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Intervista con Emiliano D’Auria

13 min read

Uscito a novembre Meanwhile, il nuovo album di Emiliano D’Auria, pubblicato da Via Veneto Jazz su cd, vinile e digitale. Nove i concerti eseguiti, tra Italia, Germania, Lituania e Polonia.

Sul palco, Emiliano D’Auria ha guidato un quintetto internazionale composto da Philip Dizack alla tromba, Godwin Louis al sax alto, Jacopo Ferrazza al contrabbasso e Joe Dyson alla batteria. L’energia e il respiro del sound americano dei tre musicisti statunitensi si sono uniti alla sensibilità melodica di stampo più europeo di Ferrazza e D’Auria, in un linguaggio sonoro originale e contemporaneo, nato dall’incontro di stili, culture e visioni diverse.

Registrato a Monaco di Baviera nel novembre 2024 con una formazione in parte diversa (Dayna Stephens al sax tenore e Kush Abadey alla batteria) e impreziosito anche dalle note di copertina di Ted Panken, Meanwhile è il secondo capitolo di un progetto più ampio, il seguito del precedente The Baggage Room. Infatti, se nel precedente album Emiliano raccontava in musica le esperienze degli immigrati europei all’arrivo ad Ellis Island, questo nuovo lavoro si concentra su ciò che accade dopo: le storie di chi ha trovato una nuova strada, affrontando una nuova vita.

Anche in Meanwhile, Ellis Island è inteso come un non-luogo, simbolo di speranza e rinascita. La musica di Emiliano D’Auria non vuole rievocare tempi e narrazioni passate, ma proporre, piuttosto, una riflessione attuale sull’esperienza umana e sulle sfide sociali che definiscono il nostro tempo. Meanwhile è un crocevia di stili e identità, un ponte tra mondi diversi che dialogano tra loro.

Continua quindi l’esplorazione di Emiliano D’Auria (oggi residente a New York) alla ricerca di connessioni e visioni nuove, non solo musicali, un percorso che trova forza e significato nel dialogo con il suo quintetto. Una musica che nasce dall’incontro e dall’ascolto reciproco, da un’esperienza collettiva che trasforma ogni voce in parte di un unico racconto.

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FORMAZIONE TOUR

Philip Dizack, tromba

Godwin Louis, alto sax

Emiliano D’Auria, pianoforte

Jacopo Ferrazza, contrabbasso

Joe Dyson, batteria

FORMAZIONE ALBUM

Philip Dizack, tromba

Dayna Stephens, sax

Emiliano D’Auria, pianoforte

Jacopo Ferrazza, contrabbasso

Kush Abadey, batteria

TRACKLIST

1 Timeless threads 04:40

2 Chasing the flicker 06:43

3 Meanwhile 04:13

4 Entr’acte #1 00:45

5 Embracing the question 07:07

6 Distance 04:42

7 Entr’acte #2 00:56

8 Savoring life’s journey 04:41

9 Half dreaming 04:33

10 Entr’acte #3 01:22

11 Echoes of the past 03:35

Via Veneto Jazz 2025

Gaito Ufficio Stampa e Promozione

Guido Gaito info@gaito.it

Intervista

Davide

Buongiorno Emiliano. Cosa hai ripreso dal precedente volume 1 de “The Baggage Room” e cosa hai ulteriormente sviluppato da un punto di vista musicale, oltre che narrativo?

Emiliano

Buongiorno Davide, dal primo volume di The Baggage Room ho ripreso soprattutto l’idea di spazio di transito, un luogo simbolico in cui convivono memoria, identità e trasformazione. Narrativamente, se il primo volume era più legato all’idea del viaggio e del bagaglio emotivo che portiamo con noi, questo secondo capitolo si concentra su ciò che accade nel frattempo: l’attesa, il cambiamento silenzioso, le trasformazioni che non sono ancora visibili ma che stanno già avvenendo. Musicalmente resta centrale il dialogo tra scrittura e improvvisazione, così come l’attenzione al suono collettivo della band. In The Baggage Room vol. 2 – Meanwhile ho però sentito l’esigenza di andare oltre, lavorando su una narrazione più sospesa e stratificata. Il concetto di Meanwhile introduce un tempo intermedio, non risolto, che si riflette in strutture più aperte, in un uso più libero delle forme e in una maggiore attenzione alle dinamiche e alle texture timbriche anche se la ricerca del drive tipicamente americano caratterizza la maggior parte delle composizioni.

Davide

Si è da poco concluso il tour. Com’è andata? Quali sono stati i momenti migliori, cosa di nuovo e stimolante per il futuro hai messo nel bagaglio di ritorno. Ci saranno altre future date?

Emiliano

Il tour, da poco concluso, non poteva andare meglio! L’energia e le emozioni che abbiamo respirato sul palco sono state veramente uniche e siamo riusciti a creare con il pubblico una connessione molto forte, a volte trascendentale. Tutto ciò ci ha dato la certezza di continuare a proporre la nostra musica. Dopo l’ultimo concerto abbiamo deciso di riunirci in studio e registrare un nuovo album e di lavorare ad un nuovo tour per il prossimo novembre con la stessa formazione, considerando che la maggior parte dei concerti sono stati immediatamente confermati per il prossimo anno! Il nuovo disco verrà registrato al Bunker Studio di Brooklyn a fine maggio.

Davide

Due diverse formazioni, quello del disco (2024) e quella del tour (2025), ma in entrambe comunque presenti Jacopo Ferrazza al contrabbasso e Philip Dizack alla tromba. Quali differenze per te importanti ci sono state, a distanza di un anno e con due formazioni diverse, nel realizzare il disco e poi nel proporlo dal vivo?

Emiliano

Avere due formazioni diverse a distanza di un anno è stato, più che un limite, una grande opportunità. Jacopo Ferrazza e Philip Dizack rappresentano un asse centrale del progetto: il loro suono, il loro modo di ascoltare e reagire, hanno garantito una continuità profonda tra il disco e il tour, pur in contesti molto diversi. Il disco del 2024 è nato in un ambiente più controllato e riflessivo. In studio ho lavorato molto sull’equilibrio tra dettaglio compositivo e spazio improvvisativo, cercando una narrazione coerente e stratificata, dove ogni intervento avesse un peso preciso. Il tempo dello studio permette di ascoltare, correggere, limare, e questo ha influito su un approccio più introspettivo e concentrato sul suono. Il tour del 2025, invece, con l’inserimento di Godwin Louis al sax alto e Joe Dyson alla batteria, ha trasformato quel materiale in qualcosa di più mobile e aperto. Con questa formazione, i brani hanno iniziato a respirare in modo nuovo: alcune strutture si sono dilatate, altre sono diventate più dirette, anche grazie all’energia del pubblico e alla dimensione fisica del live. A distanza di un anno, la musica ha acquisito maggiore libertà e un senso di urgenza diverso. Per me è stato interessante osservare come lo stesso repertorio potesse cambiare identità mantenendo però la stessa anima. Il live non è stato una semplice riproposizione del disco, ma una sua naturale evoluzione, resa possibile proprio dall’incontro tra continuità e cambiamento.

Davide

Il comico e conduttore televisivo Johnny Carson diceva che se ce la fai a New York, ce la puoi fare ovunque. New York City, dove ormai risiedi, è e rimane ancora la capitale mondiale del jazz. Perché hai scelto di vivere a NYC e cosa ti lega soprattutto alla Grande Mela?

Emiliano

Sono sempre stato stregato da New York. L’ho vissuta per brevi periodi in contesti diversi ed ora che ho la possibilità di viverla in modo meno “turistico” posso dire che è maledettamente affascinante. E’ una città che non fa sconti: ti mette continuamente alla prova, artisticamente e umanamente, drammaticamente difficile, caotica e rumorosa ma ha qualcosa che riesce ad incollarsi addosso e che difficilmente ti molla. Nel jazz non esiste un contesto più stimolante: il livello è altissimo e la musica è un linguaggio vivo, in continua evoluzione. Quello che mi lega alla Grande Mela è proprio questa urgenza creativa costante, il confronto continuo e la possibilità di crescere, artisticamente e umanamente, senza mai adagiarmi.

Davide

I miei nonni paterni approdarono a Ellis Island, il nonno nel 1910 e la nonna, sposata per procura, nel 1916. Sull’isola della speranza o, se respinti della disperazione, vennero entrambi sottoposti a molti umilianti test sulla salute o per misurare il QI. Vissero poi a Philadelphia. Sono quindi molto sensibile all’argomento. Anni dopo decisero di tornare in Italia. Come hai affrontato tu questa narrazione attraverso la musica, il durante e ora anche il dopo? Vi hai affrontato anche un percorso autobiografico?

Emiliano

La storia dei tuoi nonni e il loro passaggio da Ellis Island è qualcosa che sento molto vicino, anche se non mi appartiene direttamente dal punto di vista familiare. Proprio per questo mi ha sempre colpito la forza simbolica di quel luogo: un punto di passaggio carico di speranza ma anche di paura, di attesa e di giudizio. È una storia che parla a molte vite, anche a chi, come me, si confronta oggi con il tema dello spostamento, dell’identità e dell’essere “altrove”. In The Baggage Room ho cercato di affrontare questi temi attraverso la musica, evitando una narrazione didascalica o storica. Mi interessava lavorare sugli stati emotivi: la sospensione, l’incertezza, il desiderio di futuro, ma anche il peso invisibile di ciò che ci portiamo dietro. Il “during”, cioè il momento della scrittura e della registrazione, è stato un processo quasi intuitivo, più legato all’ascolto interiore che a un racconto esplicito. Col tempo, soprattutto portando questa musica dal vivo, ho capito che quelle sensazioni trovavano una risonanza molto ampia. Anche senza conoscere la storia specifica di Ellis Island, il pubblico percepisce qualcosa di familiare: il tema del passaggio, del cambiamento, della trasformazione. Il “dopo” coincide in parte con la mia esperienza attuale a New York. Vivere qui mi permette di rileggere questo progetto in modo più consapevole: non come un racconto autobiografico diretto, ma come una riflessione personale su cosa significhi muoversi, scegliere, lasciare e ricominciare. In questo senso la musica è diventata uno spazio di dialogo tra una memoria storica collettiva e una esperienza presente, più intima e quotidiana.

Davide

Tue le composizioni, e una di Jacopo Ferrazza. Cosa ti spinge alla composizione musicale e in che modo procedi solitamente? Ricordo di un pittore, Roman Bilinski, che diceva che l’ispirazione per un artista non esiste e non deve esistere, è il lavoro continuativo a portare a una tecnica sicura che a sua volta produce opere sempre migliori.

Emiliano

Condivido l’idea di Bilinski. Non credo a un’ispirazione intesa come qualcosa di improvviso o “magico”. Quello che mi spinge a comporre è piuttosto una necessità quotidiana: scrivere musica è un modo per mettere ordine nel pensiero, per capire meglio dove mi trovo artisticamente e umanamente in un determinato momento. Il lavoro continuo è fondamentale. Studio, scrivo, riscrivo, ascolto molto e mi metto spesso in discussione. La tecnica, in questo senso, non è un fine ma uno strumento: più diventa solida, più permette alla musica di essere libera. È proprio questa continuità che, a volte, crea le condizioni affinché emerga qualcosa che possiamo chiamare “ispirazione”, ma che in realtà è il risultato di un processo lungo e spesso invisibile. Dal punto di vista pratico, di solito parto da un’idea molto semplice: un intervallo, un ritmo, una cellula armonica o anche solo un’immagine. Da lì lascio che la musica cresca in modo naturale, senza forzarla troppo, cercando di ascoltare quello che il materiale mi suggerisce. È un processo a volte lento che necessita di nutrirsi di se stesso, per arrivare ad una sorta di autoconoscimento, di forte comprensione emotiva. Solitamente suono la stessa cellula per molto tempo iniziando anche ad improvvisarci sopra finché tutto prenda una dimensione più familiare. La fase successiva è quasi artigianale: togliere, semplificare, capire cosa è davvero necessario e cosa no. Il fatto che nel disco ci sia anche una composizione di Jacopo Ferrazza va proprio in questa direzione: mi interessa lavorare con musicisti che abbiano una voce compositiva forte, come quella di Jacopo appunto.

Davide

Mixato e masterizzato a New York, hai tuttavia registrato il disco a Monaco negli studi Realistic Sound di Florian Oestreicher, poi pubblicato dalla etichetta romana “Via Veneto Jazz”. Perché questa precise scelte, questa sorta di triangolo tra New York, Monaco e Roma per le diverse fasi di realizzazione del disco?

Emiliano

La scelta di lavorare tra Monaco, New York e Roma nasce da un intreccio di motivi artistici, logistici e personali. Registrare al Realistic Sound di Florian Oestreicher a Monaco ci ha permesso di concentrarci completamente sul suono del disco, sfruttando un ambiente tecnico di alto livello, ma soprattutto un’atmosfera che favorisse la creatività del gruppo. Florian ha una sensibilità particolare e uno studio che stimola l’ascolto reciproco, cosa fondamentale per un progetto collettivo come Meanwhile. Il mix e il mastering a New York rispondono invece a esigenze di continuità artistica e di controllo del suono finale. Avere l’opportunità di collaborare con un professionista come Dave Darlington, già conosciuto ed apprezzato per il lavoro fatto sul primo volume di The Baggage Room, è stata una garanzia di qualità non disattesa. La pubblicazione con Via Veneto Jazz a Roma ha un valore sia pratico che simbolico. L’etichetta ha seguito quasi tutti i miei lavori precedenti e conosce bene la mia musica, offrendo un supporto promozionale e una distribuzione efficace in Italia e in Europa. Inoltre, questo “triangolo” tra Monaco, New York e Roma riflette anche la natura internazionale del progetto: musicisti americani e italiani che collaborano, culture musicali diverse che si incontrano, e una continuità tra produzione, post-produzione e diffusione che attraversa tre città significative per me.

Davide

In questa poca troppo veloce o velocizzata. Poco attenta e poco in ascolto, che valenza – magari anche provocatoria o controcorrente o ristimolatoria – può avere la musica jazz oggi più che mai rispetto all’importanza dell’ascolto e all’ascoltarsi reciproco? Come stai vivendo questo momento storico della musica influenzata dalla velocità della vita moderna e del digitale che riduce l’attenzione generale più profonda?

Emiliano

Credo che oggi, più che mai, la musica jazz abbia una funzione quasi “ritardatrice” rispetto al ritmo frenetico della vita moderna e alla velocità del digitale. In un mondo dove tutto scorre rapido, spesso senza fermarsi ad ascoltare davvero, il jazz può restituire il valore dell’attenzione e dell’ascolto reciproco. Per me, il jazz è prima di tutto dialogo: i musicisti ascoltano costantemente se stessi e gli altri, reagiscono in tempo reale, creano tensione e rilascio. Questa dinamica non può esistere senza concentrazione e apertura. La musica diventa così un esercizio di presenza, un invito a rallentare e a vivere pienamente il momento. La velocità e l’immediatezza dei social e delle piattaforme digitali possono ridurre la capacità di attenzione ma allo stesso tempo creano una controforza: chi sceglie di ascoltare jazz, dal vivo o in profondità, compie un gesto quasi rivoluzionario. È un modo per ristimolare l’orecchio, la mente e le emozioni, e per ricordare che il vero valore non è la quantità di stimoli, ma la qualità della relazione che creiamo con la musica e tra di noi. Personalmente, vivendo questo momento storico, cerco di essere molto presente sia quando suono che quando ascolto gli altri. La frenesia intorno diventa uno stimolo a praticare ancora più intensamente l’ascolto, a valorizzare ogni silenzio, ogni nota sospesa e ogni dialogo improvvisato.

Davide

“Meanwhile” come crocevia di stili e identità, un ponte che connette mondi diversi e li fa dialogare. Il dialogo tra generi e stili musicali avviene attraverso la fusione, l’ibridazione e l’influenza reciproca, dove elementi di stili diversi si mescolano, creando nuove sonorità e sottogeneri, arricchendo il panorama musicale e superando confini convenzionali per esplorare nuove espressioni artistiche.  Come ti poni il problema o la responsabilità di contribuire alla costruzione di un patrimonio multiculturale in uno scenario contemporaneo che pone nuove sfide alla trasmissione dei patrimoni culturali locali di fronte al globalismo inevitabile e imperversante che potrebbe nel tempo uniformare e appiattire ogni cosa? In che modo la musica può dare un contributo all’educazione al globalismo nella sua migliore accezione, senza quindi perdere le specificità originarie?

Emiliano

New York è sempre stata, per me, il più importante riferimento multiculturale al mondo. Un melting pot, un crogiolo di culture, un mosaico umano formato dall’incontro, dall’ascolto e dall’invenzione, e per questo sempre estremamente moderna e fonte di ispirazione. Costruita da milioni di migranti che fusero le proprie identità in un’unica grande popolazione fatta di accenti diversi, ritmi e sogni, è davvero un esempio di umanità unica al mondo. Nella musica si percepisce in maniera forte, così come in molti altri aspetti della società moderna newyorchese. Dal mio punto di vista, quando c’è tanta energia e apertura, non c’è rischio di appiattimento: la bellezza scaturisce dall’incontro, non dalla separazione o dall’isolamento. Tuttavia, a New York diventa inevitabile riflettere sull’esperienza umana e sulle sfide sociali ed educative che definiscono il nostro tempo. La libertà, in tutte le sue forme – di pensiero, creativa ed espressiva – resta il punto distintivo e il bene più prezioso. Non possiamo sapere dove essa possa condurci, ma abbiamo il dovere morale di proteggerla e rispettarla, perché, oggi più che mai, è fragile e da custodire con attenzione, qui come in molte altre parti del mondo.

Davide

Cosa seguirà… nel frattempo?

Emiliano

Nel frattempo posso dire che non mi sto fermando anzi…ho vinto una borsa di studio per il Master of Music Composer/Improviser alla New School, acquisendo nuovi stimoli e approcci compositivi, studiando con alcuni dei miei eroi musicali come Dave Douglas. Sto iniziando a fare booking a New York dove inizierò una serie di concerti a Maggio, prima della registrazione. Porto avanti anche la mia attività di promoter, programmando la quinta edizione di JazzAP, festival diffuso in molti dei comuni più suggestivi della provincia di Ascoli Piceno, mia città natale.

Davide

Grazie e à suivre…

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