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2008
13
Feb

Parlami d'amore

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Nei panni di Sasha, un ragazzo cresciuto in una comunità di recupero per tossicodipendenti, Silvio Muccino arriva a Roma, dove trova lavoro come addetto alla ristrutturazione dei pavimenti di una grande villa. Il giovane Muccino indossa quindi la sua tuta da operaio e si guadagna il pane con il suo onesto lavoro. L'incontro fortuito con Nicole, dopo un incidente stradale, è l'inizio della sua educazione amorosa e sentimentale ad opera di questa donna, più grande di lui. Tra i due si instaura un gioco di complicità che dovrebbe insegnare al giovane Muccino come conquistare una donna e come sedurla. Egli è infatti innamorato di Benedetta, figlia del padrone della villa in cui lavora e che non vede da quando era bambino. La continua altalena dei sentimenti porterà il giovane Muccino prima tra le braccia di una e poi tra le gambe dell'altra, in sequenze dove l'erotismo trova la sua massima rappresentazione in un capezzolo succhiato con neanche troppa convinzione.
Visto che la storia langue, arriva a ciel sereno un'improvvisa rivelazione: Il giovane Muccino è un asso del poker. Attraverso le partite al tavolo verde il giovane Muccino scoprirà il lato oscuro della vita e si trasformerà da piccolo proletario in un piccolo yuppie, attratto da soldi, fica e alcol. Alla fine l'amore trionferà su tutto.
 
Le scelte registiche del giovane Muccino sono molto chiare. Uso perpetuo del primo piano in una continua glorificazione del proprio volto, uso di una luce soffice e delicata per dare maggiore luminosità ai propri capelli, uso del piano americano per mostrare un fisico che conosce abbastanza bene la palestra. Come attore il giovane Muccino sembra perennemente in stato di ebetismo, con un sorriso stampato sulla bocca che esce fuori in ogni occasione. Che sia gioia o dolore, felicità o tristezza, il giovane Muccino sorride sempre e comunque forse consapevole della tremenda fortuna da cui è stato baciato. Perché è questo il punto su cui riflettere e cioè che Silvio Muccino è uno tra i pochissimi privilegiati che in Italia alla bella età di ventisei anni può realizzare un lungometraggio, addirittura scrivendolo, dirigendolo e interpretandolo, mentre la maggior parte dei suoi coetanei è in continuo stato di sbattimento per un qualsiasi posto di lavoro. Questo è sbagliato. Questo fa davvero venire voglia di incazzarsi.
Muccino poi riesce là dove neanche Lars Von Trier o Michael Haneke erano arrivati. Spingere lo spettatore, almeno ogni cinque minuti, ad abbassare lo sguardo o a girovagare con gli occhi in sala aspettando che la scena passi. Si sente quasi il bisogno fisico di non guardare, di allontanarsi per un attimo dai grandi occhioni blu del giovane Silvio o dalle sue battute o dalla sua faccia che riempie per tre quarti del film ogni singola inquadratura.
La scrittura è poi vera miseria narrativa. I dialoghi fanno ridere quando non dovrebbero, il mondo della droga e della tossicodipendenza è mostrato come te lo aspetteresti in una pubblicità progresso, il ritmo della storia  ha la potenza di un ansiolitico.
E infine il giovane Muccino beve in continuazione Beck's e Coca Cola Light, veste Franklin e Marshall e lucida i suoi bei pavimenti di legno con Pronto, a testimonianza di come, per i giovani autori italiani, il product placement sia ormai diventato elemento drammaturgico a tutti gli effetti.
 
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:: Emiliano Bertocchi
Mi chiamo Emiliano Bertocchi. Sono nato a Roma il 22 giugno 1979. Perchè scrivo? Credo sia questa la domanda a cui debba rispondere. Scrivo perchè ne ho bisogno. Niente di più e niente di meno. Scrivere non è un hobby, o uno svago, o una cosa da fare tanto per fare. Almeno non per me. Io ne Sento il bisogno. Quando sto male, quando mi rode, quando sono incazzato, quando vorrei distruggere qualsiasi cosa ho davanti, quando amo, quando sto fuori, quando vivo. L' altra volta sono andato a un reading di poesie e mi sono accorto che leggere le mie poesie davanti ad altri è stato come andare in giro a raccontare a degli sconosciuti la propria vita. Preferisco stamparle e farle leggere le mie cose, piuttosto che leggerle io stesso. C'è meno intimità. E poi il lettore ritrova sempre se stesso nelle pagine che legge ed è preferibile che non si specchi troppo con chi le ha scritte. Scrivere è la mia libertà, il foglio bianco è la mia Anarchia, perchè lì sono veramente libero di poter dire, essere e fare tutto quello che voglio e come lo voglio. Gli scrittori che mi hanno fatto iniziare sono stati Charles Bukowski e Jack Kerouac. Grazie. E un grazie anche alle parole... le mie dolci amiche... vi prego non lasciatemi... non lasciatemi mai.
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