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Intervista con Max Trabucco

9 min read

MAX TRABUCCO

CONVERGENCE

Max Trabucco – drums

Manuel Caliumi – alto sax

Federico Pierantoni – trombone

Federica Michisanti – double bass

Un quartetto composto da soli strumenti monodici che aggrovigliandosi tra loro danno vita a veri e propri quadri sonori. Le nove tracce che compongono questa pubblicazione discografica, sono il frutto di oltre due anni di ricerca e sperimentazione.

Il concept del progetto, si basa sulla convergenza di ritmi e melodie, le quali sommandosi tra loro creano una fitta rete armonica e danno vita ogni volta a qualcosa di nuovo e di diverso.

Ascoltando CONVERGENCE si intraprende un viaggio che passa dal jazz più tradizionale all’improvvisazione completamente libera, il tutto legato da un unico filo conduttore.

(Dal booklet)

Abeat records, 2025

The key / Convergence / Looking for something / Serendipity / Quiet / Evidology / Prayer for peace / Humans can’t / Ascendant

Intervista

Davide

Buongiorno Max. Mi ricordo di avere ascoltato, tra i tuoi precedenti lavori, quello di due anni fa con Luca Falomi e Alessandro Turchet, “Mare aperto”, a cui sono seguiti il singolo “Sad song” e l’album “Dreams” con Luciano Buosi e Mattia Magatelli. Come è nato questo tuo nuovo progetto, in continuità con i tuoi lavori antecedenti o meno, quindi verso quali nuovi sviluppi?

Max

Buongiorno Davide, al contrario dei miei lavori precedenti, questo nuovo disco è nato molto più lentamente. Il mio intento è stato quello di unire i numerosi puntini che in questi ultimi anni si sono presentati nel mio percorso artistico. Ho scritto il materiale in diversi momenti, ispirandomi a cose diverse; l’idea di base era quella di far intersecare melodie ed improvvisazioni, lavorando più sull’impatto sonoro del gruppo, che sulle composizioni in sé. In questi ultimi anni ho imparato che a volte ha molto più effetto un’idea forte e ben definita, magari non scritta su pentagramma, piuttosto che una composizione formata secondo dei canoni stilistici precisi. Lavorando in questa direzione mi sono accorto che non soltanto il mio modo di accompagnare cambiava radicalmente da un momento a un altro, ma che il tutto era reso molto più stimolante ed interessante

Davide

Come si è invece formato l’ensemble con Manuel Caliumi, Federica Michisanti e Federico Pierantoni, convergendo verso quale obiettivo comune?

Max

Ho conosciuto Federica Michisanti a Roma durante un mio concerto alla Casa del Jazz, ho ascoltato i suoi lavori e l’ho sentita suonare dal vivo. Una contrabbassista che già aveva lavorato senza strumento armonico, ma anche senza batteria, che quindi sapeva tenere in mano le redini della situazione. I due fiati sono arrivati un po’ per volta; prima ho fatto alcuni concerti in trio coinvolgendo oltre che Federica, anche Federico Pierantoni al trombone, il quale si è dimostrato essere non solo un ottimo esecutore di temi, ma anche un fantastico improvvisatore. Riascoltando alcune registrazioni sentivo però mancare alcune frequenze, ma anche un modo di improvvisare più agile – probabilmente a causa della natura dei due strumenti che avevo già coinvolto -. Avevo suonato già una volta con Manuel Caliumi, ed avevo un vivido ricordo della sua originalità al sax. La richiesta che gli ho rivolto di tornare a suonare insieme è stata accolta con entusiasmo e ricordo di essere rientrato a casa quella notte, dopo averlo fatto, esaltato e con le idee chiarissime. Di lì a poco ho concluso la scrittura dei brani, che l’anno successivo abbiamo portato in studio. L’ho fatto questa volta pensando non soltanto al suono e al tipo di strumenti che avevo coinvolto, ma anche alle rispettive personalità dei musicisti che mi avrebbero accompagnato in questa nuova esperienza.

Davide

La scelta di suonare solo strumenti monodici ha privilegiato un approccio alla musica di tipo più orizzontale che verticale (gli accordi) e contrappuntistico, che è comunque una relazione tra linee melodiche. Perché questa scelta?

Max

Quando ho iniziato a lavorare a questo disco, ancora prima di sapere cosa sarebbe effettivamente diventato, ho pensato ad un suono di gruppo. Sentivo la necessità di rinnovare il mio modo di comporre e di esprimere ciò che più mi piace con un impasto sonoro diverso dal solito. Ho scoperto la scrittura orizzontale – a più linee melodiche – e alcune soluzioni musicali di forte identità che non comprendevano uno strumento armonico. Inoltre, le diverse esperienze fatte in questi ultimi anni hanno allargato le mie vedute e hanno fatto maturare il mio modo di comporre, rendendolo, almeno per me, più fresco e nuovo. In «Convergence» c’è una mia personale rielaborazione della tradizione, dell’improvvisazione libera, ma anche una scrittura ponderata e indirizzata a questo tipo di formazione.

Davide

Come il ritmo e il suono indeterminato della tua batteria si connette con gli altri elementi monodici e melodici, attraverso quale relazione ideale con gli altri elementi?

Max

Beh, quello che cerco di fare quando suono con questo quartetto non è solo fare il semplice “batterista”; il mio intento è quello di valorizzare ciò che gli altri stanno suonando. Il mio strumento oltre ad essere fortemente ritmico ha delle caratteristiche melodiche e coloristiche. Giocando con questi elementi riesco a creare delle connessioni con i musicisti e ad amplificare le loro idee musicali – sia estemporanee che non.

Davide

Come sono nate le varie composizioni e come avete gestito i diversi momenti di improvvisazione o estemporizzazione? Nelle note sul booklet si parla inoltre di improvvisazione completamente libera. Vi sono dunque anche momenti di free improvisation, quindi di creatività totale senza una struttura, delle regole o dei limiti prestabiliti? In che modo avete voluto esplorare la spontaneità e l’immediatezza di una comune visione musicale d’insieme, attraverso quali equilibri con il materiale composto?

Max

Il percorso fatto fino ad oggi mi ha portato ad attraversare sia territori legati alla tradizione jazzistica, sia contesti di improvvisazione radicale, e oggi credo di poter dire che queste due anime convivano in equilibrio nel mio approccio musicale.

Trovare un equilibrio tra scrittura e improvvisazione è per me un aspetto fondamentale. Nel mio repertorio non c’è un vero e proprio “prevalere” di uno dei due emisferi: a seconda del brano e dell’intenzione che lo guida, il peso della scrittura o dell’improvvisazione può variare.

Alcuni brani, come ad esempio “Convergence” o “Evidology”, nascono da strutture più definite e lavorate nel dettaglio, mentre altri, come “Prayer for Peace” si sviluppano attorno a un’idea aperta, lasciando maggiore spazio all’interazione estemporanea. Quello che cerco, in ogni caso, è un equilibrio dinamico tra forma e libertà, tra progettazione e scoperta, che mantenga viva la tensione creativa e l’ascolto reciproco all’interno del gruppo.

Quando ho scelto di voler coinvolgere i tre musicisti che mi accompagnano in Convergence, sapevo bene che ognuno di loro ha una forte personalità sia in ambito improvvisato – parlo di improvvisazione pura – che legato più alla tradizione. Per questo non abbiamo avuto grosse difficoltà a trovare un equilibrio tra noi, il quale ci ha permesso di dar vita a scenari musicali estemporanei sempre diversi.

Davide

Tutte le composizioni sono tue, eccetto “Ascendant” di Elvin Jones, uno dei più influenti batteristi noto soprattutto per i suoi poliritmi e per essere stato il batterista del quartetto di John Coltrane. Perché questa scelta e che tipo di rilettura è stata da parte vostra?

Max

Sicuramente Elvin Jones è stato uno dei batteristi di riferimento durante il mio percorso di studi, non solo come esecutore ma anche come compositore. “Ascendant” fa parte di quei brani che mi hanno fatto riflettere sul modo di comporre e che mi hanno fatto capire che una forte idea – se suonata con convinzione e con la giusta intenzione, può essere molto più d’effetto che un brano scritto attraverso canoni stilistici ben precisi. Per questo ho voluto omaggiare la forte personalità di Elvin, inserendo un suo brano nel disco. Abbiamo cercato di suonare questo brano, cercando di renderlo uniforme al resto del suono del disco, dando però più spazio alla batteria – soprattutto nell’esposizione del tema e nella parte iniziale.

Davide

Nel contesto anche improvvisativo di “Convergence” mi ha colpito il titolo del brano “Serendipity”, parola che è stata concettualizzata come un tipo particolare di fortuna, che emerge da una combinazione di ricerca, contingenza e conoscenza pregressa. La serendipità richiede dunque una buona sintesi di preparazione e altresì un buon grado di apertura verso il nuovo anche attraverso l’incertezza o il dubbio generativo. Avete scoperto, ovvero trovato qualcosa di imprevisto cercato attraverso “Convergence”?

Max

“Serendipity” è per me il brano chiave del disco, ed ha una sua storia nascosta. Ho scelto questo titolo proprio perché rispecchia il momento in cui l’ho composto. Ricordo che quel giorno ero reduce da parecchie ore d’insegnamento. L’ultimo argomento che ho trattato è stato una delle frasi più celebri di Max Roach – contenuta nel brano For Big Sid del disco «Drums Unlimited», una frase spostata ritmicamente ed orchestrata sul set. Quando la sera, mi sono seduto al piano per comporre una ballad – ma per quanto mi sforzassi, avevo la frase di Roach che continuava a girarmi per la testa. Allora ho provato a scrivere un tema cucendolo sulla ritmica di quella frase. “Serendipity”, cioè qualcosa di inaspettato, che è proprio quello che è successo!

Davide

“Evidology” parrebbe un tuo neologismo. Da cosa nasce, per dare nome a quale concetto o tua scoperta, da quale esigenza di esprimere quale nuova realtà o idea o fenomeno verificatosi durante la realizzazione di questo brano?

Max

Su Evidology ho sperimentato la sovrapposizione di due standard che hanno fatto parte del mio percorso di studi – Evidence di Thelonious Monk e Anthropology di Charlie Parker – prendendone dei tratti, rimodellandoli e sovrapponendoli. Inizialmente suonavamo il tema di “Anthropology” sulla ritmica di “Evidence”- anche perché per chi non lo sapesse hanno la stessa struttura metrica. Poi però ho voluto scrivere un tema originale in stile Parkeriano, per renderlo più mio. Successivamente ho cambiato anche la struttura, inserendo un’introduzione, una coda e una serie di modulazioni metriche tipiche da batterista/compositore. Ho giocato alla fine anche con il titolo, creando un’unione tra le parole “Evidence” e “Anthropology” facendoli diventare “Evidology”. Mi sono divertito un po’!

Davide

“La prima volta che ho ascoltato Tony Williams, la mia vita è cambiata. Senza dubbio!…”- ha detto Mark Guiliana nel corso di un’intervista. Hai anche tu qualcuno o qualcosa in particolare che ti abbia cambiato la vita?

Max

E difficile riassumere in un solo nome tutto ciò che mi ha entusiasmato e stimolato sullo strumento. Direi che i batteristi che più hanno lasciato un segno nella mia vita – e in alcuni casi lo stanno ancora facendo sono: Brian Blade (una musicalità infinita) Bill Stewart (Swing e fraseggio da manuale) Ofri Nehemia (giovanissimo ma con un profondo controllo ritmico) e proprio Mark Giuliana (Groove, groove e ancora groove!)

Davide

Cosa seguirà?

Max

Al momento sto organizzando i concerti di presentazione del disco – prima data 29 Marzo al teatro Modena di Genova – e sto continuando il tour di presentazione del disco di Anais Drago “Relevè Live” assieme a Federico Calcagno. Nel prossimo futuro ho in programma di completare la trilogia di dischi con il progetto “Naviganti e Sognatori”, gruppo che ho in Co-Leadership assieme a Luca Falomi ed Alessandro Turchet e magari di pensare ad un secondo volume di “Convergence”.

Grazie Davide per il tempo e lo spazio che mi hai dedicato, e grazie a tutti i lettori!

A presto

Davide

Grazie e à suivre…

 

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