
Ivan, grazie per esserti reso disponibile per questa intervista. Stai proponendo da alcuni mesi materiale anche sulle pagine di KULT Underground e siamo quindi molto contenti di potere parlare di te e del tuo lavoro in modo un po’ più ampio, tenendo conto delle tue tante e interessanti attività culturali. Cominciamo con una domanda semplice: come si presenta oggi Ivan Pozzoni? Se dovessi raccontarti al pubblico che magari non conosce il tuo lavoro, come ti definiresti? Poeta? Teorico? Agitatore culturale? Tutto questo insieme?
Ivan Pozzoni si definirebbe: accademico, studioso, praxeta, giurista, filosofo, epistemologo, sociologo, antropologo, etnologo, letterato, psichiatra (forense), psicologo e storico. Io mi definirei, semplicemente, un sovversivo, conscio dell’urgenza di cambiare (Kuhn) e distruggere (Lakatos) il «paradigma» storico e sociologico, con la caduta della Lehman nel 2008, dichiarare la fine del moderno, e cambiare e distruggere il «paradigma» estetico modernista. Però, l’Italia, a differenza del resto del mondo, è in balia della camorra di scrittori e critici letterari settuagenari e ottuagenari. Pensano a Zanzotto. Non importa, in India ci sono arrivati nel 2025, in Italia (il Malawi letterario) ci arriveranno nel 2325. Io attendo.
In passato hai fondato e/o diretto riviste come Il Guastatore, L’Arrivista, Información Filosófica, hai animato movimenti come il NéoN Avant-Garde, hai introdotto in Italia la corrente Law and Literature e hai collaborato con numerose riviste internazionali, oltre ad organizzare gruppi di lavoro e spazi di conflitto culturale. Puoi raccontarci quali sono le attività, i progetti o i movimenti che oggi ritieni più rappresentativi del tuo lungo percorso?
Per me i nuclei centrali del mio cammino (θεωρεῖν) verso la verità, sono stati: 1. Il riconoscimento dell’esigenza di coltivare una strategia di existentielle polyphonie, con i centotrenta collettanei e antologie sulle «voci», coadiuvato dalle colleghe Stefania Nonvel (†) e Claudia Stancati; 2. l’introduzione della Law and literature e/o Literature and Law nel 2005, coi miei studi sulla letteratura ellenica antica, volti a demolire le sciocchezze della Cantarella e a seguire il corso di studi del mio maestro Mario A. Cattaneo; 3. la creazione, con Bauman, del movimento nazionale del NeoN-avanguardismo, coadiuvato da maestri d’ironia come Luciano Troisio, Leopoldo Attolico, Marzio Pieri, Francesco Piselli, Franco Marotta, Davide Argnani, e, autonomamente, del movimento internazionale Kolektivne NSEAE. I movimenti, hijacking, hanno fatto vittime illustri e ottenuto risarcimenti di circa 1.000.000€, con denunce/segnalazioni incorporate. La vostra soddisfazione è il nostro miglior premio. E un’altra ventina di iniziative che non abbiamo spazio e tempo di raccontare.
Veniamo a uno dei punti centrali del tuo lavoro recente. In una tua intervista del 2025, su Futuro Europa, definisci il Kolektivne NSEAE come una Nuova socio/etno/antropologia estetica. E aggiungi che il suo obiettivo è superare l’autoreferenzialità della poesia e opporti al sistema dell’arte inteso come industria. Quindi ti chiedo, che cos’è esattamente il progetto NSEAE? In che modo differisce dal NéoN avant-garde? E perché, secondo te, oggi è necessario parlare di sabotaggio estetico?
A differenza della neoN-avanguardia, avanguardia millenial dei tempi di krisis (chiunque, tranne Linguaglossa comprende che l’avanguardia domina i momenti di krisis e si annulla nei momenti di ristabilimento di un nuovo ordine), il Kolektivne NSEAE, con l’aiuto della new sociology, bund, kolektywne, assemblea nasce, col cambiamento e annichilimento del «paradigma» storico registrato da Zygmunt Bauman (moderno/tardomoderno) dal cambiamento e annichilimento del «paradigma» estetico modernista. Cosa facciamo: scriviamo e viavaiamo nel 2025 o scriviamo nel 2025 e viviamo nel 1985, con Nazione Indiana? Pozzoni direbbe che è arrivato il momento di sbarazzarci di Linguaglossa, moderno storico, Nazione Indiana e le ulteriori camorrie moderniste, in vista dell’avvento del tardomodernismo letterario. Io direi che è arrivato il momento di sbarazzarci di Linguaglossa, moderno storico, Nazione Indiana e le ulteriori camorrie moderniste, in vista dell’avvento del tardomodernismo letterario. C’è identità di vedute. La neoN-avanguardia ha seguito il cambiamento, il Kolektivne NSEAE, con una strategia hijacking di legal e financial attack, neutralizza il vecchio che avanza e anticipa il 2300. [Giuro che non ho mai rilasciato interviste a Diva Futura: avrei voluto moltissimo].
In un’intervista su Hotel by Masticadores hai affermato che NSEAE oggi conta quasi 1.500 militanti stranieri, divisi in 25 gruppi nazionali. Si tratta di un’estensione enorme, che va ben oltre la tradizione italiana. Come ti sei costruito questa rete internazionale? E come convive il carattere locale della poesia italiana con questa vocazione globale e transnazionale?
L’intervista su Hotel, del gruppo editoriale internazionale Masticadores, ripresentata dalla giornalista filippina Michelle Navajas (Manila Today) è anacronistica. Il Kolektivne NSEAE verte su 1.500 artisti italiani e 1.500 artisti stranieri militanti (numero chiuso di movimentisti nomadi), con 36.000 “seguaci” in ogni area del mondo. Dal 2005, invece di scrivere sulle riviste rionali come “La Vallisa” di Giancane, ho iniziato, sfruttando la conoscenza, nella scrittura, di una trentina di lingue, a collaborare con 5.000 riviste di 100 stati nazionali (non credo che alcun «poeta» modernista italiano abbia oltrepassato Chiasso e Lubjana, impegnato a cercare di spartirsi la torta Mondazzoli). Da lì è nata l’equipe di reciproca traduzione internazionale, con base, in Belgio, Atunis, in Bangladesh, Pencraft, e in Cile, Off the record, e con duecento artisti che sto traducendo e mi stanno traducendo, diffondendomi in tutte le zone del mondo. La «poesia» italiana ha il valore dei canti tribali del Malawi.
Nella tua famosa anti-recensione termonucleare pubblicata nel 2025 sostieni di voler tagliare il filo spinato della Tradizione e del Canone. È un’immagine potente e violenta. Ma che cosa significa però in pratica tagliare il filo spinato? E come si traduce questo gesto teorico, filosofico, estetico, politico nella tua pratica poetica quotidiana?
La metafora è del famigerato marketing poetry Linguaglossa. Nella sua recensione al mio Il Guastatore (CLEUP, 2012) scrive: «[…] Vuole fare il guastatore, va con le cesoie per spezzare il filo spinato che il Novecento ha posto a difesa dei fortilizi della Tradizione e del Canone, tutte parole grosse che designano un significato preciso: i rapporti di potere che sotto stanno e sottendono i rapporti di produzione tra le istituzioni stilistiche maggioritarie. Pozzoni, a mio avviso, fa bene a buttare tutto all’aria e a carte quarantotto […]». La relazione coniugale con Linguaglossa è altalenante: in certi casi «[…] scrivo capolavori assoluti […]» e «[…] sono l’erede di Lunetta […]», e in altri mi manda insulti via email e mi colpisce alle spalle coi mediocri Ridolfi e Talia. «Tagliare il filo spinato» significa fare ciò che l’angofono chiama sapper, andare, senza copertura, nelle trincee nemiche a favorire l’attacco dell’esercito, beccare fucilate dai cecchini, voltarsi, e vedere che l’esercito è fuggito. L’esercito me lo sono, finalmente, costruito da solo, e attaccherò Lo Stato Pontificio a Porta Pia. Ho la fortuna di essere odiato dall’intero mondo artistico italiano: i lirico/elegiaci modernisti, col loro camorristico Stato Pontificio e i nuovi sperimentalisti ermetici (che sono in cinque).
La critica si è molto interessata al tuo lavoro recente. Valentino Campo ha definito Kolektivne NSEAE una poetica sovversiva e inedita, capace di spiazzare il lettore con invettiva e ironia. Roberto Ferrari, in un’altra recensione, ha scritto che i tuoi versi sono chiodi nella bara dell’autorialità borghese. Che effetto le fa questa lettura? Ti riconosci nell’idea di una poesia che agisce come un atto politico, quasi un riot-text?
La critica di opposizione (e anche di regime, come Villalta, Caccamo, Ladolfi, etc….) con Campo, Ferrari, Corsi, Priano, Bacca, Fo, Vaccaro, Pamio, Ferrari, Vitagliano e altre cinquecento recensioni/commenti favorevoli circa il mio Kolektivne NSEAE (Divinafollia, 2004) o il mio tardomodernismo approva il mio tentativo di cambiamento/distruzione del «paradigma» estetico modernista. Sono contento che inizino a comprendere la strategia tardomodernista: e mi riconosco nel riot-text, che ho inventato io.
Su The Cultural Reverence è uscita la tua poesia The Ballad of Villon, un testo cupo, intenso, pieno di immagini di morte, memoria, decapitazioni, danze macabre. Come si inserisce questo poema nel tuo percorso attuale? Che ruolo hanno la morte, la ribellione e la memoria storica nella tua poesia contemporanea?
La ballata di Villon è un frammento chorastico, della soglia, della liminalità (connesso alla NeoN-avanguardia). Possiamo dire che è un testo anacronistico. Conferisce dei riferimenti: Marziale, Villon, Brassens, De André. Gli altri – dato che i tempi di lettura sono limitati -, hanno scarso significato, e mi guardo bene dal visionarli, se non di sfuggita. La morte altrui moltissimo; la sovversione è il nucleo centrale del tardomodernismo; la memoria storica è una strategia adeguata a combattere le strategie di insonorizzazione e di damnatio memoriae utilizzate dal modernismo contemporaneo.
Una tua nota biografica pubblicata sull’INNSÆI Journal segnala che dal 2024 sei tornato sulla scena dopo un ritiro strategico durato alcuni anni. Vorrei chiederti perché questo rientro proprio ora? E cosa rappresenta per te questa nuova fase? È un nuovo inizio, un cambio di estetica, o la continuazione naturale di un percorso?
Perché nel 2018, con un saggio inserito, in ungherese, nella rivista dell’Università di Budapest (Il contributo «neon»-avanguardista alla concretizzazione di un’originale anti-«forma-poesia») avevo decretato la fine della scrittura moderna. E, coerentemente, a differenza di altri, ho smesso di scrivere: non di studiare, studiare, studiare. Nel 2024 davanti alla disfida decisiva tra regime Mondazzoli e opposizione, col declino del cucchismo, sono stato richiamato sul campo di battaglia. Mi sono dipinto il viso di azzurro, non ho indossato armature, e con la mia ascia da battaglia mi sono divertito a mozzare teste (vuote) di lirico/elegiaci. La conseguenza: lo sbattimento di rispedire i corpi alle famiglie. Il tardomodernismo, da letteratura della krisis, diventa letteratura del tardo-moderno. Per riconoscerlo, bisognerebbe abbandonare le metafisiche di Heidegger, Freud o Marx e studiare, metabolizzare, recepire, le conclusioni contemporanee scientifiche della new sociology, della new epistemology e della new anthropology.
Guardando al futuro, su cosa stai lavorando? Dove sta andando il progetto NSEAE? E cosa si può aspettare un lettore – o un aspirante militante estetico – da Ivan Pozzoni nei prossimi mesi?
Lavoro alla silloge Lo Stato Pontificio e al volume accademico Suggestioni etico/giuridiche in Giovannino Guareschi. Essendomi liberato di una “fidanzata” tossica, smaltisco e mi dedico al libertinismo (filosofico). Concludo la mia monumentale ricerca sociologica dell’arte dove si dimostra, su un campione di 12.000 artisti (…) il disinteresse verso la lettura dei medesimi addetti ai lavori (con nomi, cognomi, denunzie del KNSEAE a Gdf e MIM), con l’inutilità delle migliaia di sillogi annue a due lettori. Il lettore? Schiaffoni. L’addetto ai lavori camorrista e mestierante? Erziehung.
Ivan Pozzoni, grazie per questa bella chiacchierata. Ci capita fortunatamente spesso di incontrare autori interessanti, ma è raro incontrare autori che vivono la poesia non solo come forma espressiva, ma come campo di battaglia culturale e sociale e siamo sicuri che questo scambio piacerà ai nostri lettori. Grazie davvero per aver condiviso con noi la tua visione.