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2007
19
Mag

Uccellacci Uccellini

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Si muovono in un limbo spaziale quanto temporale, Ninetto e Totò. Un non-luogo dove non c'è più differenza tra passato e presente, dove la campagna romana con i suoi ruderi sfuma in lontananza con le sagome del Colosseo Quadrato e della basilica di San Paolo. Un non-luogo dove i resti della cultura contadina (il cibo, le case, il linguaggio) si mischiano con le novità d'importazione americana (i balli, la musica) e con l'avanzare di un'urbanistica che con i suoi palazzoni distruggerà tutto quanto. Non solo inglobando fisicamente contadini e poveracci, quanto inserendoli in un ordine delle cose che ne eliminerà completamente la visione del mondo.

Un non luogo dove il tempo si espande e si allarga in ottiche passate, dove si vede San Francesco che dice a due frati (interpretati sempre da Totò e Ninetto) di parlare agli uccelli. Per insegnare loro che l'amore di Dio va oltre i propri istinti e oltre le classi sociali. Un insegnamento d'amore e di uguaglianza.

Una favola. O forse l'utopia di un ideologo.

Perché questo rappresenta il corvo che racconta questa storia a Totò e Ninetto. La voce di colui che vede il mondo attraverso la riflessione filosofica o politica. La visione dell'uomo che costruisce teorie e analizza il mondo attraverso di esse. Un intellettuale e il suo ruolo.

E si crea una rottura, una scissione. Tra le parole del corvo e la vita stessa. Una vita che si basa sugli istinti primari della nostra natura. Sul mangiare, sul bere, sul cacare, sullo scopare. Una vita semplice, che i semplici neanche si domandano cosa possa significare ma si limitano a vivere fino a quando ne hanno l'opportunità. Una vita che nessuna teoria può dunque analizzare o comprendere, anche se poi è inevitabile cercare di farlo.

Pasolini costruisce un film stratificato e denso di segni. Alcuni di essi (la ragazza con le ali) rafforzano la continua dialettica tra sacro e profano, tra cristianesimo e marxismo su cui si basa l'intera la pellicola. Altri (i cartelli con i km) aprono la storia verso suggestioni surreali. Altri ancora (i nomi delle vie) ci ricordano l'importanza del dialetto e della sua capacità di cogliere il reale.

Pasolini lavora molto sul linguaggio. Quello verbale, parlato, usato da Ninetto e Totò che rappresenta la cultura popolare, quello più amplio e ricco, parlato dal corvo che rappresenta la classe intellettuale (incapace però di raggiungere il popolo) e poi quello musicale che prende vita nella canzone iniziale e in alcuni degli stornelli che vengono cantati durante il film, che racchiude l'essenza stessa della narrazione e delle sue origini più antiche.

Alcune dissertazioni del corvo potrebbero apparire ormai datate ma quello che sorprende per modernità è la scrittura filmica del regista. Ogni inquadratura è rigorosamente composta, splendido il lavoro sui primi piani, che siano della maschera grottesca e umana di Totò o dei volti popolari, e poi il continuo passaggio da un registro narrativo ad un altro, che dimostra quanto sia stato libero il regista nello scrivere il suo film. E quindi si passa da momenti di realismo ad altri di poesia. Dalla favola allegorica al documentario (i funerali di Togliatti). Da aperture surrealiste (il circo) alla riflessione storico-filosofica.

Alla fine il corvo verrà mangiato da Totò e Ninetto. La figura dell'intellettuale viene fagocitata da chi non sa più che farsene. Totò e Ninetto si allontanano verso il tramonto. Un aereo decolla.

Perché tutto è destinato a finire e ad iniziare da capo.
 
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:: Emiliano Bertocchi
Mi chiamo Emiliano Bertocchi. Sono nato a Roma il 22 giugno 1979. Perchè scrivo? Credo sia questa la domanda a cui debba rispondere. Scrivo perchè ne ho bisogno. Niente di più e niente di meno. Scrivere non è un hobby, o uno svago, o una cosa da fare tanto per fare. Almeno non per me. Io ne Sento il bisogno. Quando sto male, quando mi rode, quando sono incazzato, quando vorrei distruggere qualsiasi cosa ho davanti, quando amo, quando sto fuori, quando vivo. L' altra volta sono andato a un reading di poesie e mi sono accorto che leggere le mie poesie davanti ad altri è stato come andare in giro a raccontare a degli sconosciuti la propria vita. Preferisco stamparle e farle leggere le mie cose, piuttosto che leggerle io stesso. C'è meno intimità. E poi il lettore ritrova sempre se stesso nelle pagine che legge ed è preferibile che non si specchi troppo con chi le ha scritte. Scrivere è la mia libertà, il foglio bianco è la mia Anarchia, perchè lì sono veramente libero di poter dire, essere e fare tutto quello che voglio e come lo voglio. Gli scrittori che mi hanno fatto iniziare sono stati Charles Bukowski e Jack Kerouac. Grazie. E un grazie anche alle parole... le mie dolci amiche... vi prego non lasciatemi... non lasciatemi mai.
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