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Social Network specchio delle mie brame – Giulia Carmen Fasolo

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dall’Homo Sapiens al Fomo Sapiens

ISBN 9788863003574

Di recente ho avuto modo di frequentare gruppi Facebook di utenti non più giovanissimi e di imbattermi in una variegata selva di comportamenti rilevanti sotto il profilo psichiatrico. La gamma va dalle manie di controllo alle azioni ossessivo-compulsive, dalla cleptomania alla costruzione di false identità. Senza volermi addentrare soltanto nei meandri deviati dei social, ho sentito il bisogno di approfondire i meccanismi che regolano la presenza (chiamiamola “esistenza”) online degli individui/utenti o, all’opposto, di comprendere i motivi della loro assenza, sia essa sofferta o gioiosa. L’ho fatto grazie a “Social Network specchio delle mie brame – dall’Homo Sapiens al Fomo Sapiens” di Giulia Carmen Fasolo (Ed. Smasher 2025), un saggio scritto con arguzia, intelligenza e ironia, che osserva il paradosso dell’uomo costantemente interconnesso che si sente escluso da ciò che conta, da ciò che vale, da ciò che lo renderebbe completo: il Fomo Sapiens, appunto.

Il Fomo (da Fear Of Missing Out, la paura di essere tagliato fuori) prova il terrore costante di non aver vissuto abbastanza in confronto a ciò che fanno gli altri. Mentre il prossimo viaggia, brinda, ama, si laurea, inaugura luoghi e situazioni, il Fomo Sapiens resta bloccato nel gesto del pollice che scrolla compulsivamente, girando a vuoto come un cavallo da giostra legato a un palo. Per lui il giardino del vicino non è semplicemente più verde, ma rappresenta la misura concreta del suo fallimento.

Poco importa se quello che vede il Fomo non è che una rappresentazione ottimizzata del suo prossimo: la fonte di inquietudine, per lui, è più che reale.

L’Homo Utente (il prossimo del Fomo) non si presenta sui social per come è o per come crede di essere. Ogni parola, ogni immagine, ogni gesto digitale è frutto di una cesellatura preventiva che lo inchioda in una perpetua “ritualità della presenza”. Se scrivo questo, se posto questa immagine, se commento in questo modo, cosa penseranno gli altri di me? In che modo potrò acquisire maggiore consenso in termini di like? Così l’Homo Utente finisce per recitare se stesso mentre cerca un improbabile equilibrio tra autenticità e accettabilità, visibilità e vulnerabilità, autenticità e premeditazione.

L’evoluzione dal Sapiens al Fomo, passando per quello che ho definito Homo Utente, trova fondamento nella tecnologia, uno strumento lungi dall’essere neutro o incolore, che dà una nuova spinta alla comunicazione trasformandola nell’ossatura stessa del vivere sociale.

Questo processo genera un divario che ha l’entità di una frattura, “tra chi possiede gli strumenti per produrre, manipolare e decodificare l’informazione e chi è mero consumatore passivo”. La conoscenza (o la possibilità di accesso) non è tuttavia sinonimo di democratizzazione, come la connessione non è sinonimo di libertà.

Il divario digitale è un processo sia quantitativo sia qualitativo: “più sappiamo, meno capiamo; più ci connettiamo, più disperdiamo il senso. La pretesa di una società coesa e informata cede così il passo a un panorama brulicante di frammenti, opinioni travestite da dati e verità urlate con il caps Lock”. L’informazione, da strumento di emancipazione, si trasforma così in confusione.

Il processo comunicativo ha bisogno di sempre nuovi strumenti che surclassano quelli precedenti, per garantire la novità e attirare nuovi utenti. Sono finiti i tempi della coesistenza tra media: “la carta stampata godeva di un prestigio quasi sacerdotale. E la televisione, benché plebea, dominava i salotti; l’informatica invece era una monaca chiusa in clausura, intenta a bisbigliare con macchine a nastro perforato”. L’attuale modello comunicativo integra e surclassa tutto. MySpace, Facebook, Twitter, IG, TikTok: il viaggio prosegue saltellando da una piattaforma all’altra con uno scorrere che sa di ere geologiche. La metafora del “grammofono in un mondo che parla in streaming” rende bene la velocità del “tutto scorre” che bolla il passato recente come preistoria.

E così corriamo dietro a ciò che è nuovo, raro, fuggitivo, transitorio, che ci appare necessariamente desiderabile. E questo non perché lo sia in sé e per sé, ma perché la sua mancanza ci risulta intollerabile. Non è tanto l’oggetto dei nostri desideri digitali a valere, quanto la nostra esclusione da esso a conferirgli valore.

Il Fomo (ma più probabilmente l’Homo in generale) è ingessato in una dialettica incessante fra l’esibizione di sé e la fragilità intrinseca dell’identità, tra il desiderio di possesso e quello della perfezione dell’identità digitale, tra il successo social e l’isolamento sociale. È tra questi poli di attrazione e repulsione che si consuma il cortocircuito narcisistico dell’individuo contemporaneo. Quando ne parliamo sembra di trattare di un lui o di un loro, anche se quello riflesso nello specchio dei social mostra più i tratti dell’io e del noi.

 

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