KULT Underground

una della più "antiche" e-zine italiane – attiva dal 1994

Intervista con Kozminski

9 min read

Dieci nuove tracce di cantautorato alt-rock per raccontare fragilità,
città vuote e rinascita: il ritorno dei Kozminski è Un oceano di zeri.

Venerdì 21 novembre 2025 tornano i milanesi Kozminski con il loro quinto album in studio intitolato Un oceano di zeri. Anticipato nelle scorse settimane dal singolo Il computer, viene pubblicato in formato digitale dall’etichetta pugliese NOS Records.

A sei anni di distanza dall’ultima pubblicazione, i Kozminski tornano con Un oceano di zeri, un lavoro composto da dieci brani che si muovono lungo le strade meno battute del rock, dove s’intreccia il linguaggio diretto dell’alternative con la profondità narrativa del cantautorato, tra suggestioni indie e risonanze wave, sorrette da una formazione essenziale – chitarra, basso, batteria, tastiere – e da due voci che, alternandosi, guidano l’ascoltatore in territori tanto ruvidi quanto evocativi. È musica che conserva la forza del gesto suonato, fisico, ma che non rinuncia alla riflessione: un equilibrio tra energia e pensiero, tra immediatezza e profondità.

Il disco non è stato ideato attorno a un concept unitario, ma col tempo ha rivelato un sottile filo che lega le canzoni: quello di una quotidianità fatta di figure comuni, fragili e disarmate, travolte da tecnologie invadenti, dal peso del passato e da città ormai prive di un senso reale. Eppure, dentro questo scenario disincantato, emergono possibilità inattese: l’alleanza consolatoria di una nebbia invernale, l’incontro improvviso tra due sconosciuti, la fuga visionaria verso altri pianeti, o semplicemente un Campari bevuto al bar per scacciare la siccità del presente.

Un oceano di zeri è quindi un affresco di smarrimenti e resistenze, di tentativi di orientarsi in un mare che sembra solo numerico e impersonale, ma che nasconde spiragli di umanità. Un disco che racconta, senza enfasi ma con lucidità, la possibilità di ritrovare un respiro comune anche nelle crepe dell’oggi.

Uno sweet spot tra riferimenti internazionali (Wilco, Elliott Smith) e italiani (Jannacci e Sinigallia).

TRACK-BY-TRACK | LE PAROLE DEI KOZMINSKI

1. L’aldilà | Un after-party dell’anima: tra domande esistenziali e bar di quartiere, un pezzo che trasforma ogni fine in un rituale da notte insonne.

2. Burger King | Amore al fast-food: due ex che si ritrovano sotto le luci al neon, con un’insalata tiepida e un cuore ancora troppo caldo per chiudere davvero.

3. Il computer | Electro-apocalisse urbana: quando la tecnologia divora tutto – città, sentimenti, canzoni – una band di cyborg resiste e continua a suonare.

4. Nebbia bastarda | Shoegaze padano: una coltre grigia che – invece di soffocare – libera, smuovendo pensieri e ricordi che si sciolgono come fiato d’inverno.

5. Verso Giove | Dream-pop in orbita: smarrimento siderale e novanta lune a fare da lampioni a una fuga in una notte tra due sconosciuti che non ricordano il punto di partenza.

6. L’attesa | Un crescendo senza fiato: vite parallele, un viale deserto e il mare del Nord come eco di un’umanità sospesa tra attese temporanee o eterne.

7. Rocky barbùn | Milano notturna: un Campari contro la siccità delle relazioni, luoghi e riff che non si dimenticano e regalano un tetto di chitarre a chi non ne ha uno vero.

8. Santa Giulia | Torino che sussurra: tra giardini reali e caffè fuori orario, vale più rischiare di farsi male che smettere di giocare con l’amore e la vita.

9. QB | Un colpo al cuore: ogni giorno passa sempre uguale in un’esistenza priva di cambiamento. Tutto è immutabile.

10. L’occhio del diavolo | Una macchina che sfreccia sulla litoranea: una corsa al mare come rito di purificazione, tuffo nelle proprie fantasie per scoprire che la paura sa anche sedurre.

BIO

Attivi dal 2007 con l’EP Bausan, la band milanese Kozminski ha pubblicato nel 2009 l’album omonimo e nel 2013 Il Primo Giorno Sulla Terra, prodotto da Amerigo Verardi con la collaborazione di Giuliano Dottori e Andrea Mottadelli. L’album ha portato la band in tour in Italia e in Europa ed è stato accolto dalla stampa come un lavoro dal “rock nervoso, intenso come la wave e con la testa nel folk pop più astratto e stralunato”. Nel 2019 è uscito Sempre più lontani, sei brani sospesi tra il rock alternativo e l’indie. Dopo un periodo di assestamento interno, la band è pronta a firmare il suo ritorno con Un oceano di zeri: dieci nuove canzoni che si collocano, con lucidità e disincanto, dentro il grande libro collettivo della musica.

CREDITI

Marco Fornara | Batteria

Matteo Meneghello | Basso

Luca Tavecchio | Voce, chitarre

Federico Tonioni | Voce, synth, basso

Con la partecipazione di Giuliano Dottori | pianoforte in Il computer, Verso Giove e QB

Testi e musica | Kozminski

Registrato e prodotto da Giuliano Dottori al Jacuzi Studio e a Casamedusa di Milano

Mix e master | Max Lotti

Foto di copertina | Andrea Fasani

Foto | Valentina Flak

CONTATTI & SOCIAL MEDIA

FB | facebook.com/iKozminski

IG | instagram.com/kozminski

YT | youtube.com/@ikozminski
WS|
kozminski.it

Ufficio stampa Peyote Press

Precedenti interviste

https://kultunderground.org/art/17835/

(Il primo giorno sulla Terra)

https://kultunderground.org/art/18822/

(Sempre più lontani)

Intervista

Davide

Ciao e ben ritrovati su queste pagine. Quali sono stati gli assestamenti interni del gruppo e a che punto siete del vostro percorso musicale e creativo, cosa continua e cosa si evolve con “Un oceano di zeri”?

Kozminski
Ciao Davide, piacere ritrovarsi! Le canzoni di “Un oceano di zeri” rappresentano, in un certo senso, un punto di arrivo. Alcune canzoni sono nate durante il covid, altre negli anni successivi, qualcuna invece è molto più recente. Abbiamo deciso di fissarle tutte insieme in un disco perché rischiavano di perdersi “come lacrime nella pioggia”. Per quanto riguarda la formazione, negli anni abbiamo perso qualcuno, e trovato qualcun’altro. Da un anno c’è con noi Matteo, il nuovo bassista, che ha contribuito non poco a dare forma alle idee del disco.

Davide

Come sono nate queste ultime dieci canzoni, intorno a quali idee musicali centrali e iniziali e a quali urgenze tematiche portanti?

Kozminski

Come ti dicevo prima, sono un po’ la risultante di canzoni che hanno resistito al prova del tempo (oltreché alle prove in sala): non c’è un fil rouge che le lega, piuttosto direi che le dieci canzoni dell’album disegnano un viaggio emotivo e urbano che attraversa relazioni, alienazione e ricerca di senso. È un racconto di vite sospese tra reale e surreale, dove la tecnologia, le città, le persone diventano specchi dentro i quali cercare il particolare che svela un mondo inaspettato.

Davide

Cos’è o chi sono “un oceano di zeri”?

Kozminski

Abbiamo preso spunto da un estratto di testo da “Il computer” il singolo che ha anticipato l’uscita del disco, rappresenta un po’ l’oceano di informazioni  – di bit, gli uni e gli zeri, appunto – in cui ci muoviamo ogni giorno. L’immagine di una distesa infinita e in continuo movimento di zeri ci piaceva. Come anche l’idea di nuotarci dentro.

Davide

Perché avete scelto “Il computer” come singolo ad anticipare l’album?

Kozminski

Risposta secca: perché ci piaceva. E forse rappresenta lo spirito sotterraneo dell’intero disco. Musica suonata con le mani su strumenti di legno, ferro e plastica che si misura con le varie forme di irrealtà che viviamo. E poi ci piaceva l’idea di fare un piccolo omaggio a Battiato, che un pezzo sul (personal) computer l’ha scritto nel 1985, anticipando in pratica tutti di quarant’anni.

Davide

Il rock è ancora attuale, anche se non è più il genere dominante nelle classifiche pop. Continua ad evolversi in diverse nicchie, come il rock alternativo e l’indie, e mantiene un seguito importante, specialmente nei paesi come il Regno Unito dove è considerato un fondamento culturale. Molto meno in Italia. Cos’è per voi ancora il rock, specialmente in Italia, anche come atteggiamento esistenziale e come atto e fatto creativo e intellettuale?

 Kozminski

Come sta il rock è difficile dirlo. Per noi sta bene. Visto che è il nostro ambiente naturale, la musica che abbiamo da sempre dentro le nostre orecchie.

Davide

Ci sono città di evidente bellezza che si danno a tutti, e altre segrete che amano essere scoperte. In questo Milano e Torino credo si somiglino. Da torinese ho gradito molto “Santa Giulia”; com’è nata e dopo quale vostra esperienza torinese?

Kozminski

Abbiamo sempre avuto una fascinazione per le città, spesso fonte d’ispirazione delle nostre canzoni: oltre che contesto o sceneggiatura, sono state spesso un pretesto per raccontare una storia, uno stato d’animo, i personaggi stralunati delle nostre canzoni. “Santa Giulia” non è solo un quartiere, ma tutta una città che incoraggia un titubante personaggio a bere un caffè con una sua amica. Eh sì, Milano e Torino si somigliano molto nella loro bellezza interiore, non possiamo che esser d’accordo con te (anche se la “Santa Giulia” milanese è molto distante da quella torinese).

Davide

Qual è invece la vostra Milano? È ancora la città che non si ferma, non si commisera, che è piena di energia e progetti, che prende tanto, ma dà di più, moltiplicando ogni cosa, come ne ha scritto l’aforista Fabrizio Caramagna?

Kozminski

La nostra Milano è quella dei posti che frequentiamo. Delle strade che percorriamo. Delle persone che incrociamo. Delle parole e delle immagini in cui inciampiamo. È una città, come dire, che non ci convince. Che nasconde qualcosa. Come quelle persone che ti sommergono di parole e non sanno ascoltare.

Davide

La distopia è un “cattivo luogo” in cui una società futura immaginaria diviene indesiderabile o spaventosa (controllo totalitario e sorveglianza, distruzione ambientale, ingiustizia sociale ecc.): insomma, il contrario di un mondo ideale e desiderabile (salvo il formarsi di altra mentalità). Le distopie servono dunque come avvertimento. Voi, da quali potenziali futuri o già attuali pericoli mettete in guardia attraverso le vostre canzoni? Qual è per voi la funzione sociale della musica e della canzone?

Kozminski

La distopia classica, quella che intendevano gli scrittori di fantascienza del passato, è ampiamente superata. Uno dei temi ricorrenti delle distopie che ci sono arrivate dall’arte è il controllo. Regimi e società che avevano controllo totale sulle persone, pensieri compresi. Ora forse è l’uomo che ha deciso di farsi controllare. La domanda interessante potrebbe essere perché ha deciso di farlo. Noi, naturalmente, non abbiamo una risposta. Semplicemente l’idea che “un uomo non è un uomo senza un’utopia” pare essere stata sostituita da “un uomo non è un uomo senza una distopia”. Noi però facciamo canzoni. Parole e musica che descrivono o inventano realtà, avvertire o metter in guardia non è il nostro terreno. Se la musica ha un funzione forse è quella di metterti in contatto con quella parte di te che di solito se ne sta acquattata in qualche angolo del cervello. Fargli aprire gli occhi e fargli capire che esiste. È già tanta roba, no?

Davide

Cosa seguirà?

Kozminski

Tutti i live che riusciremo a fare. E poi continueremo a coltivare il nostro orticello. C’è già qualche piantina che sta sbucando dalla terra. Robe di colori e forme che non avevamo mai visto.

Commenta

Il materiale presente, se originale e salvo diverse indicazioni, è rilasciato come CC BY 4.0 | Newsphere by AF themes.