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2008
2
Giu

Il Mestiere Delle Armi - Ermanno Olmi

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Una Tragedia
 
1.  La condanna delle armi, innanzitutto. Essa è esplicitata sin dalla citazione iniziale di Tibullo, che costituisce un'inequivocabile e netta condanna delle armi (prima ancora che della guerra, dell'istinto bellico, o delle pulsioni di violenza) come flagello per l'umanità. Di tutte le armi: non solo quelle da fuoco (che sembrerebbero a prima vista le sole ad essere oggetto di condanna nel film). Del resto va osservato che la scelta di Olmi è ricaduta su una citazione latina – proveniente da un'epoca in cui le armi da fuoco erano sconosciute.
2. La figura di Giovanni de'Medici, detto Giovanni delle Bande Nere, permette di mettere a fuoco uno snodo cruciale nella storia delle armi: il superamento dell'arma bianca e l'avvento delle armi da fuoco. Dei vari elementi che contraddistinguono Giovanni de'Medici, in gran misura negativi (la furia luciferina e animalesca, l'infedeltà coniugale), alcuni possono essere considerati virtù: la fierezza e l'impavidità. Un eroico coraggio da guerriero integro che incarna fino in fondo il proprio ruolo, un carattere che si salda immediatamente alla fedeltà all'arma bianca e alla predilezione per il confronto bellico individuale.
3. Le virtù del personaggio stridono aspramente a confronto con la corruzione umana e politica che lo circonda. Il mondo delle corti italiane del Cinquecento è dipinto con staticità e freddezza, con inquadrature fisse e figure ferme e irrigidite. Anche le personalità, nel corso del racconto, non evolvono, ma restano assolutamente immobili nella loro statica mediocrità. E' un mondo fantasmagorico, onirico, come un incubo malsano, il mondo bieco del compromesso politico senza etica e senza valori (in cui si legge anche una metafora della tempra politica che sempre contraddistingue l'Italia).
Gonzaga ed Estensi, questi principi machiavellici, ma che non seguono davvero i suggerimenti di Machiavelli, contrabbandano al nemico le armi da fuoco. C'è dunque una relazione tra il loro mondo (negativo in tutto e per tutto) e la viltà insita nell'uso delle armi da fuoco.
4. Si è detto che il personaggio di Giovanni de'Medici, se per contrasto si salva, resta tuttavia una figura sostanzialmente negativa. Anche le armi, come si è visto, sono tutte condannate senza distinzione (la citazione iniziale di Tibullo). Però il personaggio di Giovanni si staglia sugli altri anche perché in lui scorgiamo un accenno di evoluzione: una espiazione appena accennata, nella passione della sua agonia, nelle angosce, descritte con grande potenza visionaria, delle sue febbri. E' una deriva onirica nella quale rievoca la carnalità della sua relazione con la nobildonna, e immagina la moglie lontana (figura idealizzata, da lui e dal regista, simbolo di pace e concretezza domestica). Infine fronteggia con sovrumana fierezza la menomazione fisica (l'amputazione della gamba): ossia un'umiliazione del fisico che per lui è tanto più tremenda, quanto più i suoi valori erano connessi alla fisicità – forza, onore, coraggio, integrità.
5. E' necessario che questi valori, i suoi valori militareschi, vadano in cancrena, e che lui perisca con essi. Infatti non in essi sta la verità, quanto piuttosto andrebbe ricercata in una direzione che non è quella seguita da Giovanni, dagli eventi narrati, e dalla Storia: è la direzione uguale e contraria del "predicatore" che porta a spalla quel che resta della croce, e che le bande di Giovanni incontrano nelle nevi (un incontro che ricorda nella forma e nel significato quello tra la colonna di soldati e l'aborigeno ne "La sottile linea rossa" di T. Malik).
6. Può darsi che alla parabola discendente del guerriero si sovrapponga quella ascendente, spirituale, dell'uomo: tuttavia nel film non c'è vera redenzione né catarsi. C'è solo la breve vicenda degli ultimi giorni di vita di un individuo, il quale per contrasto si staglia nettamente sul contorno, ma non completa il salto, il passaggio in una dimensione "altra".
Il finale conferma quanto sia nero l'umore complessivo del film, con la menzione, in chiusura, della dichiarazione d'intenti – rimasta ovviamente inascoltata – per una messa al bando delle armi da fuoco. Appello vano, ancora attuale (il riferimento può andare alle armi di distruzione di massa), quel monito inascoltato chiude in nero un'opera che ha nel tragico il suo elemento primario.  
 
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:: Stefano Santoli
Mi chiamo Stefano Santoli, sono nato a Roma il 4 agosto del 1978 e, da quando ho memoria, amo scrivere. Oltre a qualche poesia, ho pubblicato saggi e articoli di argomento politico e giuridico sulle maggiori riviste accademiche italiane di diritto pubblico, durante gli anni del dottorato di ricerca a Siena. Ho una inguaribile e inestinguibile passione per il cinema, di cui sono onnivoro. Adoro trafficare per hobby con video amatoriali. Viaggio. Vivo, mi esprimo e lavoro a Roma.
MAIL: stefanosantoli@hotmail.com
 
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