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2007
15
Feb

Casa di Bambola - Henrik Ibsen

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Al suo apparire sulla scena Nora è un personaggio effervescente e sembra incarnare l'archetipo della brava mogliettina borghese, madre amorosa, devota e fedele al marito, tutta presa dai regali natalizi, ignara dei problemi reali del mondo, occupata com'è nel suo ruolo domestico.
Vezzeggiata e coccolata come una bambina dal consorte ("passerotto sventato"; "lodoletta"; scoiattolino"), pare vivere in una dimensione tutta sua costituita da un piccolo mondo, i cui orizzonti non vanno oltre le pareti di casa o le feste dei vicini.
Nora sta recitando un ruolo, la sua vera essenza si scoprirà nello svolgersi del dramma.
Per salvare la vita al marito Torvald (Helmer), ammalatosi gravemente, Nora ha contratto un debito con un usuraio – tale Krogstad – ed ha falsificato una firma.
Per restituire il denaro ha fatto di nascosto piccoli lavoretti e ha risparmiato sulle spese personali. Ora Krogstad, a conoscenza di tutto e impiegato nella banca presso cui Torvald è appena stato nominato direttore, ricatta Nora, poiché Helmer vuole licenziarlo.
Gli sviluppi della vicenda riveleranno tutta la meschinità di Helmer e porteranno Nora a una scelta drastica e definitiva: contro ogni convenzione borghese abbandonerà il tetto coniugale per ritrovare sé stessa.
Interpretare questo dramma in chiave esclusivamente femminista sarebbe certamente riduttivo e ne sminuirebbe l'importanza.
Insieme a "I pilastri della società", "Spettri" e "Un nemico del popolo" appartiene ai cosiddetti drammi borghesi o sociali di Ibsen, pubblicati tra 1877 e 1882. Si tratta di testi che pongono in evidenza problemi sociali (qui la famiglia e il ruolo della donna, il suo desiderio d'emancipazione) con una prospettiva critica verso la società del tempo. Inoltre propongono sulla scena personaggi e situazioni di vita quotidiana, nei quali i contemporanei di Ibsen potevano ritrovarsi. "Casa di bambola" conserva le tre unità di tempo, spazio e azione, ma è il suo contenuto ad essere moderno e il finale è innovativo, nonché scandaloso per l'epoca.
Nora è una donna borghese che svela le sue inquietudini e denuncia, pagandone le pesanti conseguenze, tutta la falsità e il perbenismo dell'ambiente in cui finora è vissuta.
Respinge il ruolo di bambola obbediente che non le appartiene e rivendica altre aspirazioni, una sua autonomia, la possibilità di essere sé stessa.
Nora rifiuta la morte dello spirito in cui il suo legame con Helmer l'avrebbe per sempre relegata per cercare un'altra via. La sua è una scelta di vita.
Passata col matrimonio dall'autorità paterna a quella maritale come un oggetto qualsiasi, nel finale Nora comprende che la sua felicità è stata solo apparente.
"Ma la nostra casa non è mai stata altro che una stanza da gioco. Qui sono stata la tua moglie-bambola, come ero stata la figlia-bambola di mio padre. E i bambini sono stati le bambole mie" (p.85)
Ora:
"Debbo esser sola per rendermi conto di me stessa e delle cose che mi circondano". (p.85)
All'esterefatto Helmer che la richiama al suo ruolo istituzionale di sposa e madre, Nora risponde così:
"Non lo credo più. Credo di essere prima di tutto una creatura umana, come te…o meglio, voglio tentare di divenirlo. So che il mondo darà ragione a te, Torvald, e anche nei libri sta scritto qualcosa di simile. Ma quel che dice il mondo e quel che è scritto nei libri non può più essermi di norma. Debbo riflettere col mio cervello per rendermi chiaramente conto di tutte le cose". (p.86)
Nora è un perfetto personaggio ibseniano: una volta compresa la propria vocazione individuale, è pronta a sacrificare tutto per perseguire il suo ideale e riuscire così ad esprimersi. L'influsso di Kierkgaard per quest'aspetto e il rigore con cui viene attuato è evidente, poiché Ibsen fu appassionato studioso del filosofo.
Nora, creatura apparentemente fragile e inesperta, si rivela personalità fortissima e determinata, animata da una passione vitale che si traduce in gesti definitivi, assoluti, senza mediazioni. Non vi sono compromessi a costo di precipitare verso la catastrofe, Nora è eccessiva, estrema e lascerà tutti stupiti con il suo comportamento.
Il primo a rimanere sconvolto dalla metamorfosi della sottomessa mogliettina è l'avvocato Helmer, tipico borghese benestante, severo (quando lui rientra in casa nulla deve contrariarlo), perbenista. Sicuro della propria superiorità, ritiene la donna un essere frivolo, preposta ad esclusivi ruoli di moglie e madre affettuosa. È geloso fin dei suoi pensieri. Mai e poi mai accetterebbe – e ammetterebbe – di dover qualcosa a sua moglie, creatura destinata per definizione alla dipendenza. Egli, dall'alto della sua presunta superiorità, è disposto alla fine del dramma, una volta che i fatti si sono risolti, a perdonare Nora per avergli salvato la vita.
"Oh, Nora, tu non conosci il cuore maschile. Per un uomo v'è un'infinita dolcezza, un'indicibile soddisfazione nella coscienza d'aver perdonato alla sua donna… di averle perdonato sinceramente dal profondo del cuore. In tal modo ella diviene per così dire doppiamente sua; come se egli l'avesse ricreata una seconda volta. Ella diventa allora sua sposa e figlia al tempo stesso". (p.83)
La sua meschinità s'era invece rivelata nelle scene precedenti, quando aveva rovesciato su Nora le peggiori accuse per quel che aveva compiuto e aveva aggiunto: "…la cosa dev'esser soffocata a qualunque prezzo. In quanto a te e a me, in apparenza tutto deve restare immutato. Ma naturalmente solo agli occhi del mondo. Tu dunque resterai qui, s'intende. Ma non sarai tu l'educatrice dei bambini; non oserei affidarteli…" (p.81)
Helmer è il tipico rappresentante di quella società borghese e perbenista, legata alle convenienze e all'ordine morale prestabilito, sostenitrice di una doppia etica (una per l'uomo e l'altra per la donna), che Ibsen mette in scena e critica nei suoi drammi.
Nora scoprirà la vera essenza del marito proprio quando vedrà che il suo presunto amore non regge dinnanzi alla violazione delle convenzioni borghesi e degli schemi di comportamento prefissati.
Accanto a Nora si muovono altri due personaggi femminili degni di memoria: la sua amica Kristine Linde e la bambinaia Anne-Marie.
Kristine è una vedova in cerca di lavoro, poiché il marito non le ha lasciato di che vivere, essendo stato poco accorto nelle proprie operazioni finanziarie. È una creatura che ha fatto del sacrificio lo scopo della sua esistenza: sposatasi per senso del dovere verso l'anziana madre malata e i due fratellini più giovani, avverte, ora che è rimasta sola (deceduta la madre e cresciuti i ragazzi) un senso di vuoto profondo:
"….non sento che un vuoto indicibile. Più nessuno a cui consacrare la mia vita." (p.21)
Kristine è talmente abituata ad annullarsi da non essere più in grado di emanciparsi.
"Io debbo lavorare per poter sopportare l'esistenza. Per tutta la vita, da quando ne ho memoria, ho sempre lavorato, ed è stata la mia migliore ed unica gioia. Ma ora son rimasta sola al mondo, con l'anima orribilmente vuota. Dover lavorare solo per se stessi non dà alcuna gioia". (p.69)
È il contrario di Nora, non sa fare altro che immolarsi sempre più e sua massima realizzazione è trovare una causa per farlo.
Personaggio appena intravisto, ma non esente da sofferenza è la bambinaia Anne-Marie: ragazza-madre, era stata la balia di Nora, ma per farlo aveva dovuto abbandonare sua figlia. È una figura dolente così come il dottor Rank, amico di famiglia, condannato a un atroce destino per le colpe del padre.
Incarna l'idea ibseniana per cui il nostro passato ci segue, non possiamo ignorarlo e talvolta siamo destinati a scontare gli errori delle generazioni precedenti.
Animato da pochi ma approfonditi personaggi, il dramma procede sicuro verso il colpo di scena finale che, come uno schiaffo, s'abbatte sulle convenzioni sociali e su mentalità ristrette, dure da estirpare.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Henrik Ibsen (Skien 1828- Cristiania, oggi Oslo 1906), drammaturgo e poeta norvegese.
Henrik Ibsen , Casa di bambola, Torino, Einaudi 2006. Titolo originale "Et dukkehjem". Traduzione di Anita Rho.

Approfondimento in rete: : http://it.wikipedia.org/wiki/Henrik_Ibsen; http://lafrusta.homestead.com/pro_ibsen.html;
http://www.girodivite.it/antenati/xixsec/_ibsen.htm;
http://www.amb-norvegia.it/ibsen/realism/realism.htm; sito ufficiale in italiano
Ibsen in lankelot.eu : "Spettri" (Franchi).

Recensione già apparsa su lankelot.eu.

 
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:: Marina Monego
Marina Monego (Venezia 1961), d'origini veneziane con antenati scesi col Piave dalla val Zoldana, si è laureata in Lettere all'Università di Ca'Foscari a Venezia con una tesi sul viaggiare settecentesco. Dopo qualche breve avventura nel mondo della scuola ha messo su famiglia e ha deciso di dedicarsi integralmente al marito e ai due figli, nonché al beneamato gatto Ulisse. Da molto tempo risiede in Terraferma, ma a Venezia è rimasta affezionata e vi ritorna sempre volentieri. Ama la montagna e i boschi, ma non disdegna il riposo sui lidi marini, possibilmente con qualche bel libro. Non ha mai dimenticato il mondo della letteratura, né ha mai perso il vizio di scrivere. Da qualche anno affida i suoi testi al web e suoi articoli sono apparsi su lankelot.com (sito del quale ha condiviso le vicissitudini, appartenendo alla redazione), piazzaliberazione.it; anpimagenta.it; giovaniemissione.it; homoweb.it. Attualmente collabora anche a lankelot.eu e transfinito.net. Durante il periodo universitario ha pubblicato sulla rivista ''Annali Veneti'', in collaborazione con Lauretta Novello, una ricerca demografica su un archivio parrocchiale della terraferma veneziana.
 
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