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La storia non chiede il permesso – Giovanna De Vita

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Dentro la storia, senza sconti, tra le pagine del nuovo romanzo di Giovanna De Vita

Con “La storia non chiede il permesso – Elena tra la prima guerra mondiale e l’Italia che cambia” (LFA Publisher, novembre 2025), Giovanna De Vita affida la memoria di un’intera epoca alla voce di una donna, Elena, maestra milanese che attraversa la Grande Guerra e l’avvento del fascismo portando con sé un amore spezzato e un senso incrollabile di responsabilità verso gli altri.

“La storia non chiede il permesso” si apre nel 1935, nella casa di famiglia in via Torino a Milano: qui, tra polvere e silenzi, Elena ritrova una scatola di lettere legate da un nastro sbiadito. Sono le lettere di Gaetano, ufficiale al fronte, l’uomo che ha amato e perso, e che la guerra le ha strappato per sempre. Ed è proprio da quelle pagine ingiallite che prende forma un lungo ritorno nel passato: Firenze, l’incontro fra i due nella primavera del 1914, la timidezza dei primi scambi, la musica del pianoforte che diventa linguaggio comune, fino alla promessa suggellata da un anello – un quarzo giallo che Gaetano le affida prima di tornare al fronte, perché “sia al sicuro, nelle mani giuste”.

La dimensione privata, però, non resta mai confinata al sentimento: la corrispondenza tra i due innesta nel racconto le parole autentiche della guerra – le bombe, il gelo, il peso dei soldati caduti – e la tensione continua tra il desiderio di sopravvivere e la consapevolezza del massacro in corso. La guerra, nel romanzo, non è solo fronte e trincea, ma anche “malattia che ti entra nel sangue e ti divora”, capace di insinuarsi nelle case, nei corpi, nel linguaggio stesso con cui si parla del mondo.

Una delle scelte più forti del libro è il modo in cui De Vita racconta l’Italia attraverso la scuola e il lavoro femminile.

Da maestra, Elena diventa testimone privilegiata della trasformazione della società: nei programmi ministeriali entrano il Carso, le battaglie, i gas, le armi; le lezioni si trasformano in strumenti di propaganda, i quaderni dei bambini si riempiono di copertine con scene di guerra e infermiere al fronte. Le colleghe sono quasi tutte donne, perché gli insegnanti uomini sono al fronte; in fabbrica e nei campi le lavoratrici sostituiscono i soldati, confezionano uniformi, maneggiano esplosivi, rientrano a casa stremate, eppure finalmente “visibili” e indispensabili. Su questo sfondo, Elena Perbellini non resta spettatrice: entra in un comitato di aiuto, poi sceglie di diventare crocerossina, seguendo l’esempio di Anna, una dama della Croce Rossa che ha perso marito e figli e che le insegna non solo a medicare ferite, ma “l’arte del consolare, del rassicurare e dell’ascoltare” i soldati feriti. La cura, in questo romanzo, è un gesto politico e morale prima ancora che sanitario: una risposta ostinata alla disumanizzazione, al fatto che i caduti sui giornali non hanno più nomi ma solo numeri.

La struttura dell’opera alterna diversi piani temporali: l’Elena adulta, che nel 1935 torna sui luoghi del passato, e la giovane Elena che vive in diretta la guerra, l’epidemia influenzale del 1918, il lutto per il marito, la maternità e il desiderio di riprendere a insegnare “quando la guerra sarà finita e il bambino avrà meno bisogno di me”. Questa doppia prospettiva consente all’autrice di mettere a fuoco non solo l’evento storico, ma le sue ricadute di lungo periodo: l’Italia che esce dal conflitto non è più la stessa, e nel dopoguerra si affaccia la nuova ombra del fascismo, con discorsi radiofonici, camicie nere, parole come “destino” e “gloria” che tornano a occupare lo spazio pubblico e ad alimentare l’idea di un’altra guerra in arrivo.

Lo stile di Giovanna De Vita è marcatamente lineare e leggibile, con una prosa che alterna la narrazione in prima persona ad ampi inserti di lettere e brani diaristici. La voce di Elena, in prima persona, tiene insieme dimensione intima e sguardo storico, evitando il tono da saggio e conservando sempre il ritmo del racconto: anche quando il testo si sofferma su scuola, propaganda, ruolo delle maestre, il punto di vista resta quello di una donna alle prese con scelte concrete, non di una commentatrice esterna. Ma la scrittura di De Vita predilige un registro sobrio, anche nelle pagine più dolorose, e punta sulla resa dei moti interiori – il senso di colpa, la vergogna, la stanchezza, la fede che vacilla – più che su descrizioni cruente della guerra. Le immagini sono spesso legate alla concretezza degli oggetti (il diario con gli edelweiss disegnati da Gaetano, la fotografia nella neve, il telaio, la culla del bambino, il tappeto polveroso e il pianoforte chiuso nella casa di via Torino) che fungono da supporti tangibili alla memoria.

Il tono complessivo del libro è partecipe ma misurato: l’autrice non indulge in effetti patetici, preferendo una commozione trattenuta, affidata alle lettere che si susseguono con regolarità nel testo e restituiscono una coralità di voci femminili – Elena, Giovanna, la madre, le sorelle di Gaetano – impegnate a “tenere insieme” la vita e a dare un senso alla perdita. In questo senso, il romanzo mette in primo piano uno dei suoi motivi portanti: la scrittura come atto di resistenza alla dispersione del ricordo, come tentativo di fermare il tempo e di sottrarre all’oblio la storia di un “giovane che ha dato la sua vita per un ideale di pace e libertà” e di una donna che ha pagato sulla propria pelle il prezzo di quella guerra.

La storia non chiede il permesso è, in definitiva, il ritratto di una donna che attraversa due guerre – una esterna, combattuta dagli uomini, e una interna, combattuta dalle donne nella loro “trincea” quotidiana. Non è un romanzo di grandi colpi di scena, ma di piccole svolte che cambiano destini: il gesto di spedire una lettera, la decisione di tornare dietro una cattedra, la scelta di non farsi schiacciare dal lutto. E proprio nel legare il grande evento storico alla biografia di Elena – maestra, crocerossina, madre, vedova – il libro trova la sua forza: ricordare che la storia, come suggerisce il titolo, non chiede il permesso, ma che sono le singole vite a darle un volto. Più che un affresco bellico, La storia non chiede il permesso è il racconto di come l’evento storico irrompa nelle vite ordinarie senza preoccuparsi di chi travolge, e di come, dentro questo urto, alcune figure – soprattutto femminili – provino a ritagliarsi un margine di scelta, di solidarietà, di cura degli altri. La storia, qui, davvero non chiede permesso: entra nelle case, nelle scuole, nei corpi. Il romanzo di Giovanna De Vita la osserva da vicino, da dentro gli occhi di Elena, per restituire dignità a una memoria che nasce da carte ingiallite, ma parla con chiarezza al presente.

Titolo: La storia non chiede il permesso (Elena tra la prima guerra mondiale e l’Italia che cambia)
Autrice: Giovanna De Vita
Pagine: 189
Editore: LFA Publisher
Genere: Romanzo storico
ISBN: 978-88-3343-898-6

 

1 thought on “La storia non chiede il permesso – Giovanna De Vita

  1. Un libro che mi ha toccato profondamente. La storia non chiede il permesso è il ritratto di una donna forte e vulnerabile, che attraversa la guerra e la vita con dignità e coraggio. Ho amato la delicatezza con cui Giovanna De Vita intreccia memoria e sentimento, senza mai perdere la verità delle emozioni. Le lettere, gli oggetti, i silenzi: ogni dettaglio parla di amore, perdita e resilienza. È una storia che resta dentro, che fa riflettere e commuove senza retorica. Lo consiglio a chi cerca un romanzo che scaldi il cuore e illumini la memoria.

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