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L’11 settembre tra realtà e finzione

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L’attentato alle Torri Gemelle del 9 settembre 2001 lasciò sul campo circa 3.000 vittime tra civili e soccorritori, e creò un’onda lunga di panico, terrore, sgomento e sfiducia, della quale ancor oggi si percepiscono i riverberi.

Non solo: fu deliberatamente colpita una città/simbolo come New York, le cui icone architettoniche parlavano al mondo di libertà, opportunità e riscatto sociale.

La Donna con la Fiaccola attirava i disperati in fuga dalla fame e dalla povertà come falene verso la sua fiamma, ed era così riconoscibile da rivelare all’astronauta disperso de Il pianeta delle scimmie di essere naufragato su una futuribile Terra (Jack Kirby la utilizzò nello stesso modo in Kamandi); l’Empire State Building era una Torre di Babele costruita per sfidare Dio e nel 1933 il Grande Scimmione la scalava alla ricerca della propria libertà ma finendo per morire precipitandovi (nel film di John Guillermin, qualche anno dopo, faceva la stessa cosa ma sulle Torri gemelle); il Ponte di Brooklyn univa ricchi e poveri in un ipotetico abbraccio su una possibile unica Terra Promessa, e una sua panchina venne immortalata da Woody Allen in Manhattan (1979), rendendola così più famosa di quella degli innamoratini di Peynet.

Le vignette che apparvero il giorno dopo l’attentato sui principali quotidiani d’America parlavano proprio di quello stupore, di quell’immenso dolore.

Lady Liberty piangeva in un disperato silenzio e tutto il mondo la ritraeva così.

Era donna, madre, compagna, sorella.

Zio Sam invece, dopo un attimo di comprensibile sbigottimento, si rimboccava le maniche e pensava alla vendetta.

Il fumetto si mobilitò fin da subito e dalle vignette si passò alle pubblicazioni più ragionate e costruite. Destinate sì a ricordare, ma anche a scopi più nobili come raccogliere fondi per i famigliari delle vittime.

La Marvel pubblicò un album di disegni (Heroes) e poi uno di brevi storie (A moment of silence); la D.C. ed alcune case indipendenti come Dark Horse e Image, due volumetti di racconti e immagini dei più prestigiosi disegnatori e scrittori.

Su tutto però aleggiava una domanda, che a noi europei parrebbe strana ma che per gli americani risultò normalissima, quasi inevitabile: dov’erano quel giorno i supereroi? Perché non ci hanno salvato? Se lo chiede anche Spiderman, il più reale di loro, che vive proprio a New York ed è il primo ad arrivare sul sito del disastro.

Lui e Superman (entrambi, come Cap ma per lui è più normale, vestiti con i colori della bandiera: rosso, blu e bianco) fanno parte della cultura americana e sono stati spesso reclutati per sostenere cause sociali e iniziative culturali ed educative.

Non combattono solo contro il Folletto Verde o Lex Luthor, ma da sempre anche contro la Fame e il Razzismo. Erano anche in prima linea contro il covid e insegnavano l’importanza dell’isolamento e dell’uso della mascherina.

Il vero potere del supereroe è perciò forse la sua forza aggregante, ciò che contribuisce a creare l’idea di nazione. L’Uomo Bandiera funziona ancor meglio della Bandiera da sola.

Ma in fondo gli eroi c’erano davvero quel terribile giorno, magari non super come si intende di solito nei fumetti, ma decisamente più concreti e utili.

Tanto che quelli di carta si inchinano al passaggio di poliziotti, vigili del fuoco, medici e infermieri, militari, fanno un passo indietro perché gli si tributi il giusto onore.

Anche persone comuni, come quelle che sfidarono i terroristi sul Boeing 757 evitando, a costo della loro vita, che si schiantasse sul bersaglio previsto.

Perciò, anche se solo sulla maglietta, non è il civile che si trasforma in Superman dentro alla cabina telefonica, ma il contrario.

Tra le pagine di questi due volumi si alternano immagini equilibrate come il ricordo di Balbir Singh Sodhi, la prima vittima dell’isteria anti-musulmana, e altre meno, come la favola di Stan Lee che racconta del regno di un sovrano elefante attaccato dai biechi topi (non tutti i topi sono biechi, si affretta a dire, ma sono comunque tutti topi) e della conseguente furia vendicatrice del suddetto pachiderma.

Nel 2002 la Marvel compie la discutibile operazione di inserire i riconosciuti veri eroi dell’attentato in un ambito supereroistico e di sfruttarne così la popolarità. The call of duty: the brotherhood, the ward, the precint sono tre miniserie che avrebbero potuto condurre ad una vera e propria collana ma che, per fortuna, rimasero un singolo episodio.

Nel 2007, in un certo modo, David Morrell (l’autore di First blood dal quale fu tratto il film Rambo) e Mitch Breitweiser concludono questo goffo tentativo con la mini Captain America: the chosen, dove un Cap in fin di vita, ormai distrutto dal siero del supersoldato, cerca l’erede a cui passare il testimone, qualcuno più reale di lui ma che potrà continuarne la missione. Tutto ciò senza ambizioni di mega-saghe e la nascita di nuovi supermaschi, ma come un semplice dato di fatto.

Il cambio di linguaggio di George W. Bush sulla tragedia delle Twin Towers, da attacco terroristico ad atto di guerra, aveva lo scopo di cercare un sostegno dell’opinione pubblica per l’imminente campagna in Afghanistan ma soprattutto per l’operazione Iraqi freedom, con la quale intendeva finire l’opera che il padre aveva iniziato con la Desert Storm nel 1991 e così, forse, dimostrarsi alla sua altezza.

Falso che Saddam avesse un ruolo nei fatti dell’11 settembre, che avevano in Osama Bin Laden l’unico responsabile; falso, come si seppe poi, che il tiranno custodisse delle armi di distruzione di massa.

Il risultato, dal 2003 al 2006, fu di almeno 300,000 morti.

Traendo spunto da una storia vera, nel 2006 Brian K. Vaughan e Miko Henrichon danno alle stampe Pride of Baghdad che racconta di una famiglia di leoni fuggiti dal loro zoo danneggiato dai bombardamenti e che vagano in una città semi-distrutta. Nonostante il tratto disneyano del disegnatore, la storia è cruda e con un tragico finale.

La guerra entra prepotentemente nell’universo seriale della Marvel: Flash Thompson, nemico/amico di Spiderman, viene spedito in Iraq e torna a casa senza gambe.

Intanto la commissione che doveva studiare le circostanze nelle quali era avvenuto l’attentato stilava il suo rapporto e il fumetto lo raccontava a suo modo. Nel 2006 Sid Jacobson e Ernie Colòn furono incaricati dell’operazione ed eseguirono perfettamente il compitino. Molto più sanguigno e libero il loro successivo volume del 2008, After 9/11, che descriveva le successive, devastanti guerre, e ancor più duro e crudo The torture report del 2017, sulle crudeltà compiute nella prigione di Abu Ghraib e a Guantanamo.

Nel 2019 lo scrittore Jérôme Tubiana e il disegnatore Franc nella graphic novel Il ragazzo di Guantanamo, consegnano all’opinione pubblica la storia di Mohammend El-Gharani rapito dall’esercito pakistano, venduto agli americani, torturato per sette anni e accusato di vari attentati, alcuni che avrebbe compiuto quando aveva solo sei anni (!).

Nel frattempo anche Cap si sporcava le mani tra le macerie del World Trade Center nel ciclo di John Ney Rieber e John Cassaday (2002) e poi veniva spedito da Nick Fury in una sperduta cittadina americana sulle tracce del superterrorista Al Tariq, per porre fine alla sua minaccia.

Decisamente più sanguigna (e discutibile) la proposta di Frank Miller che con Holy terror (2011) mette in scena una vera e propria carneficina ai danni di ogni supposto terrorista. La storia è così violenta da essere stata rifiutata dalla D.C. che impedì a Miller di utilizzare il personaggio di Batman.

All’opposto, In the shadow of no tower di Art Spiegelman (2004) raccontava la tragedia delle Torri Gemelle come un doloroso diario inframmezzato dalle apparizioni di vecchi protagonisti del fumetto americano come Happy Hooligans, quasi un tentativo di recuperare quella pura innocenza, ma non risparmiando aspre critiche al presidente. Anche lui, per ragioni ben diverse, venne osteggiato e all’inizio la sua opera uscì solo in Germania.

In un clima di distensione, prima in sordina, poi con decisione, tra i super a stelle e strisce cominciano a comparire eroi con burqa, il cui rappresentante più famoso sarà nel 2012 Simon Baz, libanese, musulmano, mezzo delinquente e poi, finalmente, Lanterna Verde della Terra.

Nel 2007 esce in Kuwait The 99, il fumetto supereroistico tutto islamico di Naif al-Mutawa per la Teshkeel Comics, il cui nome faceva riferimento ai 99 appellativi di Allah.

Il gruppo avrà l’onore di un epico scontro con la Justice League (2010) scritto da Fabian Nicieza e Stuart Moore e disegnato da Tom Derenick.

Ma non tutti gli autori di fumetti sono buonisti.

Nel 2015 Bosch Fawstin pubblica Pigman, the jihadist worst nightmare, super che, indossando un’opportuna maschera da maiale, terrorizza, e picchia, ogni arabo incontrato.

Nel suo Doonesbury, Garry B. Trudeau seguì attentamente, come suo solito, le vicende americane del periodo, sottolineando ogni stortura e assurdità perpetrata.

Il suo Bush, pur non comparendo mai fisicamente, smette il suo innocuo cappello da cow-boy per indossare l’elmo da imperatore romano che si spelacchia via via che la guerra perdura e le magagne vengono al pettine.

Ad ogni scomoda domanda dei giornalisti lui risponde con un: «9/11!» come se questo giustificasse ogni nefandezza.

Un personaggio di Trudeau, B.D., perde una gamba in Iraq e viene colpito dal PTSD (disturbo da stress post traumatico) che si scoprirà dovuto anche ad un suo errato ordine con conseguente massacro di civili inermi.

Qualche anno dopo la proclamazione del Patriot Act (2001) che dava mano libera alle forze dell’ordine di sorvegliare, indagare e arrestare ogni persona ritenuta sospetta, Mark Millar e Steve McNiven lanciano la super-politica mini serie Civil War (2006).

A seguito dell’esplosione a Stamford del criminale Nitro, provocata dall’atto sconsiderato dei New Warriors che aveva creato una vera e propria strage, il governo degli Stati Uniti decide di costringere ogni eroe in spandex a rientrare nei ranghi, dichiarare la propria identità e ubbidire alle regole.

Più nessun vigilante, solo militari obbedienti. Il conflitto tra un Iron Man filo-governativo e un Capitan America vero spirito libero porterà ad ulteriori tragedie.

Nel 2011 Rik Veitch pubblica The big lie, racconto fantastico (è un viaggio nel tempo compiuto per tentare di salvare le vittime dell’attentato) che dà voce alle varie teorie del complotto (ad es. le torri fatte crollare con esplosioni controllate).

Nel 2012 invece, Jean-Pierre Filiu e David B. dipanano in tre volumi il lungo filo che legò nel tempo (Best of Enemies va dal 1783 al 2013) l’America e il Medio Oriente.

Nel 2009 l’elezione di Barack Obama riportò una certa tranquillità e di conseguenza leggerezza nei comic made in Usa che furono ben contenti di lasciarsi alle spalle dolore e denuncia per tornare a temi più consoni al loro spirito ludico/commerciale. Barack si fece innumerevoli selfie (con Spiderman, con Savage Dragon) ed ebbe anche l’onore di alcune serie personalizzate come Barack the Barbarian (2009).

Nel 2021 la Marvel ricorda l’evento nel breve racconto The four fives.

Spidey e Cap si ritrovano nel luogo del disastro, oggi memoriale fatto di due torri di luce, ad ascoltare i cinque rintocchi di campana, ripetuti quattro volte come ad ogni commemorazione di un vigile del fuoco morto in servizio.

Pete chiede a Steve: «Ne conoscevi qualcuno?», e lui risponde: «Tutti».

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