
Il nuovo album della cantante e compositrice sarà disponibile per Wow Records in copia fisica e in formato digitale da venerdì 9 gennaio 2026. I brani dell’album sono stati realizzati in solco contemporary jazz, impreziosito da un elogiabile spirito di ricerca, soprattutto sotto l’aspetto melodico, armonico, ritmico e delle sonorità, da cui emerge un clima di sospensione emotiva.
Consegnato alle stampe dall’etichetta indipendente Wow Records, disponibile in formato fisico e sulle piattaforme digitali a partire da venerdì 9 gennaio, “Echoes from Home” è la nuova fatica discografica della cantante e compositrice Clarissa Colucci, intraprendente musicista accompagnata in questo progetto da cinque talentuosi compagni di note: Matteo Serra (clarinetto), Canio Coscia (sax tenore), Lorenzo Mazzocchetti (pianoforte), Sergio Mariotti (contrabbasso) e Federico Negri (batteria).
Foto Valerio Daniele
La tracklist del CD consta di sei brani originali (testo e musica) frutto della fervida creatività compositiva dell’autrice dell’album, eccezion fatta per Send in the Clowns (Stephen Sondheim), concepiti nel segno di una profonda indagine introspettiva attraverso cui si vivono sensazioni e si manifestano stati d’animo contrastanti. Il tutto, in solco contemporary jazz, impreziosito da un elogiabile spirito di ricerca, soprattutto sotto l’aspetto melodico, armonico, ritmico e delle sonorità, da cui emerge un clima di sospensione emotiva.
Clarissa Colucci racconta così la genesi e descrive il mood di “Echoes from Home”: «Un viaggio che non segue mappe, ma strade interiori fatte di curve, attese e ritorni. Ogni brano è un frammento di questo cammino: momenti di approdo e pace, altri di lotta e smarrimento. È la storia di un andare e tornare, di una ricerca senza fine tra echi lontani e silenzi interiori».
Cantante jazz e compositrice ispirata, sempre animata da una naturale predisposizione per la sperimentazione, orientata verso una ricerca stilistica che la possa rendere riconoscibile e personale, Clarissa Colucci è un fulgido talento dal futuro luminoso. Oltre a una ricca formazione accademica, nel 2019 vince il Primo Premio nella “Sezione Cantanti” della XVI edizione del concorso nazionale Chicco Bettinardi per “Nuovi Talenti del Jazz Italiano”. Nell’arco della sua carriera, grazie alle sue notevoli qualità artistiche, stringe prestigiose collaborazioni al fianco di svariati musicisti blasonati in ambito nazionale e internazionale come Tyna Maria Casalini, Jamaaladeen Tacuma, Giuseppe Bassi, Francesco Angiuli, Nicola Cordisco, Davide Brillante, Massimo Greco, solo per menzionarne alcuni.
Ufficio stampa Stefano Dentice
Wow Records 2026
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foto Angelo Bardini
Intervista
Davide
Buongiorno Clarissa. “Echoes from home” è il tuo disco d’esordio. Intanto perché questo titolo. A quali echi da casa ti riferisci?
Clarissa
Buongiorno e grazie per la domanda. Il titolo Echoes from Home nasce dall’idea che “casa” non sia un luogo fisico, ma piuttosto uno spazio interiore, un percorso emotivo e personale. Gli “echi” a cui mi riferisco sono proprio i frammenti di esperienze, ricordi e emozioni che risuonano dentro di me, che fanno parte del mio vissuto e che ho cercato di trasformare in musica.
Ogni brano racconta una tappa di questo viaggio: momenti di smarrimento, di sospensione emotiva, ma anche di approdo e riconciliazione con sé stessi.
Davide
Cosa ti ha messo sul cammino della musica e come è nato in te il sogno e bisogno di comporne?
Clarissa
La mia strada nella musica è nata da una passione profonda: ho iniziato a studiare pianoforte classico a dodici anni, e parallelamente mi sono avvicinata al canto jazz. Fin da subito ho sentito che la musica non era solo uno strumento di espressione, ma anche un luogo di ricerca personale, in cui esplorare emozioni e narrazioni interiori. Il desiderio di comporre è cresciuto naturalmente nel tempo: ho sempre avuto curiosità per le possibilità timbriche della voce e il modo in cui si intreccia con gli strumenti, e volevo creare musica che fosse un dialogo vivo tra i suoni. Con gli anni, questo bisogno si è consolidato: scrivere è diventato per me un atto di autenticità, un modo per dare forma alle mie esperienze e alle sensazioni più intime, ma anche per costruire un linguaggio musicale personale, dove tradizione e sperimentazione convivono e si alimentano a vicenda.
Davide
Qual è il tema portante, sia musicale, sia testuale, di queste cinque tue composizioni (e una cover) e che tipo di viaggio, lineare o non lineare, propongono da “Fig Tree” a “Soli’cheat’ous”?
Clarissa
Il tema portante di Echoes from Home è il “ viaggio verso casa” inteso come percorso interiore, una ricerca emotiva e personale più che un luogo fisico. Musicalmente e testualmente, le composizioni raccontano un viaggio non lineare, fatto di frammenti, momenti di smarrimento e attimi di approdo, di sospensione e di energia. Da Fig Tree, che apre il disco con un ostinato ritmico e un tema vocale che evoca ricordi d’infanzia e luoghi familiari, fino a Soli’cheat’ous, ogni brano rappresenta una tappa di questo cammino: alcune composizioni hanno atmosfere liriche e contemplative, altre sono più ritmiche. Anche Send in the Clowns, si inserisce in questo viaggio: pur essendo un brano noto, lo interpreto attraverso un approccio teatrale e improvvisativo, inserendo momenti di libertà vocale che riflettono il confine sottile tra dramma e leggerezza, coerente con l’idea del viaggio interiore che attraversa tutto il disco.
Davide
L’album è stato preceduto dal singolo “Odysseus”. La scelta del singolo fa pensare al brano che si ritiene possa riassumere e rappresentare tutto l’album che seguirà. Perché dunque hai scelto “Odysseus”?
Clarissa
Ho scelto Odysseus come singolo perché, in modo molto naturale, racchiude il cuore emotivo e narrativo dell’intero album. Il brano racconta un naufragio interiore, uno smarrimento che è inevitabile nel percorso di ricerca della propria “casa”, ma anche il lento ritrovarsi, l’approdo, la ricomposizione di sé stessi. Musicalmente, Odysseus mette in luce molti aspetti centrali di Echoes from Home: l’interplay tra voce e strumenti, il gioco tra scrittura e improvvisazione, i cambi di ritmo e di tensione che scandiscono il viaggio emotivo. In questo senso, è un brano che credo funzioni come manifesto del progetto: introduce l’ascoltatore nel mondo del disco, anticipando le atmosfere, i contrasti e le sfumature che caratterizzano tutte le composizioni.
Davide
Ci presenti i musicisti che hanno collaborato al disco? Che tipo di intesa avete condiviso?
Clarissa
La formazione di Echoes from Home è composta da Matteo Serra al clarinetto, Canio Coscia al sax tenore, Lorenzo Mazzocchetti al pianoforte, Sergio Mariotti al contrabbasso, Federico Negri alla batteria, oltre naturalmente a me alla voce e alla composizione.
Il nostro incontro è avvenuto in momenti e luoghi diversi, spesso durante la nostra formazione accademica, e nel corso degli anni siamo cresciuti insieme artisticamente. Questo ha creato un legame profondo e una affinità musicale naturale, che rende l’intesa sul palco e in sala di registrazione immediata e spontanea. La scelta di questo organico è quindi ricaduta su di loro perché condividiamo idee musicali simili e una sensibilità comune verso la scrittura collettiva. Ognuno di loro ha saputo dare respiro e valore alle mie composizioni, interpretandole con libertà ma sempre nel rispetto del racconto emotivo che volevo trasmettere.
Davide
I propri gusti musicali si costruiscono attraverso un processo continuo di ascolto attivo e variegato che definisce le proprie preferenze emotive e culturali e tutto vi concorre, anche ciò che non ci è piaciuto e non ci piace, poiché aiuta a definire quello che viceversa ci piace. Tuttavia, quali musicisti e musiciste, compositori/compositrici, gruppi musicali o cantanti o dischi in particolare sono stati per te fondamentali nella tua crescita personale e nell’esplorazione e costruzione del tuo gusto musicale e creativo, del tuo attuale linguaggio finalmente espresso e racchiuso in “Echoes from Home”.
Clarissa
In ambito vocale, la mia formazione affonda le radici nella grande tradizione jazz. Artiste come Ella Fitzgerald, Sarah Vaughan e Carmen McRae sono state fondamentali, così come Chet Baker, che mi ha insegnato un modo intimo e vulnerabile di raccontare una storia attraverso la voce. Tra gli album che porto con me ci sono sicuramente Carmen Sings Monk di Carmen McRae, Easy Living di Ella Fitzgerald con Joe Pass e Chet Baker Sings, dischi che continuano a essere punti di riferimento emotivi e musicali.
Parallelamente, in ambito strumentale e compositivo, figure come Duke Ellington, Thad Jones e Gil Evans hanno avuto un’influenza enorme sul mio modo di pensare l’arrangiamento e il colore orchestrale. In particolare, Miles Ahead di Miles Davis, con le straordinarie orchestrazioni di Gil Evans, ha rappresentato per me una vera rivelazione per la capacità di coniugare scrittura, suono e visione narrativa.
Da qui il passaggio verso un linguaggio più contemporaneo è avvenuto in modo naturale. Ho amato profondamente Both Sides Now di Joni Mitchell, anche per gli splendidi arrangiamenti di Vince Mendoza, e successivamente Music for Large & Small Ensembles di Kenny Wheeler, con la voce di Norma Winstone, che mi ha aperto a un’idea di voce totalmente integrata nel tessuto compositivo. Non posso infine non citare Maria Schneider e l’album Evanescence, che rappresenta per me un esempio altissimo di scrittura, sensibilità timbrica e profondità emotiva.
Tutti questi ascolti, dalla tradizione al jazz contemporaneo, hanno sicuramente contribuito a costruire il mio linguaggio attuale.
Davide
Perché una giostra a seggiolini volanti, comunque l’attrazione di un luna park? Cosa volevi evocare, il tempo che passa e si ripete, la vita che procede o la voglia di un semplice divertimento, l’infanzia, il sogno… Cosa?
Clarissa
L’idea della copertina è nata da Francesco Pierotti, che ha curato la grafica del disco. Fin dal primo momento ho sposato totalmente la sua visione, perché ho sentito che quell’immagine riusciva a tradurre visivamente in modo molto preciso il mondo emotivo di Echoes from Home.
La giostra a seggiolini volanti nasce così come metafora di un contrasto: da una parte un paesaggio cupo, sospeso, quasi silenzioso, dall’altra un elemento che richiama il luna park, il movimento circolare, l’infanzia e il gioco. Mi interessava proprio questa frizione tra due dimensioni apparentemente lontane.
La giostra diventa un simbolo del tempo che passa e si ripete, di un movimento continuo che può essere letto sia come leggerezza sia come vertigine. È qualcosa che ruota e ritorna, proprio come il viaggio interiore raccontato dal disco: non lineare, fatto di smarrimenti, sospensioni e approdi.
Allo stesso tempo richiama l’infanzia e il sogno, ma non in modo puramente nostalgico o rassicurante. Inserita in un contesto più scuro, la giostra perde la funzione di semplice divertimento e assume un significato più ambiguo e introspettivo, riflettendo quella tensione tra luce e ombra, tra gioco e profondità emotiva, che attraversa tutto l’album.
Davide
C’è anche il circo con i suoi clowns (Send in clowns, di Stephen Sondheim). Da un lato il clown rappresenta la liberazione, il gioco, la rottura degli schemi, dall’altro incarna l’inquietudine, la follia, l’autodistruzione e il lato oscuro e, insomma, simboleggia la maschera che nasconde l’essere umano, la sua vulnerabilità e la ricerca del sé autentico. La musica è un modo di ricercare il proprio sé autentico?
Clarissa
Sì, credo profondamente che la musica sia uno dei modi più sinceri e necessari per ricercare il proprio sé autentico. Proprio come la figura del clown, anche la musica vive su un confine sottile: può essere gioco, libertà, leggerezza, ma allo stesso tempo espone fragilità, inquietudini e zone d’ombra che spesso nella vita quotidiana tendiamo a mascherare.
In Send in the Clowns questa ambivalenza mi ha sempre colpita: il clown non è solo intrattenimento, ma è anche specchio dell’essere umano, della sua vulnerabilità e delle sue contraddizioni. Inserire una sezione improvvisata all’interno di un brano così carico di significato è stato, per me, un modo per attraversare quel confine, per concedermi uno spazio di libertà in cui la musica potesse dire qualcosa di vero, non mediato, non controllato fino in fondo.
La musica diventa così un luogo in cui togliere la maschera, o almeno provare a farlo. Non offre risposte definitive, ma permette di stare dentro le domande, di abitare l’incertezza e di ascoltarsi davvero. In questo senso, più che un mezzo per rappresentare un’identità, la musica è un processo continuo di ricerca, un atto di sincerità che si rinnova ogni volta che si suona o si canta.
Davide
Tra l’altro, perché hai scelto di cantare un brano di Stephen Sondheim, uno degli autori più importanti nello sviluppo del genere del musical moderno? Come lo hai voluto reinterpretare dal tuo punto di vista e in che modo dialoga in continuità con le tue composizioni originali?
Clarissa
Ho scelto di cantare Send in the Clowns di Stephen Sondheim perché, pur essendo un brano dal musical A Little Night Music, porta con sé una profondità emotiva straordinaria, capace di parlare anche al di fuori del contesto teatrale. Sondheim è uno degli autori più importanti del musical moderno, e la sua capacità di raccontare fragilità, ironia e contraddizioni dell’essere umano è qualcosa che sentivo affine al percorso emotivo di Echoes from Home.
Dal mio punto di vista, la reinterpretazione non ha cercato di adattarsi al linguaggio del musical, ma di inserirsi nell’universo timbrico e narrativo del disco. Ho introdotto sezioni di libertà improvvisativa e dialoghi con gli strumenti, con l’obiettivo di rendere il brano parte integrante del linguaggio dell’album, dove la voce non è solista tradizionale ma elemento tessiturale e narrativo dell’ensemble. In questo senso, Send in the Clowns dialoga con le mie composizioni originali proprio perché affronta temi simili: vulnerabilità, introspezione, contrasti emotivi tra leggerezza e oscurità.
Davide
La tua musica è particolarmente calda e calma, avvolgente e vellutata e, ciò nondimeno… Il nome di “Odisseo”, forse non greco, è stato accostato al verbo “odùssomai” «sono irato», in quanto i suoi continui inganni provocano l’ira degli dei e degli uomini. C’è qualcosa che più di tutto ti fa arrabbiare in questo nostro momento storico?
Clarissa
Non sono d’accordo con questo mondo che corre sempre troppo veloce, che vive nella fretta e si preoccupa più delle apparenze e delle cose materiali, dimenticandosi spesso dell’essenza delle cose. È un atteggiamento che trovo molto frustrante, perché ci allontana dalla capacità di ascoltare davvero, di riflettere e di vivere il momento presente, valori che sono invece al centro del mio percorso musicale.
Da questo stesso sguardo più attento e critico verso le superficialità della vita, nasce anche la mia intolleranza verso le guerre, le violenze e le prevaricazioni tra i popoli. Trovo inaccettabile che gli esseri umani si facciano del male per controllo, potere o interesse, dimenticando la dimensione più autentica e umana della vita.
In questo senso, il viaggio interiore di Odysseus e dell’intero album diventa anche una forma di resistenza emotiva, un invito a rallentare, ascoltare e tornare all’essenza, per poter comprendere e valorizzare ciò che conta davvero, dentro e fuori di noi.
Davide
Quali sono invece le cose che ti rendono lieta di vivere in questo stesso nostro momento storico?
Clarissa
Sicuramente la possibilità di entrare in contatto con culture, musiche e sensibilità diverse con una facilità che in passato non esisteva: questo scambio continuo è una grande fonte di ispirazione e crescita, soprattutto per chi fa musica.
Mi rende felice anche vedere che, accanto alla frenesia e alla superficialità, esiste ancora una forte voglia di autenticità, di ascolto profondo e di condivisione sincera. In ambito artistico, e in particolare nel jazz, percepisco una comunità viva, curiosa e aperta, fatta di persone che cercano un linguaggio personale e che credono ancora nel valore dell’incontro umano, sul palco e fuori.
Infine, mi dà speranza il fatto che la musica continui a essere uno spazio di resistenza e di cura, capace di creare connessioni reali, di offrire rifugio.
Davide
Cosa seguirà?
Clarissa
Ho sicuramente tante idee e progetti che bollono in pentola, e spero di poterli vedere presto realizzati! Continuerò a lavorare in ambito compositivo, sperimentando nuove sonorità e possibilità timbriche. Tra le cose che mi entusiasmano di più c’è anche l’idea di mettere in piedi un progetto orchestrale, per giocare con colori e dinamiche più ampie, pur mantenendo il dialogo stretto e vivo con i musicisti. Insomma, il viaggio continua…
Davide
Grazie e à suivre…
Clarissa
Grazie mille a te Davide, è stato un piacere rispondere alle tue domande.