Giuseppe Verticchio

Forse l’opera più intima, “dura”, oscura, tormentata che Nimh abbia mai concepito e sviluppato, in oltre 30 anni di attività musicale.
Lo specchio di quasi dieci anni di declino inarrestabile, di oblio della ragione, di negazione dell’ovvio e della realtà, di abbandono di ogni forma di lucidità e razionalità, di un’incomprensibile vocazione condivisa al martirio e all’autodistruzione.
Un tunnel apparentemente senza uscita, il percorso di una storia di quotidiana progressiva decadenza, raccontata in musica e descritta senza filtri né condizionamenti, con rabbia e incredulità, stanchezza e disperazione, disillusione e desiderio di ribellione…
Un’opera mastodontica, scomoda, tanto personale quanto “corale”, per tutti coloro che si rifiutano di “perdersi” nel vortice, ma che a stento riescono a resistere e a guardare al giorno dopo con un po’ di speranza e un ottimismo non illusorio.
Un compendio di nove anni di idee, visioni, suggerimenti, pensieri e scritti musicali “apocrifi”, raccolti e resi disponibili per la prima volta su CD da Fluttering Dragon.
(Label Press)
https://nimh-music.bandcamp.com/album/nine-years-of-decadence
https://nimh-music.bandcamp.com/
Alcune interviste precedenti:
http://www.kultunderground.org/art/18417
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Intervista
Davide
Ciao Giuseppe. L’ultima intervista è di un anno fa e fu a proposito di “Unveiled Lights” con Onasander. “Nine Years of Decadence” contiene 14 composizioni realizzate e registrate tra il 2017 e il 2024, un lungo arco temporale durante il quale sono usciti molti altri tuoi lavori. Si tratta dunque di outtakes e inediti vari o di un progetto parallelo che ha richiesto più tempo per essere seguito e sviluppato o cos’altro?
Giuseppe
Un po’ entrambe le cose. Diciamo che “di fatto” si tratta di una raccolta di brani registrati e usciti nel corso degli ultimi nove anni per diverse compilation.
Però, almeno negli ultimi cinque anni, quando realizzavo i brani per queste compilation avevo già in mente l’idea di questo album, per cui, seppure in un arco di tempo molto dilatato, la maggior parte di questi brani sono stati concepiti con un filo conduttore comune e un’idea già abbastanza chiara e ben definita in mente.
Ovviamente poi c’è stata una adeguata selezione delle tracce da includere, una ben ponderata scelta della sequenza delle stesse tracce, e un accurato lavoro di mastering per poter rendere il tutto più omogeneo e fluido nell’ascolto.
Davide
Inevitabilmente il titolo dell’album, volenti o nolenti, fa pensare a un tema dominante. A quali nuovi anni di decadenza e inarrestabile declino ti riferisci, magari anche musicale?
Giuseppe
Il riferimento specifico ai nove anni in realtà è semplicemente un riferimento al periodo durante il quale ho registrato i brani inclusi nel CD (2017/2024).
A questi nove anni però ha effettivamente coinciso anche un periodo di particolare decadenza e degrado “generale”, riferendomi in senso molto lato a tutto quello che abbiamo intorno a noi.
Parlo più che altro di degrado della politica, degrado sociale, degrado morale, etico, istituzionale, degrado “fisico” e strutturale di tutto ciò che abbiamo intorno, e che possiamo osservare anche solo “avventurandoci” quotidianamente in strada.
Di qui l’idea di unire sotto questo titolo il riferimento all’arco temporale legato al periodo di registrazione dei brani inclusi nell’album, a quello molto più “generico” legato a tutto ciò che chiunque di noi, ha potuto “vivere” e osservare in questi stessi ultimi nove anni.
Davide
Alcuni titoli dei brani suggeriscono una critica sociopolitica che di solito non ravviso nei titoli delle tue produzioni, come “Tolerance is Subservience” (La tolleranza è servilismo), “NTE – Not this Europe” (Non questa Europa), “Succumbing to the New Conquistadores” (Soccombendo ai nuovi conquistatori), “Exclusive, not inclusive” (Esclusivo, non inclusivo)… La musica serve alle cause sociali agendo come un potente strumento di unione, comunicazione e protesta, capace di sensibilizzare l’opinione pubblica, promuovere l’inclusione e favorire la coesione sociale. In che modo vorresti che a ciò servisse anche la tua musica?
Giuseppe
Verissimo. Questo album, pur in forma strettamente musicale, è infatti fortemente orientato ad affrontare (non proprio “servire”, che non sarebbe il termine esatto) diverse cause/tematiche sociali, in un periodo storico in cui non è più possibile rimanere completamente “inerti” e silenti di fronte alla profonda e apparentemente inarrestabile decadenza cui lo stesso titolo del CD fa chiara menzione.
Viviamo purtroppo in una situazione di politiche (interne ma anche europee, per allargare il discorso) devastanti, sperperi assurdi di denaro pubblico, vincoli insensati, politiche internazionali ancora più folli…
Si assiste ogni giorno al disinteresse e alla cancellazione progressiva “di fatto” di principi basilari e dei diritti primari dei cittadini. Parlo di diritto alla legalità, sicurezza, ordine, diritto alla proprietà, alla difesa e all’incolumità, garanzia di giustizia per le persone oneste, e garanzia di persecuzione e pene certe e severe per i criminali e per chi comunque vive quotidianamente nell’illegalità, nel disprezzo assoluto della legge, del rispetto delle persone, delle proprietà, del territorio che abita, delle più elementari regole della comune, civile convivenza.
Assistiamo quotidianamente alla distruzione e cancellazione sistematica di tutto ciò che è cultura locale, tradizione, costume, usanza, abitudini radicate e consolidate…
Ampia parte di ciò è la diretta conseguenza di una immigrazione clandestina selvaggia, purtroppo intenzionalmente incontrollata, operata in favore del perverso disegno di una globalizzazione etnica che andrebbe invece fortemente avversata, che ha reso difficile, talvolta impossibile, la vita comune e la sopravvivenza quotidiana non solo ai “nativi”, che combattono ogni giorno la loro personalissima “guerra” nelle strade, nelle piazze, nei posti di lavoro, negli ospedali, ma anche per quella ampia parte di immigrati regolari, rispettosi e di buona volontà, che cercano di vivere onestamente, e che talvolta, nella situazione di degrado assoluto, mancanza di controllo, disperazione ed esasperazione che si è venuta a creare, rischiano di diventare oggetto e vittime di ingiuste discriminazioni.
La mia musica, pur in modo piuttosto “subliminale”, non facendo ricorso a testi cantati espliciti, ma solo a sintetici titoli dei brani e “suggestioni sonore” d’atmosfera, sicuramente intende anche sensibilizzare chiunque ascolti rispetto ad alcune delle gravi questioni sopra menzionate.
Per quanto riguarda il discorso sulla “inclusione”…
Onestamente l’utilizzo dilagante, abusato, incondizionato e spesso decontestualizzato del termine “Inclusivo” mi ha sempre dato parecchio fastidio.
Non mi riferisco a te ovviamente; ti conosco da tanti anni e so che “pensi” molto prima di scrivere, ma credo che di norma, prima di utilizzare questo termine, ci si dovrebbe chiedere, e chiarire a monte, “chi” dovrebbe includere “chi”, ( o “che cosa”), “dove”, e “perché”.
“Inserire” con leggerezza ed eccessiva “disinvoltura” questo termine in qualsiasi frase/contesto, come spesso avviene ora, come fosse uno “slogan” da ripetere per abitudine, moda, o per spicciola “convenienza”, mi è sempre parsa una forzatura gratuita, oltre che un tentativo di apparire falsamente “buoni”, “positivi” e “accondiscendenti”, in totale assenza di considerazione della realtà “reale” dei fatti, di quello che ci circonda, e soprattutto non sapendo neanche su cosa si sta argomentando e cosa si intenderebbe dire di realmente “concreto”.
Far passare il concetto che “includere” sia qualcosa di aprioristicamente “positivo” è un messaggio fondamentalmente sbagliato e deviante.
Nella vita reale non “includeremmo” mai dell’acqua in una botte di vino Amarone, né una amanita falloide nel nostro risotto con i funghi…
E questo tipo di sensata, logica necessità discriminatoria, derivante dal più semplice e banale “buon senso”, deve essere considerata, accettata e funzionalmente applicata senza alcun tipo di preclusione anche a tematiche e situazioni più “serie” di carattere politico, sociale, etico e morale.
Peraltro la mia generazione, che poi è anche la tua, è nata e cresciuta con una grande considerazione del concetto di “esclusività”, che è sempre stato considerato un valore, una nota positiva, un obiettivo da raggiungere, quasi un privilegio, per distinguersi dall’ordinario, dalla sciattezza del “comune”, dall’insignificanza di tutto ciò che è anonimo, “di massa”, e “livellato” verso il basso.
Anche per questo ho voluto titolare un brano, in modo intenzionalmente un po’ “provocatorio”, “Exclusive, Not Inclusive”.
Sono assolutamente concorde (e non credo onestamente che si possa pensarla in modo diverso) sulla assoluta necessità di favorire la coesione sociale.
E questo penso che sia uno dei primi obiettivi, anche politici, che dovremmo assolutamente perseguire, con ogni mezzo, anche quelli un po’ “scomodi”, drastici e “risoluti”.
Per favorire la coesione sociale infatti bisognerebbe come prima cosa cercare di debellare e sradicare, senza troppi scrupoli ed esitazioni, tutto ciò che evidentemente, di fatto, la mina e la destabilizza.
Ci vogliono serie politiche mirate a ridurre cause e occasioni di mancata “coesione sociale”.
E tra le prime cause c’è il già menzionato problema della globalizzazione etnica in corso, che negli ultimi decenni ha introdotto nuove e irrisolvibili questioni e attriti, dovuti ovviamente alla profonda differenza identitaria tra individui appartenenti a universi culturali completamente estranei tra loro e di fatto incompatibili, che si trovano a condividere lo stesso territorio, avendo visione spesso radicalmente opposta anche su quali siano da considerare “valori” fondamentali e quali “disvalori”.
Davide
Anche “This Land is My Land (Song for Natives)” sembra riferirsi a tutti i nativi colonizzati, ma in particolare a me ha fatto pensare agli USA di Trump (o forse di sempre) e a quel suo proposito assurdo sintetizzato nello slogan “L’America agli americani”… E allora chi è più americano dei nativi o degli indios, a cui l’America è stata brutalmente tolta? Cosa volevi esprimere attraverso questa dedica e questo brano?
Giuseppe
Premettendo che i titoli dei brani sono intenzionalmente soltanto uno “spunto” che chiunque può interpretare e “fare suo” a seconda della propria personalissima esperienza di vita e sensibilità, posso dire che nel caso specifico il mio pensiero era chiaramente riferito ai nativi “di casa nostra” per così dire, quindi italiani, ed europei per naturale “estensione” geografica e culturale.
Lasciando da parte Trump, che, fermo restando tutto quanto si voglia criticare del suo operato, è un americano a tutti gli effetti (o comunque lo è almeno quanto sono italiani la nostra pallavolista Egonu e il cantante Mamhood) e non può essere certo considerato direttamente responsabile di ciò che hanno fatto i connazionali dei suoi trisavoli ai loro tempi (a meno che non si vogliano “abbracciare” teorie irrazionali e un po’ “bigotte”, come quella cattolica del Peccato Originale), quello che volevo esprimere trae origine anche dal pensiero delle sorti dei nativi americani, o degli aborigeni australiani, o degli indios vittime degli antichi “Conquistadores”, tanto per citare un altro brano presente nel CD.
Purtroppo sembra che la gente abbia memoria corta, e non impari dall’esperienza e dalla storia.
Il contesto, le dinamiche, le ragioni e i mezzi sono sicuramente diversi, ma ciò di cui è vittima negli ultimi decenni la popolazione europea ha molto in comune con gli episodi della storia sopra citati, e ciò a cui sta andando progressivamente incontro è, di fatto, un destino tristemente simile.
“This Land Is My Land” è un brano dedicato a tutti i “nativi” di territori che, come ci insegna la storia più o meno recente, sono state vittime di ogni forma di invasione, occupazione, violenza, sopruso e oppressione. La storia degli aborigeni australiani, dei nativi americani, degli indios, purtroppo è già stata indelebilmente scritta.
Per il popolo europeo, forse, c’è ancora qualche possibilità di ribellione e di riscatto.
Davide
In questo tuo ultimo disco la chitarra elettrica è più centrale e protagonista rispetto ad altri tuoi ultimi lavori, specialmente negli arpeggi, nelle armonie e nelle melodie e non soltanto nella elaborazione elettronica dei suoni atmosferici, droni e texture stratificate? Così mi è parso…
Giuseppe
Sicuramente in questi brani la chitarra è più presente rispetto a tanti altri miei album, anche se in realtà non è esattamente così perché, tanto per dire, anche i miei tre CD pubblicati come “Twist of Fate”, seppure molto diversi, sono quasi interamente “guidati” dal suono delle chitarre.
Non c’è una ragione particolare, né si tratta di un obiettivo intenzionalmente ricercato, né “meditato”.
Ipotizzo (anche io) che probabilmente questo sia dovuto al fatto che i brani, nati originariamente per delle compilation, e quindi concepiti per durate piuttosto brevi, e per risultare comunque “d’impatto” e ben “caratterizzati” sulla breve durata, siano per lo più nati da brevi improvvisazioni alla chitarra (lo strumento con cui ho maggiore confidenza e dimestichezza) successivamente “rielaborate” e arricchite in forma di brano completo e più strutturato. Ragioni quindi più “strategiche” e pratiche che non “concettuali”.
Davide
La quattordicesima e ultima composizione “I’m So Tired (The Last Song)” ha una ritmica di batteria come raramente ho sentito nei tuoi brani. Perché questo titolo e cosa racchiude? La stanchezza è troppa o c’è ancora spazio per il desiderio di ribellione, o quanto meno di resistenza, come suggerirebbe questo arrangiamento più “rock”?
Giuseppe
Parallelamente a musica sperimentale, elettronica e “di ricerca”, in realtà ascolto abitualmente molta musica in ambito Rock e Pop, inteso in senso molto lato.
Nel mio lettore “girano” probabilmente più spesso CD dei Killers, Ultravox, Bryan Ferry, Coldplay, The Smiths. The Cure, OMD, Psychedelic Furs, Stranglers, Echo and the Bunnymen, Jesus and the Mary Chain, e ultimamente dei (fantastici) Brigitte Calls me Baby (tanto per fare un po’ di nomi sparsi) che non di Brian Eno, o Lustmord, o Mauthausen Orchestra, o Thomas Köner, tanto per fare qualche altro nome.
Questo brano è evidentemente un “omaggio”, comunque solo strumentale, alla mia molto “nascosta” vena Pop-Rock.
Il brano è nato in una situazione molto particolare, e un po’ casualmente. Ero in un periodo davvero molto “oscuro” e critico, ed ero davvero molto stanco e scoraggiato, per problemi di salute che mi stavano “segnando” molto pesantemente. E per un po’ di tempo ho davvero pensato che potesse essere la mia “ultima canzone”.
In quei giorni si era rotto il pedale della mia “storica” pedaliera per chitarra Boss ME-50, ed ero appena riuscito a recuperarne una identica da mio cugino (qualcuno ricorda Nefelheim?) che non la utilizzava più. Stavo semplicemente collegandola alla mia catena, e provandola un po’, giacché ovviamente i suoni memorizzati nei banchi di memoria non erano più i miei, e improvvisando un po’ durante queste prove mi sono venuti un paio di riff interessanti che ho prontamente registrato.
Si trattava di cose molto diverse dal mio “solito”, però mi stavo divertendo, mi sono fatto prendere… e nel giro di due/tre ore, anche grazie ad un drum set e a qualche altro suono del mio synth Korg X5 e all’altra mia pedaliera, la Mooer Ocean Machine, avevo praticamente messo a punto questo brano.
Di lì a poco avrei dovuto mandare un brano alla label francese Taâlem per una compilation, e provai a “destinarglielo” e inviarglielo. Si trattava però di un brano completamente “fuori contesto”, e quindi alcuni giorni dopo ne misi a punto un altro, molto più “attinente” come genere e sonorità, e inviai a Taâlem anche quest’ultimo, lasciando a Jean-Marc la facoltà di scegliere quale usare. Ovviamente optò per quello più adatto alla situazione, e “I’m So Tired” ne restò fuori.
Per questo è l’unico brano inedito che ho incluso in “Nine Years of Decadence”.
Mi piaceva molto, seppure era molto diverso da tutto il resto, ma ho scelto comunque di inserirlo, ovviamente collocandolo nella tracklist in una posizione molto “strategica”, e cioè in chiusura del CD, quasi fosse una “Extra Track”, per non “disturbare” e interrompere il flusso sonoro, molto più coerente e omogeneo, di tutto il resto del contenuto.
Davide
In copertina c’è la fotografia di Francesco Ponzano di un vecchio cancello di ferro arrugginito, avvolto da vegetazione incolta e tutto suscita un senso di abbandono e decadenza, mentre la monocromia fredda, con tonalità blu notte e ciano metallico che evocano il passaggio del tempo, l’abbandono, la rovina. La simbologia del cancello è ricca e polivalente: è un potente archetipo che separa, protegge e unisce mondi diversi, ma se abbandonato il cancello simboleggia allora un passaggio interrotto, una transizione bloccata. Questo album, al di là di come vanno le cose nella storia del mondo, è un punto di svolta o di transizione o un’importante sintesi nel tuo percorso?
Giuseppe
Colgo l’occasione, prima di tutto, per ringraziare l’amico Francesco Ponzano, autore non solo dell’immagine del front cover, ma di tutte le splendide foto utilizzate per le grafiche, e di altre ancora che ho utilizzato per i due trailer video di anteprima del CD, presenti sul mio canale You Tube. Sono state davvero fondamentali per la realizzazione del packaging, e per valorizzare sia il mio lavoro, sia quello (già super professionale) di Przemek di Fluttering Dragon, e colgo qui l’occasione per ringraziare anche lui.
Non credo di poter dire che questo album sarà un “punto di svolta”, ma sicuramente è un importante punto di arrivo, e un’importante sintesi del mio percorso, non solo musicale, ma anche del mio relativamente recente e personalissimo “percorso di vita”.
È un CD a cui tengo molto, proprio perché è l’unico dei miei lavori “pensato” e portato avanti per così tanti anni prima di essere completato e pubblicato, e per questo racchiude in sé molto di quanto ho sentito, vissuto, provato, pensato, “elaborato”, nel corso di questo ultimo quasi-decennio di vita.
Davide
Cosa seguirà?
Giuseppe
Salvo imprevisti prima dell’estate dovrebbe uscire un mio nuovo CD collaborativo, già completato e con grafiche definitive già pronte, per un’etichetta siberiana con cui non ho mai lavorato fino ad oggi.
C’è poi l’idea di ripubblicare quattro miei vecchi lavori (periodo 1998/2001) usciti in origine solo su CD-R in poche copie (un paio di essi in particolare furono autoprodotti in tiratura veramente limitatissima) per cui ho già completato un complesso e delicato lavoro di re-mastering.
Mi piacerebbe l’idea di un “box”, ma si tratta di materiale molto particolare, e considerando anche i costi piuttosto elevati per una realizzazione di questo tipo, non so se riuscirò a raggiungere l’obiettivo. Per ora c’è questa idea, e il materiale è già “pronto”. Vedremo un po’ se le circostanze future mi consentiranno di portare a termine anche questo progetto.
Voglio concludere ringraziandoti per il tuo consueto interesse, e per il tempo che stai continuando a dedicare a me e alla mia musica.
Davide
Grazie e à suivre…