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2006
17
Gen

Broken Social Scene – You Forgot It In People

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Postnovecento: la gioia anarchica di fare musica sembra figliare anomale band di postprog, colonne portanti l’elettronica e la psichedelia; spirito romantico, tecnica abnorme, ambizioni irrisolte, identità indefinibile e formazioni metamorfiche. Dai solarissimi Polyphonic Spree agli arkeggianti Arcade Fire, fino a questi Broken Social Scene: non manca molto e diventeranno corrente.
La vecchia Penguin Cafe Orchestra ha fatto scuola.
Toronto, Canada (qualcosa si muove, lassù). Kevin Drew e Brendan Canning sono i leader di questo progetto che ha coinvolto quindici musicisti: ne è derivato un disco imprevedibile, grezzo e lirico, intimista e vitale.
 
Incipit strumentale e vagamente Pink Floyd fase Waters leader: Capture the Flag è un viaggio distensivo e quieto, placido e lineare; lemme s’avvia, tra suoni algidi e vago incedere, alla rottura emi-grunge: Kc Accidental, ruvida e rockeggiante, ripetitiva e rumorosa, va suggerendo incandescenza e contrasto; bizantino, tuttavia, e – come insegnano gli ultimi Mercury Rev – capace di squarci melodici. Stars and Sons è qualcosa che s’avvicina a un ibrido tra Sparklehorse e primi Doves; basso depressivo puntella quella che pare una composizione malaticcia e polverosa. Evitabile qualche effettino anni Ottanta, odiosetto attorno al minuto secondo; ossessione puntuale, testo insignificante, passeggiata nel rock intimista; s’eccelle nel passaggio alla seconda metà del brano, s’insinua una variazione e ci s’accosta al precipizio con non molesta naturalezza. Psichedelia solleva dalla normalità: liberiamoci dall’armonia prima che soffochi l’intelligenza. Deragliare è gioioso. Almost Crimes è un andante che sfocia nel rock accessibile, mezzo pop-barocco mezzo post-punk; l’idea si comprende, la resa è fiacca. E piuttosto bolsa. Magari dal vivo si poga. Rimane robetta.
Looks Just Like The Sun è una concessione lo-fi, maestri consueti (Nick Drake, Neil Young), originalità nulla, sentimento – piace crederlo – parecchio. Gradevoli intrusioni franano sull’arpeggio; suoni, distorsioni, voci. Non basta a dire: nuovo; serve a dire: t’ascolterò dieci volte, poi m’avrai stuccato.
Diverso il discorso per l’ascoltatore adolescente: siamo alle solite, magari questi brani serviranno ad addomesticarlo a uno stile, sarà il tempo a trascinarlo sino alle radici: non smetterà di stupirsi pensando a quanto si ripetono idee, dettami e intuizioni antiche, nel rock e nel pop. Succede.
Andiamo avanti: Pacific Theme è un intervallo di cinque minuti dal sapore del divertissement: ludica e gaia, sembra nata come sottofondo a una ricca grattata all’addome, sorriso annesso. Chitarrine placide e tintinnanti, e via con le mani nei capelli; ah, quanto sono allegro quanto ascolto queste musichine. Magari è più divertente suonarle, non l’escludo. C’è qualcosa che puzza di jazz – terribile; e più terribile ancora sapere che quel jazz ha due o tre nei pop.
Il jazz non dovrebbe suonarlo un canadese. Nemmeno un borghese, in generale. Ibridarlo e manovrarlo qua e là non mitiga la suggestione negativa.
 
Anthems For A Seventeen Year Old Girl è elettronica, lenta e allucinata; discretamente trascinante nella (assai mite) progressione, non vale, nel canto di geisha, i Mum di Green Grass of Tunnel; ma si lascia addomesticare. Ennesima testimonianza della ricchezza di generi del disco è Cause=Time, che è qualcosa che può suggerire l’idea di un connubio The Police-Simple Minds avvenuto con venti anni di ritardo; ha difficoltà a uscire dal binario della ballata pop, è coerente nella sua natura monocorde; illusoria qualche deviazione dalla manciata d’accordi iniziale.
Ancora freddezza strumentale, decisamente drum & bass & elettronica, Late Nineties Bedroom; incidente jazz freddo e psichedelia onirica la successiva Shampoo Suicide.
Lover’s Spit è un vecchio pezzo degli U2 fase-Eno… non solo per via dell’interpretazione del cantante, decisamente figlia della lezione di Bono. Architettura, romanticismo e dolcezza del brano sono assolutamente U2.
Perché non scrivere “omaggio alla band” quando si crea qualcosa di così poco originale? Mistero. Manco a dire che s’è scelto di copiare, che so io, i Bardo Pond. Se ne sarebbe accorto Scaruffi e qualche altra decina di ascoltatori.
Plagiare è molto postmoderno.
 
Chiudono il disco due pezzi elegiaci: I’m Still Your Fag e Pitter Patter Goes My Heart, reprise orchestrale e classicheggiante dell’ottima Anthems for a Seventeen Girl. Ho l’impressione che questo “You Forgot It In People” sia stato un disco piuttosto sopravvalutato dalla critica indipendente; se n’è parlato per diverso tempo in termini entusiastici, tuttavia non mi sembra si possa avere particolare ragione di soddisfazione; dà speranza l’impressione d’assistere a una fase anarchica e caotica di sperimentazione e ibridazione dei sound, incuriosisce assistere a questo strano melting pot di strumenti e di musicisti; stordisce un po’ la tendenza all’identità da demone legione che i Broken Social Scene propongono all’ascoltatore; perché significa che manca un disegno, un’idea di base. Tutta ricerca, ripetizione, contaminazione e sperimentazione: questo disco è un geyser canadese, mettiamola così. Un geyser in Canada? Oh! (no?).
 
 
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ANTOLOGIA DELLA CRITICA
Scrive Michele Saran di Sentireascoltare: “Eterogeneo quanto una compilation, ma allo stesso incredibilmente coeso, è una raccolta di variazioni della struttura canzone votata a un lirismo accorato, a suo agio con i generi esplorati. Disco che precisa, per intenti, svolgimento e realizzazione, l’estetica definitiva della band di Toronto, You Forgot It in People è anche e soprattutto un mirato e sapiente tentativo di combinare disimpegno a (auto)ironia dosata con saggezza, romanticismo mani-in-tasca con tristezze corali, arrangiamenti sgargianti con cameo sperimentali”.
 
Secondo Ryan Schreiber di Pitchforkmedia, “I wish I could convey to you just how perfectly this record pulls off that balancing act, how incredibly catchy and hummable these songs are, despite their refusal to resort to pandering or oversimplicity. I wish I could convey how they’ve made just exactly the kind of pop record that stands the test of time, and how its ill-advised packaging and shudder-inducing bandname seem so infinitesimal after immersing yourself in the music. And I hate to end this saying, ‘You just have to hear it for yourself’. But oh my god, you do. You just really, really do”.
 
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DISCOGRAFIA ESSENZIALE e BREVI NOTE
 
Beehives, Arts & Crafts, 2004. B-sides e rarità.
You Forget It In People, Arts & Crafts, 2002.
Feel Good Lost,Noise Factory, 2001.
 
Toronto, Canada, 1999. I due giovani musicisti Kevin Drew (noto nell’underground come “Kc Accidental”) e Brendan Canning cominciano a collaborare. Attorno al 2001, s’uniranno Leslie Feist, Justin Peroff e Evan Cranley; una rocambolesca serie di integrazioni e abbandoni ha caratterizzato, da quel punto in avanti, e sta caratterizzando e connotando ancora la biografia e l’estetica della band. A dir poco, in fase magmatica.
 
Approfondimento in rete: sito ufficiale della band / Sentireascoltare / Pitchforkmedia / Broken Social Site / New Music Canada / Mtv / Rocklab / Scaruffi.
 
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:: Gianfranco Franchi
Lankelot (Gianfranco Franchi, Trieste, 1978), laureato in Lettere Moderne con una tesi sulla menzogna nella Letteratura del Novecento, è stato responsabile di due riviste letterarie underground: Ouverture (1998-2001, finanziata dall’Università Roma III) e Der Wunderwagen (2000-2003, indipendente). Dall’aprile 2003 al gennaio 2006 è stato coordinatore del portale indipendente di comunicazione e critica letteraria e dello spettacolo Lankelot.com.
Ha pubblicato due “laboratori” di poesia: “L’imperfezione – opera III” (2002) e “Ombra della Fontana.” (2003; e-book di Kult Virtual Press nel febbraio 2006). Un giorno o l'altro vedrà la luce la prima e ultima raccolta vera: quella totale. Si chiamerà “L’inadempienza”.
Ha partecipato, tra il 2001 e il 2003, a diversi programmi radiofonici di letteratura e spettacolo. È curatore del catalogo delle opere del pittore russo
Plotnikov. Collabora, o ha collaborato, a diversi siti, tra i quali preferisce ricordare: Kult Underground (con recensioni di dischi e libri), SuperTrigger e Kaizenlab (con recensioni di dischi)  Piazza Liberazione, OcchiRossi, Anpi Magenta (con recensioni di libri e film), Nuovi Autori (con racconti e prose varie). Collabora regolarmente con la rivista letteraria indipendente “Il Don Chisciotte”, coordinata da Luca Martello e Gianluigi Pala.
Nel 2005 ha fondato, e affondato, la sbarellata casa editrice Edizioni del Catalogo. Dal gennaio del 2006 è uno dei tre compari immaginari che animano Al Sangue. Lavora altrove.

MAIL: lankelot@fastwebnet.it
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