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Chiara – Antonella Lattanzi

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Einaudi (Torino, 2026)
pag. 170
euro 18,00

“Devozione”, dobbiamo dire, è il romanzo che anche a noi ha colpito più di tutte le opere, racconti usciti per la Coniglio degli esordi compresi; seppure, certo, abbiamo amato grandemente il memoir dedicato alla maternità, il libro precedente della scrittrice e sceneggiatrice di natali baresi e adozione romana, Antonella Lattanzi. Siamo grandi ammiratori, possiamo dire, di Lattanzi. Da sempre. Ché è – insieme a Durastanti e qualche altra autrice e alcuni altri autori, la nostra attesa di lettura. E quest’opera – sia detto a futura memoria – la troviamo mentre vogliamo studiare il saggio su Pasolini, “In difesa dell’umano. Pasolini e ideologia” e leggere, ri-leggere forse, le
ultime poesie di Ginsberg: “Morte e fama. Ultime poesie 1993-1997”.
“Così, con le mani vuote, gli occhi verso il cielo, e il diritto, che senti cristallino anche se non ne sei conscio, a una ricompensa, ma anche soltanto a una soluzione, così anche tu”. Come quel cane – descrive la protagonista del romanzo – , che attende la pallina tornare dal cielo, anche se abbiamo soltanto fatto finta di averla lanciata; questa similitudine di Lattanzi arriva a spiegarci due cose: l’amore della voce narrante per Chiara, l’essere del Sud – in special modo con il mare dentro. E già Chiara era stata definita praticamente prototipo della meridionale, nonostante le origini albanesi. Le amiche di infanzia si sono passate già il panino con la frittata, seppure questo umile dono di Chiara andava a rompere l’immagine dell’altra ragazzina, quella che a ricreazione aveva la sua brioche di marca. Per non sembrare, appunto, troppo meridionale; ché il panino con la fritta è “da nonna”. Marianna e Chiara. E i loro padri. Antonella Lattanzi è nata a Bari nel 1979 e vive a Roma, dicevamo. Scrittrice e sceneggiatrice, ha pubblicato i romanzi “Devozione” (Einaudi 2010 e 2023), “Prima che tu mi tradisca” (Einaudi 2013), “Una storia nera” (Mondadori 2017), “Questo giorno che incombe” (HarperCollins Italia 2021), “Cose che non si raccontano” (Einaudi 2023 e 2025). Per il cinema ha scritto, tra le altre, le sceneggiature di “Fiore” di Claudio Giovannesi, “Il campione” e “Una storia nera” (tratto dal suo romanzo omonimo) di Leonardo D’Agostini. Collabora col Corriere della Sera. Ogni libro che passa il suo stile risente di più della sua seconda professione, quella di sceneggiatrice. E con “Chiara” ne abbiamo la conferma. Per l’ennesima volta, inoltre, Lattanzi torna a viaggiare nel corpo delle dinamiche famigliari, ma di quelle, va specificato, della crescita, della formazione che arriva dalla tenera età; come un globulo sanguigno Lattanzi si mette a vagare nelle vene di questa massa, nella vita prima e precedente, in pratica senza ancora la maturazione, di Chiara, e di Marianna stessa. Due ragazze che condividono una stessa specie di problema: uno dei due genitori è per loro dannoso. Si conosco dalle scuole elementari, le ragazzine. Scolare nella Bari geograficamente marginale. E da lì Marianna comincia a essere attratta dalla giovanissima amica. E sarà un crescendo, come si dice. “Quella sera, ho scritto tutto quello che era successo nella lettera per Chiara”. Marianna ha bisogno di comunicare immediatamente la primissima tensione, la prima crisi di suo padre, che si era palesata nel finire della sua stessa festa di compleanno. L’amica era andata via. Il papà aveva appena finito di fornire tutte le bambine e i bambini partecipanti alla festa di un regalino. Era stata la festa di compleanno più meravigliosa delle feste di compleanno di tutta l’intera classe. “Notte dopo notte, prendo a mordere il cuscino, le lenzuola, la coperta, per non farmi sentire mentre mi prende il piacere”. Piccolissima, è la Marianna che ha
scoperto il gusto dolce e assuefacente della masturbazione. Un giorno inizia a scrivere lettere all’amica anche Chiara. Il padre di Chiara “si è sfogato”, di sicuro picchiando in famiglia. E il mostro che in quel padre è simile, seppur tanto diverso, dal mostro che è dentro il papà della cara Marianna. Nella corrispondenza affettiva anche le differenze caratteriali e non solo delle amiche si incontrano, si congiungono, si annullano. “Dio ti prego salvami dai miei ricordi”, scrive oltre la metà del romanzo Antonella Lattanzi. Mentre ha accennato – lo diciamo senza volere essere offensivi ma cercando di essere puntuali – di provocare un ulteriore discorso sulla maternità.
Anzi oltre il pensiero di questa. Sempre nel tempo-spazio dell’amore. In questo caso infine perduto. In questo libro comunque i mostri sono tanti. Il timore della solitudine si aggiunge a quello per le persone, in diversi modi, prevaricatrici. Le scene di Lattanzi ci spostano da sentimento a sentimento. Riuscendo a fermare il cuore di persone in apparenza secondarie, vedi la madre di Marianna. Il racconto del narratore onniscente innamora la prima persona. Alla stregua di ogni personaggio del libro con altri. E quel labrador…

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