AROUND THE WORLD… MUSIC

Questo disco nasce dal desiderio di immortalare la nostra filosofia artistica e di trasmettere l’energia vitale dei nostri spettacoli. Ogni brano è una testimonianza dei nostri studi, delle nostre esperienze e del nostro modo di intendere la musica: un viaggio intorno al mondo attraverso strumenti, culture e ritmi. È una fusione di linguaggi sonori in cui tradizione e contemporaneità si incontrano e si contaminano.
I ritmi si intrecciano in modo trasversale, unendo tempi e atmosfere provenienti da luoghi lontani e da epoche diverse. Gli strumenti antichi dialogano con quelli moderni, a volte per contrasto, a volte per affinità, generando ritmi contemporanei nati dagli strumenti più antichi del mondo, quelli che hanno dato origine alla musica stesa.
La sperimentazione si spinge fino a toccare sonorità mistiche, liturgiche e quasi rituali, evocando il potere originario della musica come mezzo di connessione, meditazione e trasformazione.
Il progetto si articola in brani, vere e proprie tappe di un viaggio sonoro attraverso i cinque continenti, realizzato con l’utilizzo di oltre 80 strumenti provenienti da tutto il mondo e costruiti personalmente dal gruppo.
Ogni composizione rappresenta un incontro, una scoperta, un frammento di cultura che, unito agli altri, dà vita a un mosaico sonoro universale. Il risultato è un viaggio senza confini, dove la musica diventa linguaggio comune, ponte tra passato e futuro, tra l’uomo e la sua stessa origine.
Questo disco nasce come un viaggio di libertà e di sogno, sospinto dall’elemento dell’aria. L’aria è respiro, leggerezza, movimento, ma anche evasione. Questo elemento naturale consente di volare e il nostro intento in questo album è proprio quello di creare un volo virtuale, un viaggio ad occhi chiusi dove le sonorità, le melodie, le note sono la guida. Pertanto questo disco è dedicato all’elemento aria, il primo di una tetralogia dedicata agli elementi.
Al centro della tracklist si trova il brano “Hara”, parola che nella cultura giapponese significa proprio “centro”. Quest’ultimo rappresenta il cuore dell’opera e, allo stesso tempo l’anello di congiunzione con ciò che verrà: il secondo disco, dedicato all’acqua. In questo brano aria e acqua si incontrano e si fondono, anticipando un cammino che continuerà ad espandersi e trasformarsi disco dopo disco. Ognuno di essi sarà un anello, fino a creare una catena che unisce tutti i popoli e le culture, legate dal linguaggio più universale esistente: la musica.
Filibusta 2025
Ufficio stampa Carlo Cammarella

Intervista
Davide
Ciao. Come nasce il progetto Koradan, da quali precedenti percorsi musicali e creativi, da quali presupposti pianificati; e cosa significa la parola o il nome “Koradan”, cosa vi è racchiuso di programmatico o emblematico?
Koradan
Il progetto Koradan nasce come punto di convergenza di percorsi musicali e creativi differenti, maturati nel tempo e spesso ai margini dei generi tradizionali. È il risultato di un’esigenza: quella di dare forma a un linguaggio personale capace di tenere insieme sperimentazione, ricerca sonora e una dimensione fortemente immaginifica. Non nasce da un piano rigidamente definito, ma da una stratificazione di esperienze, ascolti e intuizioni che, a un certo punto, hanno trovato una loro coerenza.
Più che un progetto “programmato”, Koradan è emerso come uno spazio di libertà, un contenitore aperto in cui far confluire influenze diverse senza l’obbligo di aderire a un’estetica unica o a una forma prestabilita. La pianificazione, se così si può chiamare, riguarda soprattutto l’intenzione di esplorare: suoni, atmosfere, narrazioni e tensioni emotive.
Anche il nome è profondamente legato a questa idea di molteplicità. Koradan è una parola costruita, nata dalla fusione di Kora e danza: due elementi che indicano fin dall’origine le diverse strade del progetto. Kora rimanda a una dimensione musicale e strumentale, mentre danza suggerisce una vocazione performativa, legata allo spettacolo, al corpo e al movimento. Già nell’etimologia del nome è quindi racchiusa la natura plurale e aperta del progetto, pensato come un percorso che si muove su più livelli espressivi. Dietro questa fusione si celano poi molti altri significati e letture possibili, ma il nucleo originario e programmatico di Koradan nasce proprio da qui.
Davide
Avete in mente di realizzare un polittico di quattro dischi o quadrittico, uno per ogni elemento essenziale per la vita e l’equilibrio cosmico. Il primo capitolo è dunque l’aria. Talete di Mileto, indicò nell’acqua il principio di ogni cosa. Eraclito indicò il fuoco come elemento originario e per Euripide furono l’aria e la terra. Nella filosofia cosmogonica indiana, l’universo nasce invece dal suono primordiale (Prajapati). Del resto anche nel Genesi si parla del Verbo (“In principio era il Verbo…”), collegando forse il Verbo creatore di Dio a una risonanza fondamentale, un principio primordiale o un suono cosmico che sarebbe all’origine della creazione e della vita. Perchè avete dunque iniziato dall’aria questo vostro viaggio tra gli elementi? Ci sarà una sorta di voluta e significativa progressione?
Koradan
L’idea di un polittico – noi la definiamo tetralogia – nasce dal desiderio di confrontarsi con grandi archetipi che attraversano culture, filosofie e cosmologie differenti. Gli elementi non sono intesi come semplici categorie naturali, ma come principi simbolici, stati della materia e del pensiero, forze che modellano tanto il mondo quanto l’esperienza umana.
Abbiamo scelto di iniziare dall’aria perché, pur essendo spesso l’elemento meno visibile, è quello più intimamente legato al suono, al respiro e quindi alla vita. L’aria è il medium che rende possibile la vibrazione, la propagazione del suono, la voce: senza aria non esisterebbero musica, parola né ascolto. In questo senso ci è sembrato naturale partire da ciò che mette in relazione il corpo con lo spazio, l’invisibile con il percepibile.
C’è però anche una motivazione più metaforica e biografica. Siamo partiti dall’aria perché rappresenta l’inizio del viaggio che stiamo facendo con questo album: pur venendo da esperienze precedenti – spettacoli, progetti performativi, percorsi diversi – questo lavoro è un vero esordio dal punto di vista discografico. L’aria diventa così simbolo di partenza, di decollo, di quel volo immaginario che attraversa spazi e continenti, aprendo nuove direzioni.
In molte tradizioni il principio originario è l’acqua, il fuoco o la terra; in altre, come nella cosmogonia indiana o nel concetto del Verbo della Genesi, è il suono a essere all’origine di tutto. L’aria assume allora il ruolo di tramite indispensabile di quel suono primordiale, il luogo in cui la vibrazione prende forma e diventa esperienza. È un elemento di soglia, che collega il cosmico all’umano.
Davide
Tutto il suono una vibrazione meccanica che necessita dell’aria per propagarsi, sebbene anche l’acqua e i solidi, in diverso modo, possano propagare il suono. In che modo, dal punto di vista sia sonoro, sia musicale, avete esplorato questo elemento che, in contesti simbolici e spirituali, viene accostato solitamente all’intelletto, alle idee, allo spirito, ma anche a libertà e movimento? Come ne avete creata una rappresentazione musicale ideale, attraverso cioè quale idea o tema portante?
Koradan
Siamo partiti proprio dall’idea del suono come vibrazione, come movimento invisibile che ha bisogno di un mezzo per manifestarsi. L’aria, in questo senso, non è solo un elemento fisico, ma il mezzo che permette al suono di propagarsi. Anche se acqua e solidi possono trasmetterlo, l’aria resta il medium più immediato, quello che mette in relazione respiro, corpo e percezione sonora.
Dal punto di vista musicale, abbiamo esplorato l’aria attraverso qualità come leggerezza, sospensione e movimento. I suoni sono pensati come correnti, flussi e traiettorie che si trasformano nel tempo, piuttosto che come masse compatte: l’obiettivo era creare un senso di sollevamento, come se la musica stesse aiutando l’ascoltatore a decollare, a staccarsi dal peso delle cose e a compiere un volo immaginario.
Simbolicamente, l’aria è spesso associata all’intelletto, allo spirito e alle idee. Abbiamo voluto farne un mezzo, non uno spazio da abitare: un mezzo per alzarsi in volo, esplorare territori geografici e metaforici, e intraprendere anche un percorso di introspezione, un viaggio verso l’interno di sé. L’aria diventa così sia supporto che guida: permette alla musica di trasportare chi ascolta, di creare leggerezza e libertà, pur mantenendo profondità emotiva e spirituale.
In sintesi, la nostra rappresentazione musicale dell’aria nasce dall’idea di usarla come veicolo, per sollevare, aprire e trasportare, trasformando il suono in esperienza di movimento e introspezione.
Davide
Mi si perdoni il lungo elenco, ma è utile per dare l’idea… Nyckelharpa, duduk, talking drum, sheng, hang, sitar, ehru, tampura, cornamusa scozzese, tabla, banjo, khaen tailandese, kora, morin khuur, fujara, xiao, xun, handpan, salterio, taragot, kalimba, Dan bau, harmonium, kora, shrutybox, kabyz steel, gusla, launeddas, mandolino, tamburo udu, fisarmonica, mozeno, lira calabrese, santoor, dulcimer, flauto irlandese, balalaika, bandura, flauto dei nativi americani (siyotanka?), valiha, kaval moldavo, darbouka, ciftelia albanese, ektara, sagat, tar, sarangi, dan moi. berimbau, balafon, ghironda. daff, didgeridoo, tagelharp, bansuri sheker, campane tibetane. koto, ney, oud, tombak, kanun, simsimyya, ney, shamisen, taiko, shakuhachi, shinobue, bastone della pioggia…
Una moltitudine di strumenti musicali provenienti da ogni angolo del mondo, da oriente a occidente, dal nord a sud, e dai più disparati popoli e la loro storia. Ed è anche e prima di tutto una collezione davvero notevole, oltre che notevole è avere appreso il saperli suonare tutti! Come è nata dunque questa passione che vi ha portato a collezionare (e imparare a suonare) così tanti strumenti musicali etnici o perfino ad autocostruirne?
Koradan
La passione per gli strumenti musicali etnici nasce da una curiosità profonda per il suono nelle sue molteplici forme e per i linguaggi musicali di culture diverse dalla nostra. Non si tratta solo di collezionare oggetti: ogni strumento porta con sé una storia, un contesto culturale, un modo unico di pensare la musica e il ritmo. Ogni volta che ne incontriamo uno nuovo, ci troviamo davanti a un piccolo universo di possibilità, un mondo sonoro che richiede di essere esplorato, compreso e fatto vivere.
Da qui è nata l’esigenza non solo di possedere questi strumenti, ma anche di imparare a suonarli, perché suonarli significa entrare in contatto con le culture da cui provengono, capirne la logica interna, il respiro del suono e il modo in cui esso può raccontare emozioni, storie e tradizioni. Alcuni strumenti li abbiamo appresi da maestri, altri li abbiamo scoperti sperimentando, mentre altri ancora li abbiamo costruiti personalmente, perché spesso il desiderio di portare alla vita un suono specifico supera la disponibilità degli strumenti stessi.
Per noi, ogni strumento è un compagno di viaggio e, insieme agli altri, diventa un mezzo creativo: non solo uno strumento musicale, ma come i colori per un pittore, come una tassella per un mosaico. Ogni suono contribuisce a costruire un quadro sonoro totale, che è il nostro linguaggio collettivo, il nostro sound. Attraverso questi strumenti, possiamo esplorare, mescolare e intrecciare tradizioni diverse, creando un mondo musicale coerente e originale, che porta con sé la storia di ciascun oggetto e la nostra personale interpretazione.
La curiosità, la ricerca e la pratica costante ci hanno portato a esplorare strumenti provenienti da ogni angolo del mondo – dall’Asia all’Africa, dall’Europa alle Americhe – fino a riuscire a integrarli in un linguaggio sonoro comune che continua a evolvere. La vera gratificazione non è solo possederli, ma riuscire a farli dialogare tra loro, trasformando la moltitudine di suoni in un percorso coerente e in un racconto musicale che sia nostro, unico e condiviso.
Davide
Il messaggio di fondo nell’aver fatto suonare insieme strumenti di così tante provenienze è che la musica è l’unico linguaggio universale unisce i popoli, il ponte ideale che collega persone di culture diverse, unendo cuore e menti? Quanto per voi è importante in questo momento della nostra storia creare legami più profondi tra i popoli e rendere il mondo un luogo più unito e condiviso?
Koradan
Per noi, il messaggio di fondo nel far suonare insieme strumenti provenienti da culture così diverse è che la musica è davvero un linguaggio universale, capace di unire le persone al di là delle barriere culturali, linguistiche o geografiche. Ogni strumento porta con sé una storia, un mondo, una tradizione, e il fatto di farli dialogare insieme diventa un atto simbolico: un ponte che collega cuori e menti, mostrando che, pur nella diversità, è possibile creare armonia e comprensione.
Questo album in particolare lo abbiamo concepito come un messaggio di unione e pace, come uno stato unitario a livello planetario. Tutto l’album è costruito attorno a questo principio, che possiamo definire come il principio fondamentale del progetto: ogni traccia, ogni strumento, ogni scelta sonora è pensata per esprimere questa possibilità di coesione e condivisione.
All’interno dell’album c’è una traccia che esprime in modo emblematico questo concetto: si chiama “Gogadh ar Gogai” che tradotto significa “guerra alle guerre”. In questa traccia abbiamo voluto ribaltare simboli e ruoli storici: per esempio, la cornamusa, uno strumento tradizionalmente associato alla guerra, al combattimento, all’invocazione degli eserciti, viene qui usata con la stessa intensità ma con verso opposto, come voce contro la guerra. È un gesto simbolico, potente: prendere ciò che era strumento di conflitto e trasformarlo in strumento di pace e resistenza non violenta, mostrando concretamente che la musica può sovvertire significati e unire, invece di dividere.
In un momento storico come quello attuale, in cui le divisioni tra i popoli sembrano evidenti, sentiamo quanto sia importante costruire legami più profondi tra le culture, e l’album diventa così non solo un viaggio sonoro, ma anche un atto di speranza e un messaggio universale, un invito a ricordare che ciò che ci unisce è più potente di ciò che ci separa
Davide
Perché avete scelto di dedicarvi specificatamente al folk globale, soprattutto “extraoccidentale”, piuttosto che spaziare anche tra altri diversi generi musicali “occidentali”, più elettrici e – diciamo – moderni?
Koradan
La nostra scelta di dedicarci al folk globale, e in particolare agli strumenti e alle tradizioni extraoccidentali, non nasce semplicemente da un interesse verso ciò che è “altro” rispetto alla cultura occidentale. Piuttosto, è una ricerca delle origini della musica, dei luoghi e delle culture in cui il suono ha cominciato a diventare linguaggio, espressione e rituale. Spesso queste radici le ritroviamo nelle popolazioni africane, ma anche in molte tradizioni orientali, dove la musica è strettamente legata alla vita quotidiana, alla spiritualità e alla memoria collettiva.
Questo non significa che ci limitiamo a studiare solo culture extraoccidentali: anche gli strumenti e le tradizioni occidentali, soprattutto quelli antichi, fanno parte della nostra esplorazione. Nell’album, ad esempio, troviamo strumenti organici europei come le launeddas sarde o la lira calabrese, strumenti antichissimi che hanno contribuito alle origini del suono e della musica in Occidente.
La nostra visione è quindi globale, ma sempre con uno sguardo verso le origini: ci interessa comprendere come è nata la musica, come il suono si è evoluto nelle diverse culture e come possiamo intrecciare questi linguaggi in un discorso sonoro contemporaneo e coerente. Non si tratta di un limite geografico, ma di un principio guida: andare alla radice degli strumenti, alla radice della musica, per costruire un linguaggio collettivo e universale.
Davide
Il vostro è non solo un viaggio sonoro geografico, ma anche storico, iniziato almeno 2000 anni fa con il didgeridoo, sempre che sia lo strumento musicale più antico da voi usato. Le origini in Medio Oriente dello oud risalgono infatti a circa 5000 anni fa… Cos’è per voi la storia attraverso la musica?
Koradan
Per noi la musica non è solo suono o strumento: è memoria viva, un filo che collega presente e passato, culture e popoli. Quando suoniamo strumenti che hanno migliaia di anni di storia entriamo in contatto con l’esperienza umana che ci ha preceduto, con le pratiche, le credenze e le emozioni di chi li ha creati e usati prima di noi.
La storia attraverso la musica per noi significa sentire il tempo e le culture che hanno attraversato un suono, capire come un ritmo, una corda, una vibrazione siano stati strumenti di comunicazione, di celebrazione o di resistenza. È un viaggio che non è solo geografico, ma anche temporale: ci permette di percepire continuità e trasformazione, di vedere come il linguaggio sonoro si sia evoluto, pur mantenendo radici comuni.
In questo senso, la storia non è solo un dato da studiare, ma un’esperienza da vivere: ogni strumento, ogni tradizione sonora diventa ponte tra epoche e luoghi, e ci insegna che la musica è un patrimonio collettivo, che parla all’oggi così come parlava millenni fa, rendendo il nostro viaggio sonoro trasversale: contemporaneo e profondamente radicato nel tempo. La traccia che più rappresenta questo legame tra antico e moderno nell’album è il brano “Naamu Bawu” che nella traduzione dal fulfulde vuol dire danza dell’arco, quest’ultimo inteso anche come arco temporale: strumenti primordiali che generano un sound tipicamente moderno.
Davide
Nel comporre le musiche avete anche tenuto conto delle diverse modalità, delle differenti strutture armoniche e ritmiche, oltre che timbriche, ma anche estetiche e culturali ecc. presenti nelle musiche e nell’uso degli strumenti di così tanta variegata provenienza? E in che modo ne avete creato un melting-pot o un crossover più personale?
Koradan
Assolutamente sì. Nel comporre le musiche abbiamo cercato di rispettare e ascoltare attentamente le modalità, le strutture ritmiche, le armonie, i timbri e le estetiche di ciascuna tradizione e strumento. Ogni cultura musicale porta con sé non solo un suono, ma un modo unico di pensare la musica, scandire il tempo e creare tensioni emotive, e comprenderlo è stato fondamentale per lavorare in profondità.
Allo stesso tempo, il nostro obiettivo non era semplicemente riprodurre queste tradizioni, ma farle dialogare tra loro, creando un linguaggio personale che funzioni come un vero melting-pot sonoro. Il processo consiste nel trovare punti di contatto, accostare timbri e ritmi diversi, combinare modalità e scale senza perdere l’identità originale di ciascun elemento, ma mettendoli in relazione in modi nuovi e coerenti.
Ogni composizione diventa così una costruzione collettiva, un crossover in cui la diversità si trasforma in forza: strumenti e tradizioni si intrecciano, si rispondono e si sovrappongono, creando tessiture sonore che sono allo stesso tempo fedeli alle origini e nuove, appartenenti al nostro linguaggio.
Gran parte del nostro lavoro consiste nel ricercare l’equilibrio tra strumenti, timbri e culture così diverse. Probabilmente questo è l’aspetto più difficile e affascinante: trovare armonia, rispettare l’identità degli elementi e allo stesso tempo costruire un linguaggio coerente e personale. È un processo paziente, fatto di ascolto, sperimentazione e apertura, perché ogni scelta timbrica o ritmica può cambiare la tensione emotiva di un brano. Ed è proprio questa ricerca che rende la musica viva, multidimensionale e capace di parlare a chiunque, al di là dei confini culturali o geografici.
Davide
L’esclusione dell’elettronica, a parte quella necessaria per registrare, ha un significato? Che tipo di indagine state conducendo sull’essenza del suono puro e naturale e il suo rapporto con l’essere umano, l’esperienza sonora?
Koradan
Sì, l’esclusione dell’elettronica è una scelta consapevole e significativa. Per noi significa tornare all’essenza del suono, esplorare ciò che nasce direttamente dalla vibrazione dello strumento, dal respiro del corpo, dal contatto fisico con la materia. È un’indagine sul suono puro e naturale, sul modo in cui vibra, si propaga e entra in relazione con l’ascoltatore.
Attraverso questa scelta possiamo osservare con maggiore chiarezza come il suono e l’esperienza sonora influenzino l’essere umano: come un ritmo, un’onda armonica o un timbro possa evocare emozioni, stimolare l’immaginazione o trasformare lo spazio in cui ci troviamo. È un approccio quasi antropologico: studiamo il suono nella sua forma più diretta e concreta, cercando di capire come tocchi chi ascolta, sia a livello fisico che emotivo.
Non si tratta di un rifiuto della tecnologia, ma di una scelta estetica e filosofica: l’elettronica può essere uno strumento straordinario, ma in questo progetto volevamo concentrarci sull’organicità dei suoni, sulla loro materia viva e sulla capacità degli strumenti tradizionali di raccontare storie, culture e mondi senza mediazioni artificiali. In questo senso, la musica diventa un ponte diretto tra chi suona e chi ascolta, un’esperienza sensoriale autentica e immediata.
Davide
La musica non è solo intrattenimento, ma un fenomeno fondamentale per la comprensione e l’esperienza umana, intrecciata con il nostro cervello, le nostre emozioni, la nostra società e la nostra storia, fungendo da specchio e motore di cambiamento. Qual è per voi la funzione fondamentale della vostra musica, quella ottimale per voi stessi e più desiderabile verso gli altri? La musica è per voi una sorta di Akasha che permea e collega i quattro elementi (terra, acqua, fuoco, aria)?
Koradan
Per noi la musica non è semplicemente intrattenimento: è esperienza, conoscenza e comunicazione, un linguaggio che attraversa la mente, le emozioni, la storia e la società. La funzione fondamentale della nostra musica, quella ottimale per noi e più desiderabile verso gli altri, è creare connessione: tra strumenti, culture, persone e momenti diversi; tra tradizione e innovazione; tra ciò che è visibile e ciò che è invisibile, tra passato e presente.
Vogliamo che chi ascolta possa sentirsi parte di questo dialogo, sia emotivamente che intellettualmente, che possa percepire la musica come uno spazio di riflessione, scoperta e apertura, capace di evocare immagini, emozioni e mondi lontani, senza mediazioni artificiali. In questo senso, la musica diventa un ponte universale, un filo invisibile che unisce ciò che altrimenti sarebbe distante.
La metafora dell’Akasha è per noi particolarmente potente: la musica permea e collega tutto, come un tessuto sottile che attraversa i quattro elementi – terra, acqua, fuoco, aria – e li mette in relazione. Così come l’Akasha nella tradizione indica uno spazio o un principio che connette e conserva tutte le informazioni, la nostra musica cerca di essere un medium che traversa il tempo e lo spazio, unendo radici culturali diverse e trasformando l’esperienza sonora in qualcosa di condiviso e universale.
In sintesi, il nostro obiettivo non è solo far ascoltare musica, ma creare esperienze che parlino al cuore e alla mente, che facciano percepire il legame tra suono, persone e mondo, e che ricordino quanto la musica possa essere un agente di unione, comprensione e trasformazione.
Davide
In copertina avete scelto una vostra posa mentre guardate fuori da una finestra e siete seduti su due pancacce, elementi architettonici comuni nelle case rinascimentali, funzionali per riposarsi e osservare il mondo esterno. Queste, rispetto agli edifici medievali, integrarono comfort e bellezza estetica grazie alla nuova attenzione all’uomo e alla prospettiva, ma anche alla luce, a differenza delle strette finestre medievali difensive. Auspicate un Nuovo Rinascimento, magari proprio e nuovamente a cominciare dall’Italia?
Koradan
Ci fa piacere questa attenzione, ci fa estremamente piacere questa domanda, perché pone attenzione anche alle copertine. Abbiamo voluto concepire il disco in maniera totale, come si faceva un tempo, dove tutto il disco veniva considerato un’opera: le copertine, il contenuto, il percorso dei brani. Per noi questo progetto è stato pensato come un’opera totale, e la cura per ogni dettaglio, a partire dalla copertina, ne è una parte fondamentale.
Nella copertina siamo raffigurati seduti su quello che, architettonicamente, si chiamano sedili strombati, elementi tipici delle case rinascimentali che qui hanno un ruolo fondamentale. Non è una foto casuale: i sedili, insieme alla finestra, pongono l’attenzione sull’antico che guarda verso l’esterno, verso un mondo e nuovi orizzonti. Noi siamo rivolti verso questo orizzonte, pronti a compiere un passaggio interculturale e trasversale nel tempo, in cui il dialogo tra tradizioni, culture e linguaggi sonori diversi diventa possibile e coerente.
Questi elementi architettonici rappresentano anche un equilibrio tra funzione e bellezza, tra comfort e contemplazione, riflettendo una nuova attenzione all’uomo, alla luce e allo spazio, in contrapposizione agli edifici medievali più chiusi e difensivi. Non si tratta tanto di auspicare un ritorno letterale al Rinascimento, quanto di riscoprire quello spirito di attenzione all’uomo, alla cultura, alla bellezza e alla conoscenza, e portarlo nel presente. La nostra musica, come l’arte e l’architettura di quel periodo, cerca di creare spazi di apertura e dialogo, dove diverse culture e linguaggi possano incontrarsi.
In conclusione, più che parlare di un “Rinascimento”, ci piace pensare a una rinascita: una riappropriazione di ciò che nel tempo è andato perso o è stato sostituito da ciò che è superfluo. Una rinascita che riguardi ciò che è fondamentale nell’essere umano, nella cultura, nell’arte e nella musica: il bisogno di bellezza, ascolto, apertura e dialogo. La copertina e l’intero progetto vogliono essere proprio questo: un invito a guardare verso nuovi orizzonti, a riconnettersi con ciò che conta davvero, e a creare spazi di armonia e condivisione, in cui musica, tradizioni e culture possano incontrarsi in maniera viva, autentica e universale.
Davide
Cosa seguirà è già stato anticipato, un secondo capitolo sugli elementi, e dunque “l’acqua”… Qualche anticipazione su come tratterete questo nuovo capitolo… o sono ancora informazioni che è prematuro rivelare e… “acqua in bocca”?
Koradan
In realtà, qualcosa era già stato anticipato: il secondo elemento sarà appunto l’acqua e c’è già un gancio nel disco attuale. Il brano Hara è infatti l’unico completamente incentrato sull’acqua: al suo interno la pioggia, il temporale e i suoni acquatici non sono semplici effetti, ma diventano parte integrante della musica, quasi come uno strumento costante che accompagna e segna l’intero pezzo.
Questo brano ha quindi un ruolo particolare: non è solo al centro dell’album, ma funge anche da trait d’union con il capitolo successivo, anticipando e collegando il viaggio verso l’acqua. La quadrilogia degli elementi non è concepita come una serie di capitoli isolati, ma come un unico anello, una catena continua in cui tutti gli elementi si intrecciano e si completano a vicenda. Nessuno di essi è settoriale o separato: ogni elemento si riflette e dialoga con gli altri, creando una visione integrale e fluida del progetto.
Metaforicamente, questa catena circolare degli elementi simboleggia la nostra filosofia: un linguaggio universale che unisce i popoli. Non si tratta solo di un legame interno al disco o alla quadrilogia, ma di un principio più ampio: attraverso la musica si possono creare ponti interculturali, collegare persone e culture diverse, e mostrare come ciò che è diverso possa armonizzarsi in un discorso comune. Questa visione del tutto, dell’insieme, è al centro di tutto il nostro progetto e della musica che realizziamo.
Davide
Grazie e à suivre…