova, ma anche collaboratore di John Zorn, tra i tantissimi) e Stefano Saletti (Novalia, Banda Ikona), in maniera improvvisata (una sorta di flusso mesmerico/industriale).

Quella sezione è divenuta poi parte del CD a rappresentarne il lato dei canti folk, con “Lusive la Lune” (Friuli), “Maramao” (Abruzzo), “Lu Rusciu de lu Mare” (Salento).

In qualche modo anche la sezione operistica del lavoro, per composizione strumentale di Gianni Lenoci (Après un rève, op. 7 n. 1) e Vincenzo Zitello per “The Cold Genius Song” e “Iam Moriar Mi Fili”, hanno seguito un flusso di coscienza semplicemente magnifico, qualcosa che mi ha donato un’emozione speciale, perché loro SONO musica in quei momenti, per giunta astratta o in viaggio verso Oriente. Filippo Manini, non ha voluto partiture d’organo e ha lavorato improvvisando.

Nel lavoro con Teo Ravelli poi si è definito un florilegio di diagrammi per permettere la trasfigurazione di temi o la loro danza atonale. Anche in questo caso, l’impiego di programmi con dei cicli variabilissimi di suono (frequenza d’onda/intonazione), ha permesso un flusso di coscienza, ma legato alla partitura, non estraneo a quella.

La “bagatella” però è essenziale, come anticipato, per capire le “Beatles Arias” di Berio, che senza dubbio sono state più un’invenzione di Cathy Berberian.

Berio aveva una “reputazione da difendere” e la Berberian con “Stripsody”, la mandò al diavolo.

C’erano i finanziamenti del PCI per trattare temi sociali urticanti e non si poteva certo gigioneggiare troppo con una materia “da recapitare ai posteri come classica”.

“La Vera Storia” del 1981 non fu accolta bene all’estero (le repliche furono interrotte per disordini pubblici, malaccoglienza della critica, che giudicò l’associazione di elementi storici ad un viaggio onirico – QUI FLIPPER – e l’opera non è mai stata incisa su supporto, per quanto ne esistano documenti RAI, radiofonici e visivi), probabilmente anche per la scelta di Milva come (suprema) interprete chiave, eppure le arie da quel lavoro, sono magnifiche e tali restano.

I portamenti esasperati (pari a lamentazioni) richiesti a “la Rossa”, poi punto chiave della “Passion Selon Marie” del genio Zad Moultaka, mi hanno convinto a rivedere “Quando Ricordiamo” da quel grande sforzo di Berio nel 1981, ovviamente per il punto chiave che affronta: la negazione della memoria o il suo revisionismo su basi nulle, neanche spirituali e/o percettive, ma dettate da necessità di passare alle cronache in modo egoico.

La mia è la prima incisione dell’aria su supporto, ma non ha il carattere della bagatella, perché sposa nella costruzione delle voci strumentali, un Triumphalia desunto dagli scritti di Svetonio e dalle opere dei musicisti neo-pitagorici.

Non solo, il finale teatrale è stato sostituito con una modulazione tonale in maggiore e la distruzione della stessa in cluster.

L’aver tirato in mezzo Berio, ovviamente, mi ha portato ad essere deriso e insultato da alcuni miei collaboratori storici.

Va bene se Berio rivede in chiave barocca e grottesca le “arie” dei Beatles (concettualismo a parte, per molti una sòla), ma non certo se un musicista “catalogato” come “rock” (bisogna proprio esser sordi e non capire un belin di musica, a definirmi tale), al mio pari, rivede Berio e dei “classici”.

Questo porta alla comprensione di come la musica classica contemporanea sia abilitata a rubare la qualunque da linguaggi definiti come “popolari” (anche gli Art Bears, ensemble Rock in Opposition, per il quale Fausto Romitelli scrisse un lavoro nobilissimo, su etichetta Tzadik), ma che i “popolari” devono starsene ben lontani dalle accademie, perché anche se devastati da studio, non DEVONO essere avvicinati a certi ambienti.

Ambienti nei quali ci si fa largo vendendosi non solo la carne, ma qualsiasi dignità. Garantisco che anche solo cantare in una corale di medio livello comporta avere meno scrupoli dell’ultima zoccola pop di provincia e comunque poi, si viene gettati via in un baleno.

Mi fanno schifo, davvero, quelli che mi hanno rigettato rifiutando di scrivere del mio ultimo lavoro, o per pregiudizio “rock” (ancora a celebrare minimalismo e riduzionismo, a difendere il “punk”, come se dal 77 ad oggi, nulla fosse cambiato), o per pregiudizio “classico”.

Credi sinceramente un “classico” potrebbe essere ben disposto nei riguardi di questa “azione” del pluricitato Andersen, senza dire… “ma è un disco degli Einstürzende con un’idea registica appresso e paccate di soldi nord-Europei?”

LINK: https://www.youtube.com/watch?v=fBb548FtQFY&list=RDfBb548FtQFY&start_radio=1

Sono delle fogne malate di altezzosità che alimentano fogne malate di frustrazione infinita (e pensa alla frustrazione di chi si vende e poi viene scaricato per qualcun altro, senza lasciar traccia di sé, un Inferno).

Il loro sbattermi addosso un aggettivo “ethno” (come per Moultaka), giusto per farmi un favore è non considerare Berio come figlio della Berberian, ma quest’ultima, una delle tante sciacquette sue mogli. Non c’è nel mondo operistico, alcun rispetto per la figura femminile, ridotta a copertina per Classic Voice, Amadeus.

Pensa agli ensemble italiani di musica classica. Che performer contemporanei richiedono? Donne, preferibilmente belle e bionde, meglio se disponibili o capaci di cavalcare il “mi dono … perdonami, domani sarà meglio”.

Ovviamente è pienissimo di uomini che prenderebbero il loro posto senza sentirsi minimamente in colpa, anzi, a distribuirsi medaglie da letto sul frack!

Ho perso il conto di chi mi ha detto “se ti comporti bene ti faccio fare Pierino e il Lupo o La Storia di un Soldato”, intendendo: “succhiamelo”.

Chiunque conosca “Professor Bad Trip”, “An Index of Metals” di Romitelli o meglio ancora “Piano Concerto”, “Queen of the Night Aria”, “Don Giovanni all’Inferno” di Simon Steen Andersen (opera da poco clonata al teatro dell’Opera di Roma, in quanto a scenografia, il resto, Laura Catrani a parte, è agghiacciante), ha capito che oggi di colto esiste solo un linguaggio, quello che guarda “oltre codici orditi”, finendo per essere “contemporaneo” e basta. Sono i finanziamenti e “gli amici di perversione” (parliamo di chi si fa un allevamento di cani e cavalli pur di cantare in una replica minore) e di settore che fanno le differenze.

L’avant rock e soprattutto il cantautorato d’avanguardia (cos’erano del resto Gesualdo da Venosa, Conon de Béthune e Orazio Vecchi, per cui oggi ci si strappa le vesti?) hanno ormai un problema terminale: non c’è una critica pronta ad accoglierli e a comprenderli con reale cognizione di causa, perché non ne conoscono i linguaggi.

Ciò avviene anche per un fattore economico, la musica classica e contemporanea hanno bisogno del proprio ghetto che faccia “fico”.

Lavoro dal 2002 con musicisti dell’ambiente (formazione pianistica a parte) ed è stata sempre festa, purché non ci fossero “pretese” da parte mia.

Dopo trent’anni di incisioni e 25 da professionista, in quanti mi considerano “compositore”?

Fosse anche per un mio dar plastica ad una voce per offrirle spazio, tempo, linguaggio?

Io non ho chi compone abiti su misura per me (gli “arrangiamenti”), che reputo parte del tutto, come un quadro che sfonda la parete di una Galleria per mostrare lo scalpiccio che c’è di fuori.

Ci si limita ad un “voce a tratti bella ad altri no”, ma vaffanbagno anche, dopo e durante.

Già non chiedo di dar retta ai miei testi, curati con un’estrema dedizione.

Il mio essere “senza compromessi” ma accettando TUTTE le collaborazioni che mi sono state possibili fino a ieri, intese come onore assoluto (e preciso, qualcuno ha cancellato tutto quello che gli ho inviato ritenendolo “brutto”, o “non idoneo”, facendomi spendere soldi per gli studio di incisione e tempo), mi ha portato a credere che io, davvero, non ho valore, o l’ho portato a completa svalutazione.

 

CAPITOLO III

Davide

Dal troviero crociato Conon de Béthune a David Guetta, da Berio a Nick Cave (e il tanto altro che invito a leggere più sopra), il repertorio di composizioni e testi utilizzati per comporre “Flipper” è particolarmente vasto ed eterogeneo. Qual è stato l’elemento unificante nella scelta dei brani e perché, nella versione cd, li hai titolati “Distopie”, tesi verso quale futuro oscuro e oppressivo e quali tendenze negative del presente già in atto?

Claudio

In merito a “distopia”, l’ho già detto, non ha senso parlare di “realtà”, tantomeno quando telecamere a Torino riprendono presunti manifestanti/”squatter”, alle spalle della polizia (quella che a Milano Rogoredo chiede il pizzo agli spacciatori, o in una COIN di Roma si diverte a rubare e faccio notare che passando per Pinelli a Cucchi, di certe vite e del loro concludersi, non sappiamo granché), per farsi largo tra le fila e lanciare petardi contro una polizia celebrata in modo assai dubbio dal Governo in calo di gradimento, (e mentre l’assessore Adriatici è condannato a 12 anni per omicidio).

Non scordiamo che il trilionario Mr Trumpf! negli USA è l’individuo che ha piegato in modo radicale i principi legislativi e che per quanto la gente scenda per strada a protestare con file oceaniche, chi ha gloria è la polizia (per ora).

Adesso è l’ora dell’Iran, così come Netanyahu, per fuggire a capi di imputazione continua ad essere in guerra, ormai di “religione”.

Il Medio-Oriente è però assai più complesso di come gli americani lo intendono, basta spostare una pedina e crollano patti, alleanze tra Stati sempre pronti all’assalto, per odio atavico.

Il “sedicente” Stato Islamico non è mai stato messo a tacere oltremodo ed è pronto “ad esplodere” alla bisogna.

L’Italia in questo non vuole essere mai seconda a nessuno e ci troviamo davanti a un pericolosissimo referendum, prima del quale accadrà qualcosa a muovere le dita della gente su un “si”.

Se si potesse riprendere il vissuto con mille videocamere, della realtà ne verrebbero mille versioni/visioni, poi discusse da abili sofisti (mentre si combattono guerre, il karma generazionale fatto di demoni e angeli, ne fa da eco).

Pensa che nel buddismo tibetano, chi rifiuta progressivamente cibo e acqua mentre medita, finisce per proseguire il suo viaggio in mediazione mentre si mummifica e che il Dalai Lama si oppone eticamente ad esami clinici su individui ritenuti per “tukdam”, vivi clinicamente (il Dr. Barry Kerzin, così si è espresso rispetto a un monaco di 200 anni, in uno stato di meditazione “prossimo all’illuminazione”). Ciò che non vien detto è che gli individui rifiutano il cibo e assumono tè tossici, per allontanare i batteri, permettendo al corpo di rimanere quasi intatto, ma è suicidio e ogni pratica buddista (più di 300) considera negativamente la scelta di togliersi la vita.

La scelta dei brani è assai semplice, io canto dal 1978, quando avevo tre anni e quando iniziai in pubblico una piccola tournée di teatro-musica. Cantavo arie d’operetta italiane ma anche classici napoletani e canzoni tedesche (Marlene Dietrich, un repertorio che era stato chiaramente di Milva).

Ho ripreso a cantare con intenzioni “di chi voleva fare e benissimo”, solo a 13 anni, prima di entrare nel Liceo Musicale Paisiello, ci credevo davvero.

Da allora, tra studio e insegnamento, mi son trovato ad avvicinare brani di ogni genere e provenienza.

Alcune melodie mi lasciavano appresso un bel sorriso, le sentivo “fatte mie”, attraverso la necessità di trasmettere agli allievi, al pubblico, un’emozione, un’astrazione vera, quasi uno spazio terapeutico (per me perlomeno).

Poi una volta in studio d’incisione, mi sono concesso non più di tre take di quelle melodie.

Non volevo “accompagnamento musicale” perché dovevo sentire il suono della voce, la sua vibrazione, in ogni minimo dettaglio, fiati, vibrato.

Odio l’idea che il suono della voce debba diventare un tassello finale a corollario di tonnellate di contributi strumentali, non è onesto, non è sincero, non mi permette di “cantare”.

Passati un anno, due, tre, provavo altre take mentre nel mentre incidevo altri dischi (nessuno dei miei album, a parte quelli di “istant composing”, come “Adython” e “Aurelia Aurita” – questo del Radiata 5tet – ha avuto gestazione breve, forse il solo “Bath Salts”, composto in meno di un anno).

Avevo bisogno però di qualcuno a deformare lo specchio che poteva nascere dalla composizione e dal suono vocale autoindulgente e quel qualcuno è arrivato nell’estate del 2022 ed è Teo Ravelli (borda).

Una prima collaborazione è nata nel 2023, in una performance su mio testo drammaturgico dedicato a Pier Paolo Pasolini (“Moralità, o Poesia, o Bellezza”), già in scena a Roma anni prima, dopo la profanazione del monumento ad Ostia e della tomba del profetico genio italiano e della madre.

Poi un tributo a Claudio Rocchi in presenza di Walter Gatti, autore dell’eccezionale biografia/spaccato di storia italiana, dedicata al musicista lombardo. Lì ci fu chiesto di dare molta importanza ad un testo del mio omonimo e scelsi “Torna con Me”, composta assieme a Gianni Maroccolo.

Da lì la proposta di collaborazione in pianta stabile, in duo come Ravelli/Milano, RaMi e con NichelOdeon.

RaMi (su sceneggiatura di Niccolò Clemente aka Whale): https://www.youtube.com/watch?v=nnD0CeMLRC8&list=RDnnD0CeMLRC8&start_radio=1

A quel punto ho riaperto gli archivi, manco fossero uno scrigno e… ho gettato quasi tutto.

Questo, il mio fonico non me l’ha mai perdonato. Per lui si entra in studio con un’idea così scritta da essere già morta, con un titolo invariabile e non si deve cambiare alcunché, previe urla udibili in tutta la Brianza. Io però non faccio metal anni 90 e non ho vincoli “di vendita”.

Ho ricominciato quasi da capo, approfittando di momenti di gran salute delle mie corde vocali e del resto gli ultimi sono stati anni di esercizio quotidiano, anche appresso a repertorio sinfonico/operistico con l’Orchestra Sinfonica di Milano, di cui ho fatto parte.

Non dimenticherò mai i piani di percezione che erano in grado di spalancare le geometrie di Benjamin Britten, nel suo “War Requiem”, peraltro diretto da Vasilij Ėduardovič Petrenko.

Ciò che non mi piaceva del cantar lirico in corali è chiaro: non si ha amore per poetiche estranee al “belcanto italiano” tutto giocato su “tanto, tantissimo suono”, si “affonda il suono diaframmaticamente” dall’inizio alla fine anche se si è in “pianissimo” e basterebbe un soffio di maschera, un attacco perfetto, gestione di fiato nell’esposto “vibrante” e rilascio mai violento.

I bassi dovrebbero essere 30 e sono 8? Marcate tutto!

È tutto un gioco fisico estremo fatto di proiezione, che il mio sistema ha a noia. Nel cantare il “War Requiem”, Petrenko ci chiese di essere “inglesi” e il canto inglese non è un gioco a chi spinge e affonda di più, parte anzi dallo studio giovanile come voci bianche, lavora tantissimo sul passaggio da M1 ad M2 (in aria).

Questo testimonia che l’insegnamento della Berberian, è servito (oltre che al mondo scandinavo o comunque nord-europeo e facendo spazio alle poche voci “sincere” nostrane della lirica, Laura Catrani e Giulia Zaniboni – il suo giocare con la voce è molto più che avvincente, perché “estraneo a fatica”. Laura è’ persino riuscita nel risultare filologicamente solidissima nel cantare Purcell o Barbara Strozzi, dramma autentico, più che contemporaneo, pari al “Lamento della Madonna” di Mina) solo al mondo delle avanguardie popolari: Diamanda Galàs, Mike Patton, Lisa Gerrard, Meredith Monk, Tim Buckley, Peter Hammill fino al pre-infarto del 2003, Bobby McFerrin, la scuola attorno a Phil Minton, Demetrio Stratos – toglietevelo dalla testa, in alcun modo “il migliore” – la prima Nina Hagen, Giuni Russo, Bobby McFerrin, Catherine Jauniaux, Viviane Houle, i maestri del growl e dello screaming (clienti che foraggiano abbondantemente foniatri e logopedisti)… “voce estesa”, è “ogni suono che si può emettere, anche orrendo” e ne fa studio, oggi in materia, oltre a Dalila Kayros e Stefano Luigi Mangia, Sainkho Namtchylak, è sensazionale quello che fa Renato Miritello e quanto ancora avvicina una gloria eterna come Bernardo Lanzetti. Il problema è farne spettacolo circense, come nel caso di Dimash Kudaibergen.

The Voice Kids della Clerici, in Inghilterra farebbe (giustamente) ridere.

I coristi insorsero e si creò una diatriba tra direttore del coro e direttore d’orchestra.

Ci fu una vera e propria “rivoluzione”. Tutti a rifiutare repertorio moderno e contemporaneo ed eccoli dunque, come sempre, ad essere il coro per eccellenza dei Requiem di Verdi e Mozart, della Nona di Beethoven.

In quanto a “Flipper”, tutto il materiale inciso nel Virtual Light Studio di Vedano al Lambro (MB) e nel Karma Studio di Fragagnano (TA), oltre ad alcuni studi romani, è stato sottoposto a Teo Ravelli e rivisto ancora e ancora e ancora, per l’assoluta disperazione, come detto, di Paolo Siconolfi, che a momenti non mi cacciava dalla sala. Preciso, è “il” professionista e se si comporta così con me è perché da me tanto pretende e perché c’è un rapporto di amicizia solidissimo.

I gradi di separazione delle mie “Folk Songs” (solo nominative di fatto, il gioco è stato perlopiù opposto, ovvero, trasfigurare il “nobile” in “profano”) sono nati per affinità di repertorio, epoca, necessità di contrasto di dinamiche ed umore espresso. Non c’è assolutamente nulla di causale in questo progetto.

Come detto, qualcosa di troppo è stato accantonato, ma va benissimo così.

Non c’è tempo per rimpianti, non nego mi piacerebbe incidere “Un Cavallo Si Lamenta” di Brecht/Eisler, “Il Re del Mondo” di Battiato e “The Lie” di Hammill, non credo di avere una salute adeguata per farlo.

 

CAPITOLO IV

Davide

Hai sostanzialmente mantenuto melodie e testi, ma l’accompagnamento strumentale è stato completamente riscritto con la libertà sonora della atonalità in cui tutte le note, ma anche i suoni, bruitismo incluso, siano essi acustici o elettronici, hanno dunque pari importanza, valorizzando anche la dissonanza. Quale procedimento in parte destrutturante e ricostruttivo avete adottato e perché?

Claudio

Dico che le mia cosa preferita dell’album è quell’assurda relazione tra “Black Is the Colour” e la mia versione, finalmente a termine di “La Canzone dei Soli” (mia composizione, dal testo valido, completamente riscritta, a partire da una mia incisione a cappella, a casa di Vittorio Nistri).

Proseguo col dire che “Adesso Si” di Endrigo l’ho cambiata persino di “modo”, dal maggiore al minore, che “La Fenice” presenta la linea vocale donata al basso fretless di Andrea Grumelli, eccetto che per il refrain (alterato) e che le strofe sono diventate una coda operistica atonale per due voci virili, che risolve in caos e infine in un subarmonico da record mondiale (C-1 direi) e un discreto armonico di “flauto”. Poi si, qualche melodia me la son gustata di cuore, anche se “Lontano lontano” risolve in modo atonale. Io sono un cultore del sistema “misto” (Tonale + atonale, seriale e astratto, tenendo conto di modi antichi, etnici globali, ricerca personale a fare da collante in tempo reale).

“Iam Moriar Mi Fili” di Claudio Monteverdi, nella mia visione (che Zitello, con l’uso dello strumento a corda Terra, porta in Medio Oriente), c’è di fatti una lamentazione con ripetizione ossessiva di un terzinato, assolutamente estraneo alla partitura e questo ai cultori classici proprio non piace, ma la Madonna era mediorientale quanto Cristo.

R’ alterato di poco il canto su “L’Ombra della Luce” di Battiato, lo è in misura assai maggiore il pezzo degli Area. Sono alterazioni di senso, più o meno massive, a cambiare completamente il punto di vista appresso a chi ha composto in origine.

Chi ha scambiato per vezzo interpretativo le mie deviazioni, è in errore. Davvero un peccato io non abbia trovato la forza per includere nella versione dell’album online, il deragliamento di “Vecchio Frack” (massivamente bruitista) in un recitarcantando che risolveva in “Ballata di una Ragazza Annegata” di Eisler/Brecht, dove la ragazza risultava essere profuga messicana al confine con gli USA. Il dramma lì diveniva così crudo nell’uso vocale da indurre alla repulsione netta dell’ascolto.

Sfregio totale, a giudizio di molti il mio aver adeguato sulla metrica e la melodia di “Albergo ad Ore”, quelle di “La Canzone dei Vecchi amanti”, “Col tempo”, “La Canzone dell’Amore Perduto” e “La Costruzione di un Amore” con sopra a coprirne quasi completamente parole e melodia, l’Inno di Mameli rivisto in chiave atonale per sole voci maschili (scritto su richiesta di Marc Vincent Kalinka e per una sua esposizione alla Theca Gallery di Zurigo, alla Galleria Civica di Žilina; con lui avevo già lavorato alla colonna sonora per la performance italiana alla Prima Biennale Arte di Mosca – 2005 e alla mia Messa Buffa “My Personal Holy Family” per la Biennale di Venezia del 2011, per il Teatro di Marcello a Roma; ad un Amleto la cui parola era affida ad un coro e orchestra moderna – una suite per lettura a prima vista – e proposto al V Festival Internazionale della Repubblica Slovacca, nel 2003, al Salone Dini di Milano, al Piccolo di Caserta; ancora con lui nel 2002, le musiche per una surreale resa di “Le Serve di Genet”. Marc per NichelOdeon ha realizzato videoinstallazioni dal 2007 al 2010).

In buona misura, in ogni pezzo mi son permesso di fare quello che istintivamente sentivo necessario, fino alle “pieghe tonali” di “The Power of Love” e “Memory”, alla “blue version” di “Summertime”.

Se in un’incisione di “Decimo Cerchio” per L’Inferno dantesco con I Sincopatici (a Stradella) avevo ottenuto una quadruplofonia, rischiando di collassare (ho emesso un suono sostenuto diaframmaticamente, modulato in diplofonia con il vocal fry, assegnato a risuonatori gravi e inspirando nel giro di secondi, in sovrapposizione a me stesso, ho ottenuto uno screaming e un suono di fischio iperacuti… mai più! Quattro scissioni udibili da un suono fondamentale), qui c’è solo un F#9 – altro record mondiale mi pare – alla fine di una mestissima “Alexanderplatz”, sono cose che elaboro dopo, lì per lì nascono come in stato confusionale.

Più in là nell’intervista, troverai il link a un lied di Eisler/Brecht che amo molto e che mi offre l’idea di un canto sospeso (la citazione di Nono, non è casuale) appresso alla sezione strumentale, per questo amo molto il brano “Lorca” di Tim Buckley, il suo “Starsailor”, alcune astrazioni di John Cale affidate a Nico, il tardo Scott Walker.

E’ bellissimo sentire il canto che si muove su sabbie che ti fanno sprofondare mentre cerchi di librarti. Offre familiarità ma al tempo stesso l’idea che “qualcosa non stia andando nel verso giusto” e del resto nelle “Folk Songs” di Berio, il canto è assolutamente tonale, non lo sono gli arrangiamenti, così per “E S’i Fussi Pisci” dello stesso compositore.

Cantata che si ricollega a tradizioni etnomusicologiche più che “avanguardiste”, il breve lied per voci sole, ha un che di arcaico legato agli antichi canti ecclesiastici ma fa ricorso anche all’onomatopea iniziale e conclusiva.

LINK: https://www.youtube.com/watch?v=b1yKx3eNVlA&list=RDb1yKx3eNVlA&start_radio=1

Bruitismo. Si… questo è un lavoro di grazia, a tratti, ma anche “devastazione”. Non lo nego, sono ancora insoddisfatto di me come individuo, avrei voluto evolvere meglio.

Ho inciso due brani per te, rispetto a “Silent Lights Bejewel the Night”, mi sto ancora torturando per il falsetto nella sezione conclusiva, andava gestito assai diversamente, la rende leziosa e ti chiedo scusa.

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