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Attrazioni e distrazioni – Cesarina Bo

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Nel gustare i ventotto racconti di Cesarina Bo, raccolti in Attrazioni e distrazioni, la mente è costretta a fare i conti con la logica dei salti: di tempo, di spazio, di accensioni improvvise, tipiche di chi ragiona leggendo, cercando pure di comprendere i nessi, le costellazioni, le ricognizioni stemmatiche di una scrittura. Ma il lettore si renderà subito conto di essere di fronte ad una pagina che spesso, nella sua semplicità disarmante del punto di vista, ci svela senza troppi melismi, il cuore della sua sostanza. E si tratta di una sostanza fatta soprattutto di donne e uomini colti nei loro atti più umani, come nel caso de Il violinista pazzo – titolo che di letterario e pessoiano ha già tanto.
Ma la focalizzazione del personaggio, quella necessità di distaccamento dalla sue creature che ogni scrittore privilegia e cerca di nascondere nel flusso della scrittura, non può divenire l’unica spia, non può e non deve essere la sola chiave critica; semmai, di fronte a questi racconti, ci rendiamo conto che a contare è soprattutto quella che Sartre chiamava “fatticità” del personaggio, il suo essere individualità in quel dato momento, il suo essere lo scarto che lo distingue dagli altri: mi viene in mente questo leggendo Insetti, in cui la parodistica (ma tremendamente kafkiana!) conclusione, una vera e propria agnizione metafisica, ci dice molto su come la Bo concepisca il rapporto umano e lo schianto fra la soggettività e il caso.
Non manca, come da titolo dell’ultima sezione, una connotazione matematica e strutturale in questi racconti, probabilmente derivante dalla formazione mentale dell’autrice. Eppure, anche quando è favorevolmente dichiarata, la Bo riesce a introiettare nella forma il calcolo e a lasciare in superficie la prosa lucida, fluida e ben leggibile. Sarebbe bene indagare, tuttavia, anche il messaggio più strettamente politico di questi racconti, laddove per politico si intende il significato del libro gettato nella selva odierna del mercato editoriale. Mi sembra che la voglia di esprimersi della Bo surclassi ogni pretesa di categorizzazione postmoderna e sia un felice e riuscito esperimento di letteratura sentita. Anche e soprattutto per una certa grazia nell’esprimersi che rende godibile la sua prosa e nello stesso tempo la pone, proprio per questo, come problematica e identificativa del tempo in cui vive.

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