KULT Underground

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Intervista con Elias Nardi

14 min read
 
 
Nato a Pescia (Pistoia) nel 1979 Elias approfondisce lo studio dell’OUD (liuto arabo) compiendo numerosi viaggi in tutto il Medioriente. Segue le lezioni del virtuoso palestinese ADEL Salameh, sviluppando un personale approccio allo strumento se pur nel pieno rispetto della tradizione liutistica mediorientale. Contestualmente porta avanti i suoi studi di contrabbasso classico e jazz.
Grazie al contatto costante con musicisti arabi, ha assorbito, secondo l’antico metodo della tradizione orale, la tecnica del liuto e le conoscenze teoriche relative al sistema musicale arabo, lo spirito e il senso di una musica modale che si tramanda da secoli da maestro a discepolo.
 
Oltre a sviluppare la propria ricerca musicale e compositiva con il suo progetto  "Elias Nardi Quartet" col quale svolge regolarmente l'attività concertistica in tutta Europa,  ha suonato, registrato, collaborato tra gli altri con il contrabbassista Ares Tavolazzi; con l'organettista Riccardo Tesi e Banditaliana; con il virtuoso di NyckelHarpa Didier François, con il pianista Pino Jodice e la fisarmonicista Giuliana Soscia; con il cantautore Max Manfredi partecipando alle registrazioni del suo ultimo disco "Luna Persa" (Premio Tenco 2010); con il fiatista Edmondo Romano; con il virtuoso di Tar Azero Fakhraddin Gafarov; con il clarinettista Ermanno Librasi e il percussionista Zakaria Aouna nell'Ensemble Sharg Uldusù; Riahi; con il TrioAmaro.
 
Il suo disco di esordio OrangeTree (ZDM 1006 – 2010) si è classificato 3° tra le migliori produzioni Etno/Folk/Revival al Premio Italiano della Musica Popolare Indipendente 2011 (MEI) e al n. 172 nella TOP 200 della World Music Chart of Europe.
 
Elias Nardi official website:
Ufficio Stampa
 
 
 
 
Elias Nardi Quartet
The Tarot Album
 
Elias NardiOud
Carlo La MannaFretless Bass
Roberto SegatoPiano, Keyboards, Synthesizer
Zachary J Baker – Drum Kit, Cymbals
 
1)The Lovers  
2) The Magician, The High Priestess and The Wheel of Fortune
3)The Hierophant
4)The Emperor  
5)The Chariot
6)Justice
7)The Hermit
8)The Strength
9)The Hanged Man
10)Death
11)The Empress and The Judgement   
12)The Temperance
13)The Devil
14)The Tower
15)The Star
16)The Moon
17)The Sun
18)The World
 
Guest Musicians:
Emanuele Le Pera  – Percussions,
Savino PantoneViola,
Dania TosiSoprano,
Andrea Vezzoli – Baritone Sax, Bass Clarinet
 
 
 
Produced by Elias Nardi
Co-produced by Carlo La Manna, Roberto Segato.
All music composed by Elias Nardi & Carlo La Manna except : "The Lovers"  by Elias Nardi."The Hermit", "The Devil" by Roberto Segato. "Justice", "The Temperance ", "The Star" and "The Moon" by Nardi/La Manna/Segato.
Original Recording, Additional Recordings and Editing: Roberto Segato, Elias Nardi, Carlo La Manna, Summer/Autumn 2011
Mixing and Mastering: Giacomo Plotegher and Elias Nardi @iHmO Soundlab, Trento (Italy) Autumn 2011.
 
 
 
INTERVISTA
 
Davide
Ciao Elias. Davvero un bel disco. Quando hai scoperto questo antenato del liuto, l’oud, e perché hai scelto di approfondire proprio questo cordofono insieme alla musica del mondo arabo-islamico o quella modale in genere?
 
Elias
Grazie mille, Davide!
Con l’oud  è stato un vero e proprio colpo di fulmine. Il tutto è nato circa 11 anni fa da una battuta che feci al fidanzato di mia cugina, originario del Marocco, quando quasi scherzando gli chiesi di procurarmi un liuto arabo. Fui preso in parola. Allora studiavo ancora contrabbasso classico e jazz, ma quando aprii la custodia dello strumento e cominciai a suonarlo rimasi letteralmente folgorato, come se lo avessi già suonato, e quello che mi dissi fu “Ma… io qui ci sono già stato…”. Fu come se avessi avuto una sorta di Deja vù in musica, ma a pensarci bene sembrava più un segno del destino: il mio nome è molto usato nel mondo arabo e in tutta la zona levantina e del vicino oriente e ho dei tipici tratti da siro-libanese; tutto questo pur essendo toscano purosangue! Da quel giorno la mia vita è veramente cambiata, dopo poco mi sono procurato un Oud di qualità superiore per cercare di tirarci fuori dei suoni più interessanti e, ho di conseguenza abbandonato tutti i miei precedenti studi musicali per dedicarmi solo al liuto con l’aiuto del musicista palestinese Adel Salameh.
 
Davide
Perché ti sei ispirato alle immagini sapienziali degli arcani maggiori e al “Giardino dei Tarocchi” di Niki de Saint Phalle a Capalbio per questo tuo secondo album e in che modo? C’è un tema o una ricerca in particolare che lega le 18 immagini ai tuoi/vostri brani?
 
Elias
Anche qui dipende da una specie di folgorazione. Io e Carlo La Manna, il bassista del mio quartetto nonché mio “fratello in musica”, abbiamo visitato un giorno il giardino di Niki de Saint Phalle e siamo rimasti a dir poco incantati dalle affascinanti e surreali sculture dell’artista Franco-Americana. L’ispirazione è quindi partita proprio dalle sue opere visionarie e da lì in poi abbiamo ritenuto opportuno documentarci sui tarocchi in genere, per distaccarci dalla sola visione artistica e per poter dare una nostra personalissima interpretazione che non fosse puramente didascalica. Il numero delle tracce non segue perfettamente il numero dei tarocchi dell’Arcana Maggiore perché due composizioni sono delle Mini-Suite che raggruppano più trionfi all’interno. Questo accade con “The Magician, The High Priestess & The Wheel of Fortune” e “The Empress & The Judgement”, seguendo in questo caso la stessa immagine della De Saint Phalle. A prima vista e ad un primo ascolto sembra mancare il Folle, ma in realtà c’è…
 
Davide
Tariqua in arabo vuol dire sentiero, via… Cosa accomuna simbolicamente musica e tarocchi?
 
Elias
Potremmo dire che la via della conoscenza è la vita stessa e che in essa l’uomo ha sempre tracciato delle simbologie per proteggere la propria anima dal “vuoto”. La musica ha un po' la stessa funzione secondo me, e in questo caso si insinua nella simbologia dei Tarocchi cercando di “amplificarne” il significato.
 
Davide
Avete registrato in Corsica. Un’isola davvero affascinante… Un luogo che ha influito in qualche modo sulla musica?
 
Elias
Io e Carlo ci siamo “esiliati” in Corsica per comporre e per registrare alcuni brani in pre-produzione, poi con il pianista Roberto Segato li abbiamo ultimati e il disco è stato definitivamente registrato e mixato a Trento, con il prezioso aiuto del fonico Giacomo Plotegher. Per quello che riguarda l’aspetto compositivo la Corsica ha avuto sicuramente un impatto determinante, soprattutto in un luogo ed in un periodo non frequentato da turisti. Diciamo che ci ha aiutato a preservare l’immagine delle opere della De Saint Phalle e a concentrarci per estrapolare le idee che ci potessero far concepire i brani anche seguendo gli Arcani Maggiori in modo svincolato dalla componente visuale.
 
Davide
Hai viaggiato molto in Medioriente. Cosa ne hai tratto? Come descriveresti attualmente lo spirito e il senso della musica medio-orientale?
 
Elias
Ho viaggiato in Medioriente a ridosso del mio colpo di fulmine con l’oud, quindi in pieno marasma 11 settembre 2001, Afghanistan e Iraq. Nonostante mi sia tenuto ovviamente  un po' a distanza di sicurezza da quelle aree specifiche, era comunque un momento molto particolare un po' in tutto il mondo arabo, seppur non ci fossero le agitazioni e le rivolte più o meno genuine dei giorni nostri. In questa sede mi limiterei ad affrontare il solo campo sonoro, e posso dire che mentre negli anni dei miei viaggi notavo una volontà di affermare e proteggere delle tradizioni in modo molto conservativo oggi noto dei cambiamenti anche solo all’interno dei confini arabafoni, quindi dal Maghreb all’Iraq. È come se si stesse un po' modificando il rapporto tra le varie scuole, quella Maghrebina, quella Egiziana, quella siro-libanese e quella irakena. Basti pensare che uno dei principali docenti di Oud al Cairo è Naseer Shamma che è irakeno che quindi si è portato dietro il suo “bagaglio” originale. Per quello che riguarda invece i musicisiti arabi in Europa o comunque lontani dai loro paresi d’origine noto alcuni artisti giovani veramente bravi e talentuosi che denotano un interesse sempre maggiore verso il tentativo di far coesistere con gusto i due mondi musicali. Gusto che, come opinione strettamente personale, se si escludono i rari e famosi casi “dei” Brahem, fino a qualche anno fa, vedevo un po' mancare.
 
Davide
Come occidente e oriente e come i tuoi studi classici e jazz e la modalità etnica si siano integrati nella tua musica è evidente all’ascolto; come invece hai elaborato più concettualmente questa tua personale fusione?
 
Elias
In realtà non c’è, o almeno non saprei dirti se c’è, una ricetta ben precisa. La volontà fin da quando ho preso il mio primo strumento in mano è sempre stata quella di fare musica “mia” e che fosse il più possibile originale. Tutto quello che c’è attualmente nei miei dischi è frutto di percorsi che sono stati così interiorizzati che per me/noi è tutto molto naturale e la concettualizzazione del lavoro arriva proprio nella sua ultima fase di stesura e di arrangiamento. Tendenzialmente la nostra ricerca parte da uno sviluppo tematico, evitando virtuosismi fini a se stessi e nel rispetto del buon gusto, cercando comunque di mantenere alto il livello di interesse e curiosità all’interno dei singoli brani dall’inizio alla fine. Ci possono e devono essere scelte ed arrangiamenti ineccepibili, o sperimentali ma cerchiamo di “sentire” sempre il tutto come l’espressione di noi stessi al completo, anche inserendo elementi di eccentricità ed interventi ironici (ironia che ho sempre apprezzamo molto anche in musica) oltre che “pescando” dal profondo dell’anima. Il tutto deve venire fuori in modo molto naturale, con onestà, e ci deve essere tanta, tanta Musica. Questa è la regola.
 
Davide
In cosa differisce e in cosa assomiglia, o cosa continua “The tarot album” rispetto al precedente lavoro d’esordio?
 
Elias
Sono due dischi molto diversi. OrangeTree, che è uscito nel 2010, racchiudeva tutte quelle che sono state le mie idee e le esperienze in un arco di tempo di quasi 10 anni, c'è dentro un po' tutta la mia vita fino a quel momento, e non solo musicalmente. The Tarot Album invece è stato pensato concepito e realizzato in un arco di tempo molto più stretto e composto prevalentemente a 4 mani col bassista Carlo La Manna. Oltre ad avere un contenuto musicale ed una durata maggiori The Tarot Album è un disco molto più verticale, nel senso che si è sviluppata sensibilmente la ricerca armonica rispetto ad OrangeTree. Abbiamo quindi abbandonato un approccio e un suono più Folk e che si poteva in qualche modo avvicinare maggiormente alla musica antica (ciò era dovuto in particolare alla Nyckelharpa di Didier François) e a quelle del bacino meridionale del Mediterraneo, prendendo una direzione decisamente più moderna, una sorta di ritorno verso un occidente contemporaneo.
La "svolta" è stata possibile cambiando metà della formazione. Da OrangeTree è rimasto infatti solo Carlo La Manna, con il suo basso fretless, mentre l’arrivo di Roberto Segato al Piano, Tastiere e Synth, col suo gusto infinito in sede di arrangiamento ci ha permesso di avvicinarci maggiormente alle sonorità Jazz, Progressive e Psichedeliche; l'apporto di Zachary James Baker ai piatti e al suo drumkit minimale ha completato l'opera di  “ritorno a casa". Ci piaceva ottenere un sound che potesse oscillare seppur con equilibrio tra l'acustico e lo "spaziale" e penso che ci siamo riusciti, rafforzando il linguaggio che caratterizza il gruppo da un po' di tempo e che ci sta permettendo di attraversare i generi senza confini. Invece un elemento di continuità con il precedente album è sicuramente riconducibile alla forte connotazione timbrica dell’Oud e alla sua interazione con il Basso Fretless di Carlo. I due strumenti  insieme formano anche in questo caso la spina dorsale del disco ed è probabilmente una delle caratteristiche predominanti del nostro sound e linguaggio.
 
Davide
Come descriveresti la “mission” dell’Elias Nardi Quartet e in che modo il gruppo lavora con te alle tue composizioni?
 
Elias
Qui mi riallaccio ad una delle domande precedenti. La nostra “mission” è quella di continuare nella ricerca, nella sperimentazione, di continuare a far musica con naturalezza utilizzadola come un calderone dove far confluire tutte le nostre numerose e più disparate influenze musicali, dandogli un senso, un “gusto” che possa essere solo il “nostro”. Per far questo c’è bisogno di un lavoro di gruppo totale e questo quartetto lo, è un vero e proprio gruppo. Tutti lavorano sulle idee e sui brani in modo molto attivo regalando alle composizioni il proprio “sapore”.
 
Davide
C’è un compositore in particolare a cui ti senti particolarmente riconoscente? Anche se per te magari non c’entrerà nulla, posso dirti che a me hai ricordato, non so se per approccio etnomusicologico, per come suona il  tutto o cosa, il Béla Bartók di matrice più folklorica?
 
Elias
I miei ascolti sono tanti e così differenti che faccio veramente fatica ad indicare chi mi abbia ispirato più di altri o qualcuno a cui debba essere riconoscente in particolare. Ogni ascolto che ho affrontato nella mia vita da divoratore di musica e dischi quale sono ha avuto la sua importanza. Da Bill Evans a Bach, dai Van der Graaf Generator a Munir Bashir o a Coltrane, dai Soundgarden a Brahms o a Brahem, da Garbarek ai King Crimson e così via e così via in ordine volutamente sparso e casuale per finire certamente a quel Bartok che citi e che come hai ben capito non posso non apprezzare proprio nella sua componente più folklorica. Non ho il culto del mito o la “divinazione” per un artista o compositore di qualsiasi epoca possa essere, è qualcosa che non mi appartiene e compete. Sono riconoscente alla musica, quella fatta bene, alla musica di qualità e di ricerca, tutta.
 
Davide
I tarocchi si prestano a molte interpretazioni d’autore. Io possiedo quelli di Sergio Ruffolo. Oltre alla interpretazione di Niki de Saint Phalle, ci sono altri “tarocchi d’autore” (sembra un ossimoro) che ti hanno particolarmente colpito? Cosa ne pensi invece di iniziative come quella dei tarocchi personalizzati in tema con le canzoni di Fabrizio de André?
 
Elias
Ho visto I Tarocchi di Ruffolo, sono molto belli. In questo lavoro però ti assicuro che gli stimoli visivi derivati dall’opera della De Saint Phalle sono stati talmente densi e profondi che li abbiamo davvero ritenuti sufficienti e non abbiamo avuto quindi né il tempo né l’occasione per concentrarci su altre rappresentazioni. Abbiamo preferito documentarci anche su altri aspetti dei Tarocchi, come quelli più filosofici presenti ad esempio nel pensiero di Jung, con lo studio degli Arcani Maggiori correlati all’"inconscio collettivo". Per quanto riguarda De André purtroppo non sono un grande conoscitore né appassionato delle sue opere e ammettendo la mia ignoranza in materia, posso tranquillamente dire di non essere stato a conoscenza di questi tarocchi personalizzati finché tu non me li hai citati! Mea culpa!
Mi documenterò senz’altro!
 
Davide
Quello dei tarocchi è un tema spesso visitato e rivisitato in musica… Mi vengono in mente Réjean Paquin, David & Steve Gordon, Steve Hackett (Voyage of the Acolyte), Dark Moor, Walter Wegmüller, Tomàs Marco e Juan Carlos Laguna… Dal momento in cui hai cominciato a lavorare a queste composizioni, ti sei posto il problema di come altri abbiano affrontato questo tema?
 
Elias
Assulutamente no. Siamo andati avanti a testa bassa volutamente, senza farci condizionare dagli altri ascolti in tema. Personalmente poi conoscevo in modo approfondito soltanto Voyage of the Acolyte di Hackett, disco che amo molto ma che sinceramente non ha avuto alcun tipo di influenza nella stesura del nostro lavoro.
 
Davide
Corsi e ricorsi, flussi e riflussi… Cosa ne pensi, da musicista e compositore senza schemi, ma comunque ascrivibili al “progressive”, del fatto che per dare rilievo a un ritorno a semplici schemi base della musica rock (e non solo) si sia coniato il termine “regressive Rock” o più semplicemente “regressive”? Cosa vuol dire per te “progressive” e al contempo il recupero di saperi e di suoni arcaici?
 
Elias
Generalmente, come immaginerai, non amo molto le catalogazioni; noto sempre uno sforzo eccessivo nel cercare di attribuire un “nome” ed un genere a tutto, anche quando c’è da parte degli artisti stessi la reale volontà di starne fuori o andare anche un po' oltre. Devo dire però che anche se è un po' troppo generico la definizione “regressive” è sufficientemente calzante per identificare quello che sta succedendo con il rock da più di 10 anni a questa parte. Ho avuto il piacere di scambiare due parole proprio si questo tema con Greg Lake, assieme ad un amico giornalista che lo ha intervistato a Firenze in occasione dell’ultima data del suo tour italiano.
Ai tempi del cosiddetto “progressive” o Art Rock i gruppi avevano una loro identità ben precisa ed il loro principale obiettivo era quello di avere il loro sound che li rendesse unici, facilmente riconoscibili e distinguibili dagli altri al primo istante di ascolto. Oggi questo non esiste più, I gruppi tendono a suonare tutti allo stesso modo, sempre più stereotipati anche nel suono. Potrei serenamente aggiungere che anche il valore della musica stessa è scaduto sensibilmente; non c’è più ricerca, non c’è più sperimentazione, non si rischia più niente ormai. Mentre il Prog Rock era definibile come “Musica Colta” in cui il contenuto forniva numerosi elementi all’ascoltatore esigente, affamato di informazioni musicali, il rock odierno è una musica molto “povera” e offre davvero pochi spunti di interesse. Sicuramente nel concepimento della musica che facciamo gli elementi progressive sono molto presenti ed importanti, e nascono dai nostri ascolti più intensi, riconducibili alla voglia di ricerca e sperimentazione che in questo caso contempla anche la riscoperta di alcuni suoni arcaici come quello dell’Oud. Quello che cerco come compositore sta perfettamente in equilibrio tra le due strade ed anche come strumentista la mia ricerca sonora sul liuto va sempre più in questa direzione.
 
Davide
Le Trio Joubran, Anouar Brahem, Said Chraibi… Sono molti i musicisti famosi virtuosi di dello ‘ūd. Chi sono i tuoi preferiti?
 
Elias
I tre nomi che hai citato sono tutti musicisti che apprezzo molto e in particolare sono molto affezionato alla poesia sullo strumento di Anouar Brahem. Ritengo però opportuno nominare un musicista come Munir Bashir che per la divulgazione e diffusione dell’oud fuori dai confini arabi ha avuto un’importanza unica. Personalmente devo dire che uno dei suonatori di oud che più mi ha colpito in assoluto è Saliba Qatrib, che era anche un bravissimo cantante e del quale purtroppo non esiste una discografia ufficiale ma solo alcuni “bootleg” di sue performance dal vivo risalenti per lo più agli anni ‘50/’60. Era dotato di una tecnica della mano destra (quella che muove la “risha”, la penna con cui si pizzicano le corde dell’oud) unica ed impressionante.
 
Davide
La musica non è altro che rumore, finché non raggiunge una mente in grado di riceverla, disse Paul Hindemith. Cos’è per te?
 
Elias
Sicuramente io non ho una mente in grado di concepire un tale pensiero e quindi rimango più coi piedi per terra. Per me la musica è il luogo-non luogo dove mi trovo più a mio agio, dove mi sento a casa. C’è, tutta la mia vita ed è il modo migliore per dar sfogo alle mie emozioni e ai sentimenti, alle gioie e ai dolori, sia che si tratti di suonare che di ascoltare. È il “mezzo” più affidabile e sicuro che io conosca per “viaggiare” e il più genuino che io possa avere per esprimermi.
 
Davide
Cosa seguirà?
 
Elias
Passeremo i prossimi mesi a portare in giro “The Tarot Album” in Europa più che possiamo, visto che alla fine la dimensione live è quella che preferiamo e che esalta maggiormente le caratteristiche del quartetto, ma stiamo già lavorando al nuovo disco e sicuramente non abbiamo alcuna intenzione di far passare troppo tempo prima di entrare in studio e registrarlo!
 
Davide
Grazie e à suivre…

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