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2006
8
Feb

Duri A Morire

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(Autori Vari - Dario Flaccovio Editore)
 


 

Vi appassionano ed affascinano certi titoloni cruenti che  richiamano i lettori dalle locandine poste fuori dalle edicole? Ebbene leggere “Duri A Morire” lascia l’impressione di immergersi in una sezione particolarmente creativa di cronaca nera, uscita dalla stampa italiana.

 Come infatti sottolinea anche Alda Teodorani nella presentazione, uno degli aspetti salienti di quest’antologia è proprio quello della contaminazione della materia scritta con la realtà respirata ogni giorno da ciascun autore. Caratteristica, questa, assai fruttifera, che arricchisce e dà struttura alla narrazione e cattura il lettore in una sinuosa rete irresistibile di richiami.

Eccetto questo, d’altra parte, non esiste un vero e proprio filo conduttore a collegare fra loro gli undici racconti presenti nell’opera. Pur con un titolo- tema a costituire una scarna piattaforma di partenza per gli scrittori, infatti, ci troviamo a leggere racconti piuttosto indipendenti tra loro, con ambientazioni diverse e che soprattutto stabiliscono varie forme di resistenza umana, attuando un’opera di continua ridefinizione del significato che questa parola può assumere. Sfumature semiotiche che variano a seconda delle sensibilità qui riunite nel nome della narrativa noir di qualità.

Ciò che in effetti salta agli occhi subito alla prima lettura è la scelta, nella grande maggioranza dei casi, di protagonisti anch’essi testimoni, o meglio ancora incarnazione, della contaminazione; sono di fatto figure contaminate in quanto impure, ricettacoli di vizio e devianza, pronti a qualsiasi espediente pur di difendere il valore supremo dell’esistenza propria o dei propri cari, ognuno secondo schemi di valori e priorità assolutamente personali, che poco hanno da spartire coi principi basilari del patto sociale e della solidarietà. Vittime di nessun’altro, se non di loro stessi. Antieroi, insomma, quali la letteratura postmoderna spesso offre, celebrando così il relativismo culturale che la domina.

Il nostro percorso inizia subito con un esempio lampante, in questo senso: Luigi Bernardi ci propone infatti la vicenda umana di un boss dello spaccio, inetto e decisamente al di sotto del ruolo che riveste, succube lui stesso della droga che smercia nelle vie della città. Una narrazione sicuramente raffinata, impostata su due voci che intonano la lenta melodia di un sanguinoso dramma familiare, anche dovuto alla condizione malavitosa del protagonista e comunque alla sua incapacità di gestire freddamente il flusso emotivo che lo scuote.

Passiamo poi a seguire le gesta di due poliziotti, entrambi siciliani, che troviamo nei racconti di Ugo Barbàra e Giacomo Cacciatore. In entrambi i casi siamo lontani anni luce dalla figura impassibile e perfettamente al di sopra delle parti, dall’eroica incarnazione della giustizia voluta dal luogo comune. Nel primo racconto siamo infatti al cospetto di un agente di polizia che opera ai margini della legalità e della collusione  con la mafia, richiamando quindi alla memoria fatti di cronaca senz’altro noti; mentre nel secondo, vediamo il protagonista congedarsi dal Corpo e annaspare inutilmente per tirarsi fuori dal costume scomodo e stinto di forza dell’ordine, salvo poi ritrovarsi alla fine sempre più compromesso e morbosamente dipendente dal proprio ruolo, come da un genitore troppo possessivo.

Procediamo poi notando l’originalità nella narrazione dei brutali eventi – esposti in uno stile epistolare piuttosto nuovo al  genere  - che coinvolgono una diabolica coppia di studenti universitari, i quali, come dai migliori esempi, nascondono sotto la patina di una vita normale il terribile segreto che finirà col rovinarli.   Proseguendo ci ritroveremo, invece, in uno scenario più “tradizionale” - periferia industriale immersa nel complice silenzio della notte - , con un racconto talora contrassegnato dall’inventiva pulp.

Il brano che maggiormente si stacca dal contesto fin qui esaminato e che si rivela per molti versi spiazzante è quello di Enzo Fileno Carabba. Ciò che balza immediatamente agli occhi, ad esempio, è la diversa ambientazione – un’esotica Australia, territorio di fuga per rampolli della buona borghesia italiana, intellettualmente carenti. Ma non è solo questo; il fatto strabiliante - e che, ad una prima analisi, rende il tutto ascrivibile al genere fantastico, più che a quello giallo -, è che il protagonista del racconto è un canguro drogato e vestito con un giubbotto di pelle. Nonostante questo forte elemento di surrealismo, però, il legame con la cronaca è comunque almeno parzialmente garantito da una premessa che lascia trapelare che quanto raccontato potrebbe in effetti essere accaduto sul serio e tramandato dal solito tam- tam di voci e conoscenze.

Ancora leggeremo, andando avanti, pagine di grande valore che ci trasporteranno nelle sordide stanze della provincia o nelle celle di prigione ad ascoltare le sconvolgenti confessioni urlate da un picciotto della mafia, ed arriveremo infine ad un altro scrittore che decisamente emerge dall’insieme, non solo per invenzione narrativa. Si tratta di Serge Quadruppani, che conclude la raccolta, con una storia quasi fantascientifica. Chi scrive è infatti un funzionario governativo incaricato di sorvegliare i meccanismi di devianza di un ipotetico criminale, tentando così di prevenirne le mosse. Scorrendo le righe, noteremo poi come l’azione criminosa sopraggiunga con tempi e modalità assolutamente impreviste anche per il protagonista. In ogni caso, più ancora della trama, è interessante in questo testo la riflessione dell’autore che, in modo ironico e provocatorio stabilisce una sorta di connessione tra morbo, follia distruttiva e consumismo, nella società occidentale. Contaminazione, dunque. Nel genere e nei personaggi, mutati dall’interazione ambientale, che ci rispecchiano e sfidano.

Lasciateli fare. Lasciatevi coinvolgere da “Duri A Morire”, poi accendete la tv. Forse vi sembrerà che l’invenzione umana superi di gran lunga la triste elencazione di morti e pretesti dei media.

 
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:: Chiara Del Bianco
Chiara Del Bianco vive e lavora a Bologna, città che ha incontrato durante il periodo universitario e che non ha più lasciato, sebbene porti il mare sempre dentro. Una tesi su J. G. Ballard le è valsa una laurea in Lingue e Letterature Straniere, che al momento giace impolverata di malinconia crepuscolare in un angolo di casa. Attende tempi migliori, “trafitta e trapassata dal futuro”.
 
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