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Oggi abbiamo il piacere di ospitare Maurizio Mencarini, autore esordiente del romanzo L’incubo di Sara, un’opera intensa che affronta temi delicati come la manipolazione, l’abuso fisico ed emotivo, la malavita e le dinamiche tossiche dell’ambiente lavorativo. Nonostante provenga da un settore professionale molto distante dall’editoria, Mencarini sorprende per la profondità psicologica con cui ha costruito la sua protagonista, una giovane donna che vede gradualmente sgretolarsi le proprie certezze, stretta da una morsa criminale sempre più violenta, e circondata da un ambiente familiare e lavorativo che mostra limiti o spiacevoli segreti.
Il romanzo, pur mantenendo Roma sullo sfondo, restituisce con forza il clima umano e sociale della capitale, tratteggiando un contesto in cui vulnerabilità personale e corruzione quotidiana si intrecciano.
Lo abbiamo intervistato per conoscere più da vicino il suo percorso, la genesi del romanzo e il modo in cui ha affrontato un tema tanto complesso.

Ciao Maurizio, e grazie per la tua disponibilità. Inizio con il farti i complimenti, soprattutto tenendo conto che L’incubo di Sara è la tua opera prima e non è un libro semplice. Cosa ti ha spinto a scrivere proprio questa storia, con temi così intensi e delicati? Tra l’altro, arrivi da un settore professionale lontano dall’editoria: quanto ha influito il tuo percorso di vita sulla decisione di pubblicare un romanzo e di scegliere questo genere e questo specifico argomento? E se questo non è un libro frutto di un progetto più tecnico, quando hai capito che questa storia aveva la forza per diventare un libro e non restare solo un’idea?
Prima di tutto, grazie per i complimenti. Quando mi sono imbarcato in questa avventura, non davo per scontato che sarei riuscito a pubblicare qualcosa che potesse avere veramente un senso e questo tipo di feedback mi spinge ovviamente a continuare. Io sono innanzitutto un lettore di gialli e di thriller e un appassionato di tutto ciò che ha a che fare con storie legate al mondo criminale. Ho cominciato a far prendere forma a un’idea che avevo in mente, prima come appunti di una trama e poi via via aggiungendo dettagli e descrizioni. Durante la scorsa estate il progetto ha preso corpo e quando mi sono reso conto che la storia “stava in piedi” ho cominciato a farla leggere e a integrarla con i commenti e suggerimenti ricevuti. A quel punto non vedevo l’ora di renderla pubblica e capire quale potesse essere il gradimento del pubblico.
La protagonista, Sara, è un personaggio femminile complesso e davvero ricco di sfumature emotive. Come hai lavorato sulla sua psicologia? Quanto è stato difficile raccontare dall’interno situazioni di pressione, manipolazione e abuso senza cadere nel sensazionalismo? Ti sei ispirato a testimonianze reali, letture, film o la sua voce è nata in modo spontaneo?
L’idea era quella di mettere una persona ordinaria in una situazione sulla carta inimmaginabile, ma che avesse i crismi della verosimiglianza. E ho provato a immedesimarmi nel personaggio, a farle fare quello che forse avrei fatto nei suoi panni. Devo dire che è nato tutto in maniera abbastanza spontanea. Nei romanzi di Ken Follett c’è spesso la superspia o comunque l’eroe positivo, ma poi ci sono altri personaggi ordinari che in qualche modo vengono coinvolti, per amore o per amicizia, in qualcosa di più grande di loro e sono spesso il vero motore della storia, l’ago della bilancia tra il bene e il male.
Nel libro appare un volto della malavita romana molto credibile, pur senza trasformare Roma in un personaggio esplicito. Come hai trovato questo equilibrio? E a chi (o cosa) ti sei ispirato? Intendo, quanto c’è di ricerca e quanto di osservazione personale nel modo in cui racconti certe dinamiche criminali?
Sicuramente i romanzi di De Cataldo (Romanzo Criminale, Suburra) sono dei punti di riferimento, ma anche il più recente Mala della Fagnani racconta di una città che vive sopra a un “Mondo sommerso”, gestito da poche famiglie criminali, che viene a galla solo in occasione di grandi inchieste e giri di arresti. Michele Senese è stato identificato per 30 anni come “il capo di Roma”, il “boss della Camorra romana”, il “capo dei capi”, ma di lui si è sentito parlare solo in occasione di Mafia Capitale o quando qualche anno fa fu ucciso un suo sodale in un parco romano in pieno giorno, con i bambini che giocavano e le persone a fare jogging a pochi metri. Poi poco altro o nulla. Il mio Luca, l’antagonista di Sara nella storia, colui che la costringe a vivere un incubo, è liberamente ispirato a Senese, diciamo che è un Senese con le caratteristiche del Dandi di Romanzo Criminale, bello e ossessivamente attratto dalle donne.
Perché hai scelto di mantenere la città sullo sfondo, lasciandola quasi sfocata pur rendendo chiara la sua impronta? Lo chiedo perché, soprattutto nei thriller, è solito che la città sia coprotagonista e in modo sfrontato. Mentre qui, paradossalmente, se non si considerano pochi riferimenti specifici, avresti potuto scrivere Milano e non Roma, e forse non ci sarebbe stato bisogno di modificare quasi nulla nello svolgimento. O è un’impressione mia, da non romano?
È vero quello che dici, Roma è presente, è la mia città e ho fatto riferimenti a luoghi e quartieri che conosco molto bene e a cui sono legato. Mi è servito per dare credibilità alla storia, per sentirla più vera e vissuta. Ma non ha un ruolo fondamentale, rimane sempre sullo sfondo come dici. Ad esempio, ho scelto di non usare mai il dialetto o comunque espressioni tipicamente dialettali nei dialoghi dei personaggi, proprio per non appesantire la narrazione. Volevo che Roma fosse presente e ben riconoscibile, ma che non fosse troppo protagonista.
Il romanzo mostra una realtà lavorativa in cui alcuni ottengono risultati “giocando sporco”. Da dove nasce questa riflessione? C’è un parallelo tra la manipolazione esercitata dal malavitoso e quella, più sottile, presente nel mondo professionale di Sara, o questo è più un meccanismo necessario alla narrazione?
L’idea che sul mondo del lavoro qualcuno ottenga risultati “giocando sporco” è un pensiero abbastanza diffuso; a molti è capitato di pensare prima o poi di un o una collega “chissà come ha ottenuto quella promozione o quel ruolo”. Nel romanzo ho voluto giocare sulla manipolazione psicologica e sul controllo che Luca esercita su Sara. Se ci fai caso, nel romanzo non c’è la prova provata di quei giochi sporchi, è Luca che ne parla con Sara come delle cose certe, scontate, per portarla a vacillare delle sue sicurezze, a dubitare di tutto e di tutti, anche dei suoi affetti più cari. Ma tutto poi è visto solo con gli occhi di Sara, con la sua percezione della realtà: prima quella innocente e ingenua e poi quella sporcata dalla manipolazione e dai dubbi che le instilla Luca.
Il rapporto tra Sara e il suo fidanzato è complesso: si amano, ma lui è geloso in modo ossessivo, anche se assolutamente non violento né prevaricatore. Che ruolo volevi che avesse nella storia?
Si tratta di un tipo di rapporto che mi è capitato di vedere a volte nelle coppie. Relazioni stabili, basate su un amore sincero, ma dove poi manca qualcosa per una completa fiducia tra le due persone. E che può portare una delle due, o entrambe, ad agire come singolo, ad agire senza coinvolgere il partner “perché non capirebbe” o “perché non approverebbe”. Nella storia, la descrizione del rapporto fatto nelle prime pagine serve a spiegare perché poi Sara si ritrova sola nel suo incubo.
Come hai lavorato sul tema della fiducia, del sospetto e della distanza emotiva all’interno della coppia? Qui la gelosia del fidanzato è forse anche un elemento narrativo utile a mostrare la solitudine della protagonista, ma suppongo ci sia molto di più di questo. E ti chiedo: Marco è, dal tuo punto di vista, un personaggio positivo, negativo o neutro? Lui, come quasi tutti i personaggi che hai proposto, sembra produrre situazioni di conflitto, anche quando questo conflitto non deriva da una esplicita volontà, o da una base etica debole. Ammesso che quanto ho percepito sia corretto, qual è il motivo di questa cosa?
Si, come dicevo prima, il modo di fare di Marco serve a lasciare sola Sara nel momento fondamentale della storia. Marco è un personaggio complesso, non lo definirei né positivo e né negativo. È geloso, ma è soprattutto un insicuro. E la voglia di cambiare atteggiamento, nel corso della storia, lo porta poi a non accorgersi di quello che sta succedendo alla sua compagna. Visto dall’esterno della coppia è probabilmente quello che tutti definiremmo un “bravo ragazzo”, amorevole e disponibile con la fidanzata. Ma in realtà finisce per essere, involontariamente, una delle cause della situazione e in qualche occasione cerco di far emergere in Sara, oltre al senso di colpa nei suoi confronti per la doppia vita che ha sviluppato, anche una certa rabbia per il fatto di non poterci contare nel momento del bisogno. E credo che più persone, indifferentemente uomini o donne, si possano ritrovare nella descrizione di questa situazione di parziale distanza emotiva all’interno della coppia.
Anche se in un thriller non è necessario che ci sia, c’è un messaggio che speri arrivi al lettore attraverso la vicenda di Sara, considerando i tantissimi spunti che hai usato?
Beh, ci sono vari messaggi: dall’importanza della fiducia completa all’interno di una coppia di cui parlavamo prima, ai pericoli e le difficoltà di uscire una volta che si è entrati nel turbine delle dipendenze. E poi c’è il percorso di Sara, ma qui dovrei fare uno spoiler per parlarne e quindi mi fermo.
Senza fare spoiler, hai fatto una scelta molto precisa sul finale proposto. Avevi dubbi su come concludere la storia che avevi sviluppato, o avevi fin dall’inizio già deciso questo tipo di epilogo? E se è possibile darne motivo senza rischiare di rovinare il libro, ci puoi indicare il perché?
La storia va avanti apparentemente facendo sembrare sempre più lontana e impossibile una qualunque via di uscita e quindi ho pensato di introdurre a un certo punto un elemento di rottura che facesse vedere, come minimo, un barlume di speranza, pur se tra mille insidie. Questo barlume di speranza arriva poi da quello che si rivela essere stato un altro livello in qualche modo di controllo su Sara durante la storia che, fino al momento in cui appare, è rimasto completamente invisibile ai suoi occhi.
Poi ho cercato di dare importanza e peso alle conseguenze psicologiche e alla relativa ricostruzione emotiva che questa storia inevitabilmente ha portato ai personaggi della storia.
Hai scelto uno stile a tratti crudo e violento e hai messo sulle pagine situazioni forti. Quanto c’è, in questa cosa, una volontà di colpire il lettore, e quanto invece di riferimento alla realtà, o al genere letterario che hai scelto?
Per me le scene forti e crude hanno un senso all’interno della storia. Ho cercato di dosare attentamente il peso e lo spazio lasciato a queste parti, non volevo appiccicare al romanzo etichette che facessero riferimento a temi di violenza o di erotismo, ma era inevitabile descrivere alcuni di questi aspetti per rendere i lettori maggiormente partecipi e in qualche modo solidali con le grandi sofferenze patite dai personaggi.
Hai già in mente un nuovo progetto narrativo? Ti piacerebbe tornare a temi simili o esplorare territori diversi?
Si, ho in mente la trama di massima del secondo romanzo. Con “L’incubo di Sara” avrà in comune il tema di persone ordinarie che vengono coinvolte in una storia in qualche modo impensabile, quelle situazioni che magari vediamo in TV o sui media e siamo portati a pensare che a noi non capiterebbero mai. Questa volta il protagonista però è un uomo e ho in mente di adottare un tipo di narrazione diversa, cercando di dare voce a due punti di vista diversi e contrastanti all’interno della stessa storia.
Ultima domanda: quanto hai impiegato per scrivere questo romanzo? E come hai lavorato per passare dalla prima bozza alla stesura finale?
Da quando ho iniziato a scrivere a quando ho finito sono passati circa 4 mesi, ma avevo la storia abbastanza chiara in mente da molto più tempo. Ho iniziato scrivendo le scene più salienti, quelle che possiamo definire chiave, e poi sono andato via via ad arricchire la storia con i momenti più di contorno, con la parte introduttiva che dà credibilità ai personaggi e con il finale con cui vediamo quello che succede dopo.
Ringraziamo Maurizio Mencarini per aver condiviso con noi il suo percorso e la sua visione di scrittura. L’incubo di Sara è un’opera prima che colpisce per il coraggio con cui affronta la vulnerabilità personale, i meccanismi del controllo psicologico e le zone grigie della nostra società, senza mai perdere di vista l’umanità dei suoi personaggi.
Se siete alla ricerca di un romanzo contemporaneo che unisce tensione narrativa, introspezione e una riflessione lucida sul potere – nelle relazioni, nel lavoro e nella criminalità – l’opera di Mencarini merita senza dubbio attenzione.