
lanieri Edizioni – 2024
EAN 9791254881293
“Il vampiro di Vanchiglia” di Donato Sergi (lanieri Edizioni – 2024) ci porta indietro alla fine del 1800, periodo in cui è stato ritrovato, all’angolo tra via Vanchiglia e via Artisti a Torino, il corpo senza vita di una bambina privo di sangue e con due fori sul collo.
A far luce su questo fatto di cronaca, così efferato da scuotere le coscienze della Torino dell’epoca, vengono chiamati diversi studiosi che affiancano le forze dell’ordine, tra cui l’accademico Giuseppe Turàt, esperto in comportamenti criminali.
Turàt si trova sin da subito in disaccordo con i suoi colleghi, ancorati a pseudoscienze tanto care a Lombroso che distinguono i condannati dai prosciolti a seconda della misurazione dei tratti somatici, a “particolari caratteristiche fisiche che saltano subito all’occhio esperto: la mascella inferiore prognata, poca barba, fronte sporgente”. È sufficiente rispecchiare certi tratti per essere classificati come criminali.
Per Turàt questo è inaccettabile: secondo lui il crimine e la devianza sono frutto di cause di carattere sociale. “Cerco la risposta alla domanda cardine” dice “ovvero: perché taluni soggetti abbandonano la strada maestra per quella deviata?”. La risposta non può essere trovata solo ricorrendo a misurazioni e rapporti, un ragionamento che può portare alla degenerazione: persone magre e spigolose credute maggiormente inclini a irrequietezza e iperattività; soggetti con tre linee parallele e circolari su una guancia sorridente classificate come folli; giovani bollati come “ritardati mentali” a causa della lunghezza della bocca pari al doppio di quella dell’occhio.
Eppure questi concetti sono ben radicati nella società dell’epoca, e in particolare tra gli uomini di scienza. A farne le spese non sono soltanto ipotetici criminali o deviati, ma anche le donne.
Il manicomio è la sorte che spetta a chi rivendica rispetto per la dignità femminile e un ruolo di parità con gli uomini: “loquacità, euforia, smorfiosità o impertinenza” sono sufficienti per l’internamento. Le cure che la scienza dell’epoca riteneva risolutive per queste malattie sono la tortura e le menomazioni. L’ignoranza, spacciata per innocenza, è un modo per evitare che la mente delle donne si fortifichi, per garantirne l’obbedienza e assicurare la stabilità sociale.
Un delitto come quello di via Vanchiglia non stimola solo la mente degli studiosi, ma evoca inquietudini e superstizioni, antiche credenze sul vampirismo e sull’eterna giovinezza garantita dall’assunzione di sangue umano. In queste pagine del romanzo emerge la Torino di notte, invasa dai suoi figli più ingrati (prostitute e ubriaconi, mendicanti e bravi) e lambita da segreti che fanno tremare i galantuomini più impettiti.
L’indagine di Turàt, coadiuvato dal giovane giornalista Achille Sacchi, si insinua tra normale e paranormale, ma sarà la logica a prevalere e a svelare il volto del colpevole. Perché “l’incubo (…) è il lusso di chi dorme. La scienza e la verità non possono permettersi di farlo”.