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82a Mostra Internazionale D’arte Cinematografica – Venezia 2025

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Con questa edizione festeggio il ventiseiesimo anno della mia presenza al Festival del Cinema di Venezia, condividendo in pieno le parole del direttore Alberto Barbera che l’ha ritenuta la superiore dei sui 14 anni di direzione. Personalmente, è, a memoria, la migliore a cui abbia assistito. Sicuramente nella media qualitativa delle pellicole, anche senza avere quei picchi esplosivi di film clamorosamente superiori ed inconfutabilmente da premiare, cosa che per altro, in tutti questi anni, raramente si sono verificati. L’impressione è che in questa edizione si sia avuto anche un numero superiore di utenti, soprattutto accreditati, che ormai da diversi anni non si era più visto, confermata anche dai numeri ufficiali che hanno registrato un 9% in più di presenze rispetto al 2024. Questo non ha intaccato la oramai collaudata macchina organizzativa, nata all’epoca da eventi funesti. L’undici settembre americano obbligò la creazione di varchi di controllo e l’accesso alle aree del Festival solo ai fruitori delle sale, il covid ha creato, cinque anni fa, il sistema delle prenotazioni online. E nonostante ancora qualche nostalgico delle code, le cose funzionano bene. Edizione anche ricca di tante star e attori famosi presenti, concentrate soprattutto nel primo weekend. Il motivo va ricercato probabilmente nella selezione di quest’anno del Concorso Ufficiale, molto ricca di registi famosi e già affermati. Quando era uscito il programma, già ci si era resi conto che poteva essere un’edizione interessante. Inevitabilmente questo ha anche creato aspettative, soprattutto su alcuni registi, e non tutti hanno rispettato le previsioni. Inevitabilmente con certi nomi, è scontato ripensare anche ai loro lavori precedenti. Lo si è sempre fatto. Nel Festival dello scorso anno una pellicola in concorso come quella di Pedro Almodóvar non rappresentava il meglio rispetto ai suoi lavori più famosi, però fu premiata ugualmente con il Leone d’Oro perché oggettivamente non c’erano altre pellicole degne di nota. Quest’anno i valori in campo si sono molto equiparati, e lo dimostrano i voti medi dei critici. Quindi, in via teorica, tutti avrebbero potuto vincere dei premi senza obiezioni. A mio parere invece, proprio in questa edizione, sono stati assegnati premi alquanto discutibili.

Ma procedendo con ordine, questo è l’elenco dei film premiati per il concorso ufficiale dalla Giuria di VENEZIA 82, presieduta da Alexander Payne e composta da Stéphane Brizé, Maura Delpero, Cristian Mungiu, Mohammad Rasoulof, Fernanda Torres e Zhao Tao.

LEONE D’ORO per il miglior film, “FATHER MOTHER SISTER BROTHER” di Jim Jarmusch (USA, Irlanda, Francia).

LEONE D’ARGENTO – GRAN PREMIO DELLA GIURIA, “THE VOICE OF HIND RAJAB” di Kaouther Ben Hania (Tunisia, Francia).

LEONE D’ARGENTO – PREMIO PER LA MIGLIORE REGIA, Benny Safdie per il film “THE SMASHING MACHINE” (USA).

COPPA VOLPI per la migliore interpretazione femminile, Xin Zhilei nel film “RI GUA ZHONG TIAN (THE SUN RISES ON US ALL)” di Cai Shangjun (Cina).

COPPA VOLPI per la migliore interpretazione maschile, Toni Servillo nel film “LA GRAZIA” di Paolo Sorrentino (Italia).

PREMIO PER LA MIGLIORE SCENEGGIATURA, Valérie Donzelli e Gilles Marchand per il film “À PIED D’ŒUVRE” di Valérie Donzelli (Francia).

PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA, “SOTTO LE NUVOLE” di Gianfranco Rosi (Italia).

PREMIO MARCELLO MASTROIANNI a un giovane attore o attrice emergente, Luna Wedler nel film “SILENT FRIEND” di Ildikó Enyedi (Germania, Ungheria, Francia).

La migliore pellicola in Concorso è stata, parere condiviso oggettivamente da tutti, il film della regista tunisina Kaouther Ben Hania, già nel Concorso Orizzonti qui a Venezia nel 2020. Non c’erano dubbi che avrebbe dovuto essere il Leone d’Oro. Il film ha avuto un impatto emotivo devastante. In tanti anni di Festival non mi era mai successo di vedere piangere a dirotto gli spettatori, commuoversi sì, ma non di uscire dalla sala praticamente annichiliti. La veridicità della vicenda e, soprattutto la protagonista, non può non creare, anche al più distaccato dello spettatore, un’empatia tale da rimanerne scioccato. Il film è, in più, completamente annegato nell’attualità, a Gaza, nel tragico contesto che la Mostra di quest’anno ha denunciato in ogni occasione, manifestando solidarietà in ogni momento. La pellicola, per altro, non esprime solo un valore per lo sgomento che suscita o per l’indirizzo politico che denuncia, ma è anche realizzata con cura. Non si può affermare che abbia un valore solo per il tema trattato. Ed infatti è stata premiata, ma non si ha avuto il coraggio di assegnarle il premio più importante che avrebbe meritato, innescando verosimilmente delle polemiche e riducendo il tutto in chiave politica. È paradossale che in questa edizione del Festival, dove le parole genocidio e Palestina sono rimbalzate incessantemente in qualsiasi contesto, la giuria non sia stata raggiunta da queste voci. Ribadisco, non che andasse premiata solo per motivazioni politiche, ma perché era autorizzata a competere anche da un punto di vista cinematografico, proprio per quel livello medio di cui si parlava precedentemente. Se poi il Leone d’Oro viene assegnato a Jim Jarmusch, allora questa cosa è ancora più irritante. Io adoro Jim Jarmusch, è uno dei miei registi preferiti, ma proprio per questo non ho potuto non constatare come in quest’ultimo lavoro, forzandosi a riproporre qualcosa di già visto nella sua filmografia (approccio non proprio positivo), non riesca ad essere efficace come nei suoi precedenti lavori. Ho trovato questa pellicola una via di mezzo fra “Taxisti di Notte” e “Coffee and Cigarettes”, senza però la verve dell’epoca. Non basta riproporre sempre un Tom Waits cialtrone per essere efficaci. A mio parere non meritava neanche un premio, figurarsi poi il Leone d’Oro, a maggior ragione al posto di “THE VOICE OF HIND RAJAB”. Ma anche riguardo gli altri premi sono molto critico. La miglior regia a Benny Safdie poteva anche starci, se quel tipo di film non ricordasse così da vicino certe cinematografie già viste, il “The Wrestler” di Darren Aronofsky, vincitore proprio qui a Venezia nel 2008, o anche le saghe dei Rocky. Si è voluto premiare Toni Sordillo (meritato) per ricompensare il bel film di Sorrentino, che, visto i premi realmente assegnati, avrebbe allora potuto tranquillamente concorrere per il Leone d’Oro. Sorrentino è stato uno dei pochi registi “famosi” del Concorso Ufficiale ad aver proposto una pellicola migliore rispetto anche ai suoi ultimi lavori. Il già citato Jarmusch, il “FRANKENSTEIN” di Guillermo del Toro (ormai quel romanzo è stato sviscerato e portato al cinema un’infinità di volte, e dopo il mitico “Frankenstein Junior” di Mel Brooks, credo che si debba chiudere cinematograficamente questo capitolo), il “BUGONIA” di Yorgos Lanthimos (trovavo nettamente migliore il regista greco quando era più “disturbante”), il “JAY KELLY” di Noah Baumbach (francamente deludente nel disegnare anche lui uno stereotipo di italianità piuttosto fasulla, comune a molti registi anglosassoni, come Ridley Scott), li ho trovati un po’ deludenti, pur riconoscendo le capacità registiche di tutti. Poco empatico, nonostante l’argomento, anche il film “ORPHAN” di László Nemes, da cui, dopo il magnifico “Il Figlio di Saul”, ci si aspettava molto di più. Anche “EOJJEOL SUGA EOPDA (NO OTHER CHOICE)” di Park Chan-wook, dai più candidato per un premio, pur proponendo una buona pellicola, ha presentato un lavoro che a me ha ricordato il “Parasite” Bong Joon-ho. Questo per ribadire che il film di Sorrentino, di gran lunga il migliore fra gli italiani visti in questa edizione, è stato premiato solamente per l’attore. Aprendo un’ironica parentesi, ho scoperto in questa edizione del Festival che noi italiani possiamo vantare i migliori attori in circolazione, visto anche i premi interpretativi ricevuti nella Sezione Orizzonti. Ben duplici, Premio Orizzonti per la Migliore Attrice a Benedetta Porcaroli nel film “IL RAPIMENTO DI ARABELLA” di Carolina Cavalli (Italia) e Premio Orizzonti per il Miglior Attore a Giacomo Covi nel film “UN ANNO DI SCUOLA” di Laura Samani (Italia, Francia), due film, soprattutto il primo, ampiamente sopravvalutati rispetto alle pellicole visionate nell’intero Concorso Orizzonti. Ma va da sé, si giocava in casa… Forse, anche per questo motivo, si è assegnato il premio a Gianfranco Rosi che merita un discorso a parte. Il regista era in Concorso con la pellicola “SOTTO LE NUVOLE”, e dopo la Roma di “Sacro GRA”, ci ha condotto nei segreti e nei problemi di Napoli. Gianfranco Rosi, che non amo particolarmente, potrei anche tollerarlo se cominciasse a non definirsi continuamente documentarista, cosa che ha invece fortemente ribadito anche nei ringraziamenti dopo la premiazione. Come se il titolo di documentarista potesse rappresentare un valore aggiunto. I suoi sono film costruiti, per lo più non c’è niente di naturale (macchina da presa che ritrae l’evento reale nel momento in cui sta succedendo cogliendone l’attimo fuggente), ogni scena ripropone la realtà, ma è assemblata come succede nel cinema classico di finzione. Altra pellicola premiata sovrastimata è stato il film cinese del regista Cai Shangjun. Anche se il premio è stato ricevuto come migliore attrice, probabilmente meritato per l’interpretazione, la pellicola non mi è parsa particolarmente eclatante, un melò contemporaneo francamente trascurabile. Se si voleva assegnare un riconoscimento a una pellicola anche solo per la prova attoriale, poteva essere preso in considerazione anche il film di François OzonL’ÉTRANGER”, personalmente classificato come grande prova d’autore, che riprende il romanzo di Albert Camus già trasposto cinematograficamente da Luchino Visconti nel 1967, con protagonista Marcello Mastroianni e Anna Karina. La pellicola è stata totalmente ignorata, per la verità, non solo dalla giuria ma in generale anche dalla stampa nazionale. Evidentemente la mia visione, supportata da una proiezione mattutina nelle migliori condizioni psico-fisiche, può essere interpretata come puro abbaglio, ma invito comunque, a chi ne ha la possibilità, a vedere il film. Ozon è un regista che il cinema lo sa fare davvero, e il cast di attori scelto per questa pellicola è realmente notevole.

Il “disastro premiazioni” è stato amplificato dall’imposizione Rai a trasmettere l’evento in diretta televisiva. Era dai tempi del biennio della direzione della Biennale Cinema di Moritz de Hadeln, con una sciagurata diretta televisiva presentata da Piero Chiambretti, che non si assisteva all’evento premiazione asservito a logiche televisive. In tutti questi anni la cerimonia era rimasta solamente concentrata sull’assegnazione dei premi, e le eventuali trasmissioni televisive delle varie emittenti non ne hanno mai stravolto il programma. Quest’anno la Rai ha voluto monetizzare l’evento, e la scelta di Emanuela Fanelli come presentatrice non è stata probabilmente casuale. La Fanelli, tra l’altro, è l’unica che si è salvata ed ha cercato di recuperare questa lunga ed estenuante diretta, con addirittura l’interruzione forzata fra le premiazioni e l’esibizione canora di Nino D’Angelo…

Ma definire questa edizione come la migliore è soprattutto per merito dei film. Due film veramente validi sono stati riconosciuti anche dalla giuria di quest’anno. La pellicola francese “À PIED D’ŒUVRE” di Valérie Donzelli, rappresenta un premio anche coraggiosamente non scontato per la tipologia di film, sul lavoro precario. Spesso in passate edizioni questo genere di pellicole è stato sistematicamente ignorato. Invece la pellicola merita, anche a sottolineare l’ottimo stato di forma del cinema francese, che ha proposto davvero dei buoni lavori. Anche l’altro francese in Concorso Ufficiale, “LE MAGE DU KREMLIN” di Olivier Assayas, adattamento del romanzo di Giuliano da Empoli, anche questo non particolarmente segnalato dalla critica ufficiale, ha il merito di ricostruire piuttosto precisamente l’ascesa di Putin e del potere assoluto che detiene in Russia, analizzando il cambiamento della nazione dopo la caduta del muro di Berlino e del conseguente disfacimento dell’URSS. Ma evidentemente è un film che lo spettatore cinematografico medio odierno fa fatica ad assimilare, considerato che ho sentito qualche commento di spettatori in sala che lo avrebbero proposto preferibilmente come serie su Netflix…

Il premio come migliore attrice emergente a Luna Wedler non può essere interpretato solo per meriti esclusivamente recitativi. Il film della regista ungherese Ildikó Enyedi, già messasi in evidenza per il suo bel film precedente “Corpo e Anima”, è realmente sorprendente, per le tematiche trattate e i “protagonisti” della pellicola.

La neonata sezione Venezia Spotlight ha offerto molti spunti interessanti e piacevoli visioni. I quattro film da me visionati “MADE IN EU” del regista bulgaro Stephan Komandarev, “À BRAS-LE-CORPS” della regista svizzera Marie-Elsa Sgualdo, “MOTOR CITY” del regista americano Potsy Ponciroli e “UN CABO SUELTO” del regista uruguayano Daniel Hendler, le ho trovate tutte ottime ed originali pellicole, con il rimpianto, a questo punto, di aver mancato il film vincitore della sezione, “CALLE MALAGA” della regista marocchina Maryam Touzani. Il premio assegnato, PREMIO DEGLI SPETTATORI – ARMANI BEAUTY, è stato l’occasione anche per un omaggio ufficiale a Giorgio Armani scomparso proprio durante lo svolgimento del Festival. Anche la vivace sezione Orizzonti ha programmato pellicole interessanti, da cui segnalare il PREMIO ORIZZONTI PER IL MIGLIOR FILM, “EN EL CAMINO (ON THE ROAD)” di David Pablos (Messico).

Persino nelle pellicole Fuori Concorso si sono viste cose meritevoli e non solo passerelle per i vip.

Piacevole ritorno di Gus Van Sant dopo sette anni dal suo ultimo film con “DEAD MAN’S WIRE”, una storia di cronaca americana ispirata al sequestro del broker di mutui Richard O. Hall da parte del suo cliente Anthony G. Kiritsis, avvenuto l’8 febbraio 1977 ad Indianapolis. Divertente anche la pellicola “DEN SIDSTE VIKING (THE LAST VIKING)” del regista danese Anders Thomas Jensen, che ripercorre quel classico filone della dark comedy caratteristico di certa cinematografia danese. Deludente invece il film di animazione “HATESHINAKI SCARLET (SCARLET)” di Mamoru Hosoda. Il regista giapponese che ci aveva deliziato con le sue ottime opere precedenti come “La ragazza che saltava nel tempo” o “Summer Wars”, qui ci propone una storia confusionaria intrisa di troppa retorica sul perdono e sull’amore, ispirata dall’Amleto di William Shakespeare.

Ed è proprio qui nel Fuori Concorso che ho visionato la peggior pellicola di questa edizione del Festival, “IN THE HAND OF DANTE” di Julian Schnabel. L’idea di mettere sullo schermo la poetica di Dante Alighieri attraverso un escamotage narrativo thriller-crime giocato su un duplice piano temporale, con il presunto ritrovamento del manoscritto originale della Divina Commedia, poteva risultare interessante ed originale. Il problema è che la pellicola risulta estremamente confusionaria, esprimendo in pieno gli interessi (la poesia, l’arte, la musica e la cultura newyorkese degli anni ’60) del regista Julian Schnabel, ma soprattutto tutti i suoi limiti di regia, facendosi travolgere dalla propria personalità, non trovando mai un equilibrio fra elemento poetico e narrativo. Complice un ricco cast di amici attori, da corpo a un insopportabile trash, culminante in alcune scene realmente imbarazzanti. Nemmeno giustificabili finanche costruite intenzionalmente, per il rispetto comunque da tenere verso il poema dantesco. Partendo da un Franco Nero che interpreta un mafioso di nome Don Lecco, a Martin Scorsese che sembra il Gandalf del Signore degli Anelli, a un improbabile Jason Momoa nel ruolo di capo clan mafioso, a un regolamento di conti finale da film amatoriale.

 

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