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Anime slave. Piccola saga famigliare in salsa agrodolce – Tessa Rosenfeld

4 min read

Linea Edizioni (Padova, 2023)

pag. 244

euro 16,00

“Lo stomaco mi punge all’altezza del plesso solare, lei non se ne accorge, continua a fantasticare, lo sguardo rivolto al mare”. Questa frase è incisa in un piccolo mondo creato da Tessa Rosenfeld sulla nave che sta portando la protagonista del romanzo, “Anime salve. Piccola saga famigliare in salsa agrodolce”, in Italia. Genova è vicina allo sguardo. Ben prima della culla difficile culla sanremese. E nell’incomprensione della madre, che invece d’accorgersi del dolore della bambina rievoca il capostipite della famiglia, Cesare, è chiusa tutta la distanza fra le due o tre vite almeno. “La costa ligure si avvicina, Nonna e Yolanda stanno appoggiate al corrimano, lo steward di prima classe superior mi solleva in alto affinché, pure io, possa vedere”, aveva anticipato, in apertura di paragrafo – uno dei trentacinque tenuti sotto titoli che riportano a effetto i nomi di piatti ma che evidenziamo pezzi (appunto) d’una saga famigliare -, infatti l’autrice. Che già in sede di prefazione aveva spiegato: “(…) In ogni famiglia si nascondono segreti che, per viltà o incuria non verranno mai a galla. Nella nostra era il samovar di Nonna Genia il custode di vicende irripetibili, archiviate in un immaginario popolato da steppe innevate e un Volga striato di sangue. Da tempo l’oggetto dal quale versava te bollente nelle tazzine di Sevres, riposa seppellito sotto scartoffie”. Secretato nel Salento, sta il samoavar che c’affascina subito subito. “(…) Come il polveroso folder, contenente trentacinque lettere indirizzate a mia madre da un architrave del suo passato: Mathilde Kschessinska, stella del teatro Marinsky, nonché moglie morganatica di Andrei Romanov, cugino primo dello Tsar. Tutte si concludono con lo stesso auspicio. Daragaya Yolitchka, promettez moi que vous viendrez me voir à Paris!” Mia madre, grande depressa, non soddisfò quel desiderio, Parigi rimase un miraggio costellato di memorie, come la fragrante madeleine proustiana
o le pommes frites divorate insieme all’adorato padre, gironzolando per il Trocadero. Sono io ad aver acceso una torcia sul passato”.
Diversamente dai libri, per dire, di Carmene Pafundi, autrice d’origine lucana che ha ambientato una saga in Basilicata, le storie di queste donne, monche di padre, passano dall’Italia al New Jersey
come niente. Ma proprio per le storie delle donne di Pafundi, quelle della merceria Alfani per dire, le figure femminili sono cuore e polmoni del romanzo. E, invece che le stoffe, stanno sta la presenza del cibo a sostegno della memoria: “i koulibiaka di pasta frolla, la soluzione Schoum, elisir per fegatosi impenitenti e del pollo arrosto, causa perenne di rampogne e bisticci”. Il libro di Rosenfeld è spassoso. Un romanzo che sembra scritto in stato di divertimento. Dal gusto vagamente yiddish. A tratti quasi, in apparenza almeno, scanzonato. Ma sotto sotto insomma questo libro fa riflettere su quel che dicono, fanno e sognano le persone. Su quel che sono.

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