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2007
15
Apr

Le vite degli altri

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Le vite degli altri sono quelle che deve spiare Gerd Wiesler per portare avanti il proprio lavoro. Che siano interrogatori negli scantinati o microfoni dentro una casa, Wiesler ha il compito di ascoltare, domandare, scavare dentro l’intimità delle persone per scoprire se esse mentono o se nascondono qualcosa.

Gerd Wiesler lavora per la Stasi. La polizia segreta della Repubblica Democratica Tedesca che si occupava del controllo dei cittadini. Immensi archivi, collaboratori sparsi per tutta la nazione, l’incubo che ognuno potesse tradire il suo vicino, l’incubo di poter essere spiati.

Ci troviamo in una sala piccola e spoglia, vediamo come viene interrogato un sospettato, vediamo il metodo attraverso il quale si raggiunge la verità. Interi studi psicologici, trattamenti, torture mentali. Tutto questo viene poi insegnato dalla stesso Wiesler ai suoi alunni, montaggio alternato di parti dell’interrogatorio con immagini di nastri che girano. Capiamo che il sonoro e le tracce audio avranno un’importanza centrale in questo film. Wiesler poi torna a casa. Attraversiamo una Berlino grigia e squallida. Gli interni sono ancora piEtristi. La sua casa è piena di mobili vecchi e deprimenti, la solitudine piEassoluta, Wiesler cena con un piatto di riso su cui spreme un po' di conserva da un tubetto.

Questo è un aspetto della burocrazia dei paesi comunisti. L’individuo che lavora per lo Stato si deve dissolvere nel suo lavoro per lo Stato. La sua famiglia è lo Stato. Si diventa parte di un meccanismo, l’individualità muore.

Poi siamo in un teatro, viene messa in scene un’opera di Georg Dreyman, uno scrittore, un intellettuale schierato con il partito.  Dreyman è libero di scrivere perché non danneggia le posizioni e gli ideali del suo Paese. Rappresenta anche un individuo piEvivo di Wielser, ha infatti una donna, un’attrice che recita le sue opere (Christa-Maria Sieland) e alcuni amici.

L’evolversi della storia porta ad incontrare Dreyman e Wiesler. Dreyman viene infatti messo sotto controllo dalla Stasi, per accertarsi che sia veramente fedele al partito e il lavoro tocca a Wiesler. Un incontro e una conoscenza che si costruirà solo attraverso la voce. Quella di Dreyman che Wiesler ascolta. La casa dello scrittore viene riempita di microfoni. EEcontrollato. La sua intimità scompare.

Fermiamoci a riflettere.

Il controllo, nei paesi come la Repubblica Democratica Tedesca, avveniva tramite una minuziosa sorveglianza del sospettato. Pensiamo al nostro mondo di oggi, a tutta la televisione che ha fatto della sorveglianza quotidiana uno dei format piEvenduti, che ha creato il mito di una celebrità ottenibile tramite una continua esposizione di se stessi davanti ad una telecamera. Pensiamo al paradosso.

Il Grande Fratello di Orwell cosEreale e comprensibile in questa pellicola è per noi tutto l’opposto. EEqualcosa da guardare in continuazione, sono idioti dentro una casa, è l’illusione che se qualcuno ci vede per tanto tempo di seguito ci saprà riconoscere e ci farà diventare famosi. In occidente il Grande Fratello non guarda piEnessuno, siamo noi che lo osserviamo ventiquattro ore su ventiquattro.

Torniamo al film.

La morte di uno scrittore amico di Dreyman lo porta ad un bivio ideologico quanto umano. L’uomo sceglie di ribellarsi. Sceglie di usare la scrittura per dire qualcosa di vero sul suo paese, sulla condizione in cui si trova. Scrive un articolo sui suicidi nella Repubblica Democratica Tedesca, scrive sulla Stasi, scrive sul suo amico morto. Scrive tutto con una macchina che gli è stata portata dalla Germania Ovest, una macchina che poi nasconde sotto una trave del pavimento della propria casa. Il suo articolo tramite un intermediario viene fatto uscire da Berlino. L’articolo viene pubblicato sul Der Spiegel. L’articolo esplode come una bomba. Alla Stasi non sono per niente contenti di quanto è successo. Bisogna trovare chi ha scritto l’articolo.

Il lavoro di sorveglianza di Wielser intanto ha subito un cambiamento radicale. L’uomo è venuto a sapere dell’articolo scritto da Dreyman ma ha deciso di tacere, ha deciso di non rivelare ai suoi superiori quello che lo scrittore sta facendo. Anche Weisler prende coscienza di se stesso, di quello che realmente fa, della completa solitudine della sua vita. In un certo modo si ribella anche lui. Questo uomo dimesso, freddo e crudele (soprattutto con se stesso), nel suo vestito perennemente uguale. Un uomo che è diventato un ingranaggio, che funziona sempre allo stesso modo, un uomo che di umano non ha piEniente. Wiesler inizia a scrivere sul suo rapporto tutta una serie di invenzioni, lavora di fantasia, riscrive la storia di quanto succede nella casa di Dreyman.

Pensiamo anche a La conversazione di Coppola. In quel caso Herry Caul usava l’immaginazione per una sorta di storia interiore, mentale, che potesse ricostruire in una forma oggettiva gli eventi che stava ascoltando. Eventi di cui perE(noi spettatori) non sapevamo nulla se non quello che veniva filtrato dallo stesso Caul e dai suo strumenti di ascolto. Non si sapeva dunque dove finisse la realtà e dove iniziasse l’immaginazione. Ne Le vite degli altri abbiamo invece una rielaborazione soggettiva del dato oggettivo attraverso gli strumenti di ascolto che serve per creare invece un altro livello di oggettività, un’altra realtà quindi. In questo caso  sappiamo bene dove termina il dato oggettivo e dove inizia la sua rileaborazione immaginativa.

La realtà diventa, in questo modo, anche quello che scrive Wiesler. La realtà diventa una storia e Wiesler si trasforma anche lui in uno scrittore. Attraverso le parole riacquista la propria umanità. Riacquista i propri sentimenti.

La donna che vive con Dreyman, Christa Maria Sieland viene arrestata dalla Stasi per il possesso di psicofarmaci illegali. Dopo un interrogatorio confessa la colpevolezza di Dreyman e riferisce l’ubicazione della macchina da scrivere all’interno della sua casa. La macchina è l’unico elemento in grado di provare la colpevolezza di Dreyman come autore dell’articolo incriminato.

Si arriverà ad un tragico epilogo ma anche ad uno dei finali piEbelli, emozionanti e significativi degli ultimi anni.

Le vite degli altri, opera prima del regista Florian Henckel von Donnersmarck, che si muove tra Brecht e Orwell, è un film che racconta in maniera precisa e filologica quanto accaduto nella Germania dell’Est prima del crollo del muro. Il regista ne coglie l’atmosfera dimessa, il senso di forte claustrofobia, la paura di poter essere arrestati, l’assenza di una vera libertà individuale quanto collettiva. Ci troviamo ancora una volta di fronte alle degenerazioni della Storia, davanti alla trasformazione di un ideale libertario e comunitario come quello socialista nel suo esatto opposto, un regime fatto di paura e controllo.

E quell’ultimo libro comprato è un regalo per se stessi.

EEil ritornare ad essere un individuo

Poi una dedica in prima pagina.

E la certezza che sono i sentimenti quelli che ci legano e ci rendono uomini. E che le parole sono uno dei modi per trasmetterli.
 
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:: Emiliano Bertocchi
Mi chiamo Emiliano Bertocchi. Sono nato a Roma il 22 giugno 1979. Perchè scrivo? Credo sia questa la domanda a cui debba rispondere. Scrivo perchè ne ho bisogno. Niente di più e niente di meno. Scrivere non è un hobby, o uno svago, o una cosa da fare tanto per fare. Almeno non per me. Io ne Sento il bisogno. Quando sto male, quando mi rode, quando sono incazzato, quando vorrei distruggere qualsiasi cosa ho davanti, quando amo, quando sto fuori, quando vivo. L' altra volta sono andato a un reading di poesie e mi sono accorto che leggere le mie poesie davanti ad altri è stato come andare in giro a raccontare a degli sconosciuti la propria vita. Preferisco stamparle e farle leggere le mie cose, piuttosto che leggerle io stesso. C'è meno intimità. E poi il lettore ritrova sempre se stesso nelle pagine che legge ed è preferibile che non si specchi troppo con chi le ha scritte. Scrivere è la mia libertà, il foglio bianco è la mia Anarchia, perchè lì sono veramente libero di poter dire, essere e fare tutto quello che voglio e come lo voglio. Gli scrittori che mi hanno fatto iniziare sono stati Charles Bukowski e Jack Kerouac. Grazie. E un grazie anche alle parole... le mie dolci amiche... vi prego non lasciatemi... non lasciatemi mai.
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