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2007
10
Set

Hollywood, Hollywood - Charles Bukowski

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A Hank chiedono di scrivere una sceneggiatura. Hollywood si rivolge a uno degli scrittori che ha cercato in ogni modo di distruggere il sogno americano o per lo meno di mostrarlo attraverso quei personaggi che mai lo avrebbero raggiunto. Hollywood vuole fare un film che parli di Hank e della sua vita. Hank si mette al lavoro.

Bukowski costruisce una galleria di personaggi assurdi e folli, incontra attori e produttori, entra nel mondo dorato di Hollywood senza nessuna ansia e senza nessuna aspettativa, si gode la sua breve permanenza, beve il più possibile, si prende quello che la vita ha ancora da offrirgli.

Stile asciutto ed essenziale, dialoghi fulminanti, assenza assoluta del sesso, Hank è ormai anziano, ha una nuova moglie che si prende cura di lui, una nuova casa e una nuova automobile. La sera porta da mangiare ai gatti, poi sale in camera e accende la radio, stappa la bottiglia, gioca con la poesia.

Il romanzo non è solo finzione. Un film da una sceneggiatura di Bukowski è stato realmente fatto, Barfly di Barbet Schroeder con Mickey Rourke e Faye Dunaway.

Una cosa è sicura. Bukowski di cinema capisce poco o nulla. A lui interessa la storia, la narrazione, la forma del romanzo. La sceneggiatura è l'adattamento di una storia a delle esigenze cinematografiche. E' qualcosa di diverso. Hank la scrive ugualmente, si fa aiutare da uno dei produttori per le parti più tecniche, parla un'altra volta di se stesso.

Come non mai, in questo romanzo, ci si accorge di come Bukowski sia riuscito a trasformare la propria vita in un insieme di storie da raccontare, di come abbia preso se stesso e lo abbia fatto diventare il protagonista di una vita marginale eppure eroica allo stesso tempo, romantica e nichilista, ironica e disperata.

Hollywood, Hollywood è un gioco, un modo per assaporare ancora la magia della pagina scritta, un modo per arrivare ancora ai suoi lettori e trascinarli in un altro viaggio nella follia dell'America. Ma questa volta non sono più strade o bar, ci sono i salotti e le feste, le case e le sale di proiezione. Hank si affaccia marginalmente nel mondo nel cinema, lo guarda con la giusta dose di distacco e indifferenza, si limita ad osservare le cose come ha sempre fatto e naturalmente a bere in continuazione.

Ormai gli anni e le forze se ne stanno andando, ma quello che stupisce delle parole di Bukowski è l'eterna giovinezza, l'eterna forza narrativa che sembra non lasciarlo mai. E sembra di vederlo mentre sale ancora una volta verso la sua macchina da scrivere (ormai cambiata con un computer) per affrontare la prossima pagina, ormai le grandi lotte sono alle spalle, rimane un incontro tra vecchi amici, ci si ricorda ancora come colpire, ma i pugni non fanno più male.
 
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:: Emiliano Bertocchi
Mi chiamo Emiliano Bertocchi. Sono nato a Roma il 22 giugno 1979. Perchè scrivo? Credo sia questa la domanda a cui debba rispondere. Scrivo perchè ne ho bisogno. Niente di più e niente di meno. Scrivere non è un hobby, o uno svago, o una cosa da fare tanto per fare. Almeno non per me. Io ne Sento il bisogno. Quando sto male, quando mi rode, quando sono incazzato, quando vorrei distruggere qualsiasi cosa ho davanti, quando amo, quando sto fuori, quando vivo. L' altra volta sono andato a un reading di poesie e mi sono accorto che leggere le mie poesie davanti ad altri è stato come andare in giro a raccontare a degli sconosciuti la propria vita. Preferisco stamparle e farle leggere le mie cose, piuttosto che leggerle io stesso. C'è meno intimità. E poi il lettore ritrova sempre se stesso nelle pagine che legge ed è preferibile che non si specchi troppo con chi le ha scritte. Scrivere è la mia libertà, il foglio bianco è la mia Anarchia, perchè lì sono veramente libero di poter dire, essere e fare tutto quello che voglio e come lo voglio. Gli scrittori che mi hanno fatto iniziare sono stati Charles Bukowski e Jack Kerouac. Grazie. E un grazie anche alle parole... le mie dolci amiche... vi prego non lasciatemi... non lasciatemi mai.
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