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Intervista con Marco Gamba

10 min read

I HAVE A DREAM

Marco Gamba Sextet

feat. Michaël Attias

Abeat records 2025

Questo disco è nato dall’urgenza di dire qualcosa che le parole da sole non riuscivano a contenere, trasformando le inquietudini, i dubbi, le speranze in suono.

“I have a dream” non è solo un titolo: è un omaggio a chi crede in un mondo diverso, più giusto, ma anche un modo per raccontare i sogni – belli o inquieti – che ci abitano ogni giorno. Le composizioni raccolte in questo lavoro sono il risultato di un dialogo continuo tra l’interiorità e ciò che ci circonda: la città, le sue contraddizioni, le ferite della storia recente, la memoria personale e collettiva.

E, soprattutto, c’è il suono di un gruppo vero, di persone che si ascoltano, che costruiscono insieme, prendendosi il rischio dell’imprevisto.

Grazie a chi ha prestato il proprio talento, la propria sensibilità, la propria umanità a questo progetto. E grazie a chi sceglierà di ascoltarlo senza fretta.

Marco Gamba

(Note sul booklet)

Paolo Malacarne – Trumpet

Michaël Attias – Alto sax (feat.)

Massimiliano Milesi – Tenor sax

Michelangelo Decorato – Piano Fender Rhodes, Live electronics

Marco Gamba – Double bass, electric bass, Sound Design, Compositions, Arrangements

Marco Zanoli – Drums

Tracks:

Urban reunion / The usual cheating / Pandemic / Aradeo / Kemmerspiel / Alter ego / I have a dream / Stop the traffic / Angels Day.

https://marcogamba.it/

www.abeatrecords.com

Intervista

Davide

Ciao Marco. Hai dietro di te un lungo, prolifico e assai articolato percorso artistico tra studi, incisioni, collaborazioni, concerti ecc. Come sei arrivato a “I have a dream” e come questo tuo ultimo lavoro riassume, racchiude e rilancia il tuo itinere creativo?

Marco

Ciao Davide. “I have a dream” nasce da anni di ricerca musicale, ma soprattutto dagli incontri, dai luoghi e dagli avvenimenti che ho vissuto nella vita di tutti i giorni. Ogni esperienza, ogni collaborazione e ogni concerto ha contribuito a costruire un bagaglio di emozioni e di idee che trovano ora forma in questo lavoro. Con “I have a dream” ho voluto sintetizzare il mio percorso artistico: raccoglie ciò che ho imparato, esplora nuove possibilità espressive e allo stesso tempo apre nuove strade per il futuro della mia musica. È un progetto che, in un certo senso, chiude un cerchio e allo stesso tempo lancia una nuova avventura creativa.

Davide

Inevitabile che il titolo di “I have a dream” rimandi al celebre discorso di Martin Luther King. Qual è il tuo sogno oggi?

Marco

“I have a dream” è l’occasione per lanciare un messaggio attraverso la musica su ciò che viviamo oggi nel mondo. Abbiamo bisogno di cambiamenti urgenti e di capire come migliorare la nostra vita e quella degli altri, soprattutto di chi sta vivendo situazioni drammatiche di sopraffazione, di guerra. C’è molta confusione e sofferenza, e non possiamo ignorarla. Il discorso di Martin Luther King è un messaggio potente e universale, e ho voluto prenderne spunto per trasmettere, attraverso questo lavoro, un’idea di speranza e di impegno per un futuro migliore.

E poi i miei sogni sono tanti, come quelli di tutti, e a volte si possono anche avverare: la realizzazione di questo CD è uno di questi.

Davide

La musica attinge alle emozioni più profonde e nascoste, offrendo un canale per esprimerle quando le parole sono insufficienti. Per questo la musica è considerata da molti una “rivelazione più alta di qualsiasi saggezza e di qualsiasi filosofia”, come disse Beethoven. La musica funziona poi da ponte tra il mondo interiore di un individuo e il mondo esterno, permettendo di comunicare e condividere sensazioni e sentimenti che altrimenti resterebbero inespressi. È stata questa l’idea portante durante la composizione e realizzazione del disco o quale altra?

Marco

Sì, lo hai detto benissimo, questa è stata proprio l’idea portante del mio lavoro. Ogni momento della mia vita, così come le esperienze delle persone intorno a me, mi ha dato spunto per comporre. Penso sempre che la vita sia un libro aperto, da cui si può trarre ispirazione per esprimere qualcosa, in tutte le forme artistiche, e la musica è uno dei modi più immediati e profondi per farlo.

Davide

Come si è formato il sestetto e in che modo avete condiviso questo viaggio musicale e nondimeno emozionale e di relative connessioni emotive anche tra di voi?

Marco

Ho formato il sestetto scegliendo ogni musicista in base alle esperienze e ricerche musicali di ciascuno, con l’idea che potesse arricchire ulteriormente la mia musica – e così è stato. Quando ho proposto loro di collaborare, hanno subito accolto l’invito con entusiasmo e partecipazione. Lavorare insieme è stato naturale, e il risultato è stato un viaggio musicale ed emotivo condiviso, pieno di energia e di sorprese per tutti noi.

Davide

Com’è nata la collaborazione con il sassofonista israeliano Michaël Attias che, oltre ad avere pubblicati numerosi album come leader e come sideman, ha suonato con luminari del jazz del calibro di Anthony Braxton e Paul Motian?

Marco

La mia crescita musicale è stata influenzata da un certo tipo di jazz e dall’attuale scena avant-garde newyorkese, che rappresenta anche l’ispirazione principale delle mie composizioni. Michaël Attias è un musicista di quest’area, e considerando le sue numerose collaborazioni con artisti che stimo moltissimo e il suo approccio musicale, la scelta di coinvolgerlo è stata naturale. Vive tra New York e Berlino, e quando l’ho contattato ha subito aderito al progetto con grande entusiasmo. Michaël è un musicista straordinario, e per me è stata una grande gioia poter collaborare con lui.

Davide

Se per Stan Kenton l’improvvisazione è la capacità di parlare a se stessi, cos’è invece per te, specialmente quando poi questo ascoltarsi e parlare a se stessi dev’essere condiviso con altri musicisti? Che ruolo ha inoltre l’improvvisazione all’interno di una tua composizione?

Marco

L’improvvisazione ha per me un ruolo predominante, perché rappresenta un’ulteriore composizione all’interno della composizione stessa. È libertà, un dialogo con noi stessi ma anche con gli altri, musicisti e ascoltatori. In quel preciso momento possono emergere tutte le emozioni, dalle gioie ai dolori, e tutto avviene in modo istintivo e spontaneo, costruendosi in una rete di corrispondenze tra tutti i componenti del gruppo.

Davide

Oggi la tecnologia sta trasformando l’ascolto della musica, rendendolo più veloce e frettoloso, distratto, superficiale e frammentario, e la musica viene utilizzata sempre più come sottofondo piuttosto che come esperienza immersiva. Come stai vivendo questo cambiamento?

Marco

Direi che non lo vivo molto bene, e nella tua domanda c’è già quasi la risposta. Sono ancora legato al “vecchio” mondo: preferisco acquistare il CD fisico o il vinile, per poter ascoltare tutte le sfumature che la musica può offrire. La tecnologia è sicuramente utile, ma allo stesso tempo rischia di ridurre tutto a un istante, e spesso non permette di valorizzare pienamente ciò che si ascolta. La musica compressa tende a perdere molte delle sue sfumature più delicate e l’ascolto frettoloso mortifica la musica di ricerca.

Davide

Veniamo ad alcune composizioni. “Pandemic”… In Italia il settore della musica e dello spettacolo ha sofferto particolarmente il lungo, troppo lungo periodo pandemico e tutte le relative chiusure a suo tempo decise. Com’è stato per te e come ne hai voluto rievocare con il brano in questione?

Marco

È stato un periodo davvero drammatico e allo stesso tempo sconvolgente: non avremmo mai immaginato di arrivare a tanto. Vivo in provincia di Bergamo, dove tutto è iniziato con molti decessi, e ogni giorno la situazione peggiorava. Il lockdown mi ha comunque permesso di continuare a insegnare con lezioni online, perché lavoro in diverse scuole, e allo stesso tempo mi ha dato l’opportunità di riflettere profondamente. Questo momento così intenso ha ispirato la composizione di “Pandemic”, che cerca di raccontare quelle emozioni e quell’esperienza collettiva.

Davide

“Aradeo” è anche un comune del Salento che ha visto nascere diverse realtà artistiche, e dove sono nati o cresciuti diversi noti artisti affermatisi poi a livello nazionale. Dunque, è questo tuo brano un omaggio ad Aradeo e perché o cos’altro?

Marco

Aradeo per me è un luogo magico, perché ogni anno ci passo le vacanze. Dopo il lockdown, quando finalmente si poteva uscire, io e la mia compagna ci siamo trasferiti lì per un po’, per allontanarci da tutto quello che era accaduto. È stato un periodo in cui avevo bisogno di ritrovare respiro e serenità. Questo brano è nato proprio in quel luogo e in quel momento, è stato il primo che ho scritto, quindi sì: è un omaggio ad Aradeo e all’energia speciale che mi ha dato in un periodo così difficile.

Davide

“Kammerspiel” rimanda alla recitazione da camera, un tipo di teatro che ha come vocazione la rappresentazione per pochi, in ambienti raccolti, dove la distanza tra attori e spettatori sia piccola, così da apprezzare tutte le sfumature nei gesti e nelle espressioni; qualcosa insomma di intimistico. Perché hai scelto questo titolo e riferimento rispetto invece al contesto musicale, quindi alla “kammermusik”?

Marco

Kammerspiel nasce come una sorta di prologo al brano Alter Ego, e in questo senso si lega direttamente al tema centrale del disco. L’idea di utilizzare questo termine, che rimanda al teatro da camera, mi affascinava perché evoca un’esperienza ravvicinata, quasi intima: un luogo in cui ogni dettaglio — un gesto, un’espressione, un respiro — assume un significato preciso. Nel mio percorso musicale, questo concetto si traduce nella volontà di avvicinare l’ascoltatore al cuore delle emozioni che racconto. Kammerspiel diventa quindi un invito a guardarsi dentro, a esplorare quelle zone della nostra interiorità in cui spesso convivono più interpretazioni della stessa realtà, quasi come se in noi abitasse un “altro io” che a volte ci spinge a cambiare prospettiva, opinioni o visioni della vita. Per questo il riferimento non è solo teatrale, ma anche musicale: sia nel teatro da camera sia nella Kammermusik c’è un rapporto stretto tra interprete e pubblico, una vicinanza che permette di cogliere sfumature minime ma essenziali. Ecco perché descrive perfettamente quel modo di vedere e sentire le cose da vicino, senza filtri, lasciando emergere tutto ciò che normalmente rimane nascosto.

Davide

Gershwin disse che la vita è un po’ come il jazz: viene meglio quando si improvvisa? Ribaltando i termini, si può anche dire che il jazz è un po’ come la vita? Cos’è per te e nella tua vita il jazz?

Marco

Per me il jazz è tutto. È la lingua con cui ho imparato a respirare nella musica e, in un certo senso, anche nella vita. Gli ho dedicato la maggior parte del mio percorso, ed è ancora oggi una forza che mi affascina profondamente. Il jazz ha questa capacità unica di rinnovarsi continuamente: ogni volta che lo interpreti è diverso, come se ti chiedesse di restare vivo, vigile, presente. In questo senso, sì: il jazz è un po’ come la vita. Ti invita a muoverti nel flusso, ad accogliere ciò che arriva, a trasformarlo. L’improvvisazione non è solo una tecnica, ma un modo di stare al mondo: significa accettare il cambiamento, lasciarsi sorprendere, trovare la propria voce anche quando la strada non è segnata. Fare sempre le stesse cose mi spegne. Il jazz invece mi riaccende ogni volta, perché mi mette davanti all’inaspettato e mi chiede di reagire, di creare, di crescere. E io vorrei che la vita facesse lo stesso: che continuasse a sorprendermi e a insegnarmi nuove possibilità, proprio come fa il jazz ogni volta che lo incontro

Davide

Cosa seguirà?

Marco

Il mio desiderio più grande è portare in giro questo progetto e condividerlo con chi lo ascolta. Spero che venga apprezzato non solo per la musica, ma anche per il lavoro e la passione che c’è dietro. Ogni concerto sarà un’occasione per far vivere l’intimità e l’emozione che il disco racconta. E poi naturalmente un nuovo progetto, ancora in embrione, nuovi brani a cui ho cominciato a lavorare…

Davide

Grazie e à suivre…

Marco

Grazie a te Davide e spero a presto!

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