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La risposta del tardomodernismo alla critica della teoria delle filter bubbles

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Riuscire a ricostruire e riorganizzare teoreticamente la nozione di comunità, caduta sotto la critica del Kant del XXI, Zygmunt Bauman («[…] This building technique can only spawn ‘communities’ as fragile and short-lived as scattered and wandering emotions, shifting erratically from one target to another and drifting in the forever inconclusive search for a secure haven […]» [Liquid Modernity, 2000, 40], dove Bauman sostituisce al tentativo del communitarianism anglosassone, macintyreiano e tayloriano, di community building l’evidenza sociologica della realizzabilità di mere «peg» communities («[…] Community’ conveys the image of a warm and comfortable place, like a fireplace at which we warm our hands on a frosty day. […] ‘Community’ stands for the kind of world which we long to inhabit but which is not, regrettably, available to us […]» [Community: Seeking Safety in an Insecure World, 2001,10]), è obiettivo fondamentale del tardomodernismo letterario. Bauman, rifiutata la metafisica marxista e marxiana, si serve, nella sua argomentazione, di concetti introdotti da autori del XIX, come il dimenticato Ferdinand Tönnies di Gemeinschaft und Gesellschaft [1887] (Bauman introduce un ribaltamento teoretico tra Gemeinschaft e Gesellschaft) o il Georg Simmel di Die Großstädte und das Geistesleben [1903] (Bauman recupera l’idea di anomia, comune a Émile Durkheim), e di autori del XX, come il Norbert Elias di Über den Prozess der Zivilisation [1939] (Bauman intuisce, sullo sfondo del volume II del tedesco, l’anticipazione della nozione di flexibility sennettiana), l’intera meta-narrazione del marxismo eretico della Scuola di Francoforte e, con un dialogo serrato, l’Anthony Giddens di The Constitution of Society. Outline of the Theory of Structuration [1984]. Per Bauman diventa centrale l’influenza dell’Individualisierung e della Risikogesellschaft di Ulrich Beck e, in anni recenti, del suo concetto di «subpolitics» di The Reinvention of Politics: Rethinking Modernity in the Global Social Order del 1997. Successivamente a Bauman, l’argomento è stato estesamente trattato da Paul James, nei suoi studi sui global flows in Globalization in Question [2010] e in Globalization Matters [2019], da Saskia Sassen, compagna di Sennett, in The Global City [1991] (scomparsa della comunità localizzata e della comunità di solidarietà), da Chantal Mouffe in The Democratic Paradox [1985] (critica alla comunità liberista dell’armonia e del consenso), da Byung-Chul Han in Die Müdigkeitsgesellschaft [2010] (ammissione del declino del «noi»), da Marc Augé e David Grazian (con i concetti di architettura antropologica di «spazio transitorio» e «comunità temporanea»), dai fondamentali studi di Manuel Castells iniziati con The rise of network society [1996] (sostituzione della nozione tradizionale di comunità, con la rete della network society), e, finendo, con l’articolo di Schindler/Fuller Community as a Vague Operator: Epistemological Questions for a Critical Heuristics of Community Detection Algorithms [2022] (i due studiosi, sulla scia dell’edge betweenness, del metodo Louvain e dell’algoritmo Leiden, definiscono il concetto di comunità come un «operatore vago»/vague operator, ispirato alla nozione di boundary object di Susan Leigh Star, e, finalmente, identificano la comunità come mere «echo chambers»).

Il sociological experiment della richiesta di recensione della mia silloge Kolektivne NSEAE, come analisi/valutazione dell’interazione sociale tra accademici/addetti ai lavori artistici e artisti, ha raggiunto un campione di 6.000 domande di solidarietà artistica (comunità dell’arte o filter bubbles estetiche?), con circa 500 tra recensioni, commenti, opinioni delle assemblee dell’arte sulla mia silloge: 497 valutazioni favorevoli e entusiastiche, 3 stroncature di destinatari inadatti al mio messaggio sull’ego-patia dell’artista come causa del disinteresse del lettore che farneticano di Storia, Natura, Patria e Famiglia, con le maiuscole, e una critica (tra le molte) molto stimolante espressa dal Prof. Allegra, ordinario di storiografia filosofica a Perugia. Preso atto dell’incontestabile validità e interesse storiografici e teoretici della mia introduzione, Allegra sostiene: «[…] Resta però aperto, a mio avviso, un interrogativo: come è possibile uscire dal narcisismo e dall’individualismo estetico in un’epoca che, attraverso le bolle social e le dinamiche digitali, tende strutturalmente a riprodurli e amplificarli? Più in generale, in che misura è ancora praticabile un’arte realmente collettiva, anonima o assembleare in un contesto culturale fondato sulla visibilità del sé? Etica della visibilità alla quale, mi pare, nessuno sfugge (nessuno che voglia incidere minimamente, intendo; diverso il caso per chi si rifugia in vallata alpina o affini) […]». Possiamo ritornare alle «echo chambers» di Schindler/Fuller. La domanda di Allegra è significativa – come sono significativissimi molti dei suoi volumi sull’oggetto/soggetto (dimensione Taylor). Probabilmente la teoria della filter bubble introdotta da Pariser in The Filter Bubble: What the Internet Is Hiding from You [2011] («[…] Democracy requires citizens to see things from one another’s point of view, but instead we’re more and more enclosed in our own bubbles […]») deve subire la reinterpretazione di Bauman: la comunità, cade, nella fluidità dello «sciame»/swarm («[…] La forma di aggregazione propria di questo gioco sociale è lo sciame, i cui membri si raccolgono e si disperdono all’occasione, accomunati soltanto dal potere di seduzione di sempre diverse (e sempre deluse) promesse di benessere […]» [Homo consumens, 2007, 16] e «[…] Gli sciami non sono squadre, nello sciame non c’è scambio né cooperazione ma solo vicinanza fisica e direzione […]» [Homo consumens, 2007, 49]). La differenza tra bolla e sciame si denota: monadizzazione/aggregazione disorganizzata. C’è da dare una interpretazione solida pragmatica al concetto di «sciame»/swarm, a causa dell’influenza, molto nefasta verso il pragmatismo classico, della theory of complexity di Morin e Maturana.  Byung-Chul Han, in Im Schwarm. Ansichten des Digitalen del 2013, interpreta lo «sciame»/schwarm come gruppo narcisistico scoordinato («[…] Die Masse ist Macht, weil sie eine Ideologie teilt, das digitale Schwarm ist narzisstisch und nicht geeint. Es marschiert nicht […]»). Perché, invece, non interpretare lo «sciame»/schwarm come uno «stormo» (Bauman, in Liquid Modernity, Globalization: The Human Consequences e Liquid Life): un gruppo non narcisistico coordinato che, caduto nella liquidità, ha nesso (λέγειν, λόγος), non solido, debole, sulla scia delle conclusioni sperimentali zoologiche di Craig Reynolds in Boids [1987] e biologiche di James Surowiecki in The Wisdom of Crowds [2004]. Con un collegamento coordinato e organizzato – esistenza di un leader emergente e incremento dell’efficienza energetica – delle filter bubbles (Rorty e Putnam), nasce, in letteratura, l’idea di bund, kolektivne/kolektivno, assemblea resiliente come insieme di filter bubbles coordinate in «stormo» da un conducator emergente. La visibilità obbligata delle filter bubbles si trasformerebbe nella in-visibilità nomade dell’artista riunito in bund, kolektivne/kolektivno, assemblea dell’arte. Come sostenevo con l’ex critico militante Giorgio Linguaglossa una ipersignificazione e iper-trashizzazione del linguaggio ordinario sarebbe in grado di cagionare l’implosione delle bolle fatte di comfort, fitness e seduttività: il rischio è che – come sottolinea l’artista Malos Mannaja- sia in grado di fare/lasciare implodere le filter bubbles esclusivamente una élite  militantemente addestrata e organizzata. La maggioranza statistica dei casi, l’uomo-medio, maggioranza assoluta dell’umanità, rimarrebbe nelle sue filter bubbles. Linguaglossa, con la sua kitchen poetry e la nuova ontologia estetica, fondata su un anacronistico fattore -F, risponde: chissenefrega. Pozzoni, con i suoi riots e la nuova socio/etno/antropologia an-estetica risponde: sarà l’impegno maggiore dell’intelle(a)ttuale tardomodernista fare scoppiare bolle durante tutto il tardo moderno storico. Penso, riassumendo, che sia necessario spostare l’interpretazione del neo-consumismo da La Société du Spectacle (visibilità narcisistica) alla new sociology (in-visibilità nomade militante), cioè che significherebbe slittare dall’estetica modernista alla sociologia dell’arte e alla politologia dell’arte tardomoderniste (cambio di «paradigma» [Kuhn], con, successiva, demolizione del concetto stesso di «paradigma» [Lakatos]).

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